L’asse italo-francese è una realtà che dovremmo imparare a conoscere, almeno finché Emmanuel Macron rimarrà all’Eliseo e Mario Draghi a Palazzo Chigi. L’incontro di Parigi sull’Africa, molto più che quello europeo di Oporto, ha sancito infatti due cambi di rotta particolarmente incisivi: il primo sull’asse tra Parigi e Roma, il secondo sul fatto che l’Africa entra di diritto nell’agenda politica europea. E quando si parla di Europa e Africa, la Francia è naturalmente portata a una prova di leadership.

L’insidia francese

Per l’Italia sarò un banco di prova importante. I rapporti con la Francia non sono sempre stati idilliaci in questi ultimi anni, specialmente durante l’esperienza gialloverde. Ma quello che è soprattutto apparso evidente è stato un rapporto estremamente votato all’interesse nazionale da parte di Parigi, meno quello di Roma, fin troppo incline in diversi frangenti a dimenticarsi dei propri interessi strategici a vantaggio di più o meno vaghe prospettive europee. L’unilateralità francese, è bene ricordarlo, ha spesso danneggiato l’Italia sia nel Mediterraneo che in Africa centrale, costringendo spesso il Belpaese a dover agire di conseguenza provando a chiedere l’intervento statunitense in suo sostegno. Ma quello che l’Italia ha pagato, oltre agli evidenti danni subiti in Libia e in Sahel, è stato l’approccio pervasivo di Parigi sul fronte politico e su quello economico. Da una parte Macron ha costruito un’Ue che, almeno fino ad oggi, era sostanzialmente proiettata sull’asse con la Germania. Dall’altra parte, non va dimenticato che le aziende francesi hanno spesso tentato di scalare quelle italiane creando i presupposti per una forte penetrazione transalpina nel Patrio Stivale.

I presupposti per un rinnovato asse italo-francese sembravano dunque estremamente labili. Ma la politica europea e quella italiana hanno mostrato una straordinaria capacità di adattamento ai cambiamenti epocali di questi mesi. Parigi si è trovata fortemente indebolita sul piano pandemico, la leadership di Macron vacilla, e la scelta di fare sponda esclusivamente su Angela Merkel non sembra essere stata del tutto positiva visto il tramonto della stella tedesca. L’arrivo di Draghi a Roma ha ulteriormente modificato i parametri di riferimento: l’Eliseo adesso non solo ha un interlocutore che stima, ma anche coerente e persino in grado di assumere le redini dell’Ue in assenza di un asse franco-tedesco degno delle ambizioni siglate ad Aquisgrana.

Il vertice sull’Africa

Da questa condizione scaturisce ora il vertice di Parigi sull’Africa, in cui Draghi è apparso molto in linea con quanto desiderato da Macron. Dall’incontro nella capitale francese è apparso chiaro che la direttiva impressa dalla Francia sia quella di un piano economico che aiuti il continente africano e un parallelo piano di distribuzione di vaccini che aiuti i Paesi più poveri. Un doppio binario su cui l’Eliseo punta molto non solo per fermare una crisi che si riverserebbe sull’Europa, ma anche per evitare quel crollo di influenza che vive ormai da tempo in tutta l’Africa. I militari francesi, in migliaia tra Sahel e Africa occidentale, non garantiscono più quello stato di potenza che era prima assicurato soltanto parlando del passato coloniale e della Legione straniera. E molti Paesi si profilano all’orizzonte e in grado di scalfire ulteriormente la già provata sfera di azione transalpina nel vecchio impero.

Di qui l’Italia, che si trova adesso nella posizione di poter finalmente avere accesso ai migliori livelli decisionali in Europa, ma che deve fare i conti con una difficilissima situazione africana. Il territorio in cui si può irradiare l’azione di Roma è abbastanza ristretto, da un punto di vista diplomatico, pur se immenso geograficamente. La Francia non è certo potenza che invita ospiti nel proprio cortile di casa sperando di esserne scalzata. E nel frattempo non va dimenticato che Turchia, Cina, Russia e potenze arabe sono presenti in pianta stabile in Africa e non intendono cedere terreno. Un problema che restringe il campo d’azione italiano e che soprattutto implica l’avvio di un negoziato molto complesso con Parigi.

L’ultima carta per frenare la valanga

L’Italia non può pensare di arrivare in un territorio vergine, né può però pensare di farlo esclusivamente inseguendo la linea diplomatica francese, che per sua natura è orientata sull’interesse d’Oltralpe. Di qui la necessità di un gioco di offerte e controfferte. Se da una parte Draghi sostiene la posizione di Macron in Sahel (con Task Force Takuba) e conferma una linea comune sui vaccini, il premier dovrà evidentemente cercare di ottenere qualcosa sia sul fronte libico che su quello mediterraneo. Inoltre, in Niger la presenza italiana è stata più volte ostacolata proprio dall’Eliseo: ora, con l’arrivo dei militari italiani nell’area e il sostegno alle mosse francesi in Africa è possibile che vi sia un nuovo coinvolgimento specialmente in funzione anti turca. Obiettivo che da Parigi non hanno mai negato visto che, specie in Ciad, si è assistito a un evidente rovesciamento delle posizioni di forza tra Francia e Turchia, con Macron costretto a chiedere aiuto agli Emirati Arabi Uniti e all’Egitto per fermare l’avanzata turca nella regione. Discorso che si può mettere in parallelo con le operazioni anti pirateria in cui l’Italia è in prima linea, e che ribadisce l’interesse italiano per blindare le porte del Mediterraneo allargato.

Il sostegno a Parigi non può quindi prescindere da un minimo via libera a sviluppare un’agenda autonoma: pena l’esclusione da un’area fondamentale per le risorse economiche, i rapporti strategici ma soprattutto per i flussi di migranti e mercenari verso la Libia. La contropartita, in questo senso, potrebbe arrivare dall’Eliseo proprio sul fronte nordafricano: da una parte il controllo dei flussi e la garanzia della loro interruzione, dall’altra un semaforo verde in chiave europea sul blocco nei Paesi di origine.

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