Per anni, l’opinione pubblica si è divisa nel giudicare la figura di Julian Assange, il giornalista australiano e fondatore di Wikileaks arrestato ieri a Londra dopo la revoca dell’asilo politico decisa dal Presidente dell’Ecuador Lenin Moreno. Eroe della libertà di stampa, pirata o hacker, spia o genio: le stesse considerazioni rispetto ad Assange si stanno facendo in queste ore e, ancora una volta, la sua figura polarizzante divide l’opinione pubblica in due schieramenti contrapposti.

Sta di fatto che Wikileaks ha rivelato un massiccio e probabilmente incostituzionale programma di sorveglianza di massa da parte degli Stati Uniti che ha avuto un impatto su ogni cittadino americano. In seguito ha diffuso delle e-mail che mostravano come il Comitato Nazionale Democratico e la campagna di Hillary Clinton mentissero in varie dichiarazioni al pubblico e abbiano, di fatto, messo in atto pesanti brogli contro l’allora sfidante di Hillary alle primarie, Bernie Sanders. Rivelazioni e leaks di cui tutta la stampa mondiale ha beneficiato.

E Assange ha sicuramente ancora molto da dire. Come sottolinea La Stampa, per esempio, se Londra concederà l’ estradizione di Assange, Washington avrà nelle mani la persona che conosce probabilmente il segreto più importante del Russiagate: chi aveva “rubato” e passato a Wikileaks le mail del Partito democratico, alla vigilia delle elezioni del 2016.

Le verità di Assange spaventano Trump o i suoi avversari?

In realtà, la richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti non arriva per la diffusione di documenti riservati ma per la sua presunta collaborazione con l’allora soldato Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) nell’hackerare una password per introdursi nei sistemi informatici governativi e sottrarre i documenti riservati. Se venisse dimostrato il furto, Assange non sarebbe più protetto dal Primo emendamento degli Stati Uniti, che tutela il diritto dei giornalisti di pubblicare qualunque informazione vera. Accusa per il quale rischia 5 anni di carcere.

Ma al di là degli aspetti giudiziari, i segreti di Julian Assange chi spaventano davvero? Il Presidente Donald Trump oppure i suoi avversari, Hillary Clinton in testa? È il quesito che molti si pongono a poche ore dall’arresto del giornalista. Interrogata sull’arresto di Julian Assange, l’ex Segretario di Stato ha affermato che il fondatore di Wikileaks “dovrà rispondere di ciò che ha fatto”.

Le reazioni di Donald Trump e Hillary Clinton

“Penso che dall’accusa che è emersa non abbia a che fare col punire il giornalismo ma piuttosto di un hackeraggio di un computer militare al fine di rubare informazioni riservate dal governo degli Stati Uniti” ha osservato Hillary Clinton. “Ironico il fatto che si tratti dell’unico straniero che quest’amministrazione accoglierebbe negli Usa”. In passato, Hillary era stata decisamente meno diplomatica:” Non possiamo lanciare un drone contro quest’uomo? Dopo tutto, è un bersaglio facile. Un che se ne va in giro a ficcare il naso ovunque senza paura di reazione da parte degli Stati Uniti”.

Diversa la reazione di Donald Trump. Se in passato il tycoon aveva manifestato una vera e propria ammirazione per il fondatore di Wikileaks, oggi il Presidente se ne tira fuori e cambia radicalmente registro: “Non so nulla di Wikileaks, non è una cosa che mi interessa e so che è qualcosa che ha a che fare con Julian Assange. Vedremo quello che succede con Assange, non so molto di lui, non è la questione della mia vita” ha spiegato.

“Accuse infondate contro Julian Assange”

Gleen Greenwald, Premio Pulitzer per il miglior giornalismo di pubblico servizio nel 2014 per le sue inchieste sui programmi di intelligence basati su informazioni rivelate da Edward Snowden, spiega su The Intercept perché le accuse formulate contro Assange non stanno in piedi. Una chiave di lettura senza dubbio interessante. “Il Dipartimento di Giustizia sotto Obama – afferma – era arrivato alla conclusione che non poteva e non doveva perseguire Assange perché incriminarlo avrebbe seriamente minacciato la stampa la libertà. In breve, l’accusa di oggi non contiene nuove prove o fatti sulle azioni di Assange; tutto ciò è noto da anni”.

Inoltre, Julian Assange non è accusato di “aver hackerato” i documento riservati dal Dipartimento della Difesa. “L’accusa non dice nulla di simile – osserva Greenwald – piuttosto Assange è accusato di aver cercato di aiutare Manning a collegarsi ai computer del Dipartimento della Difesa usando un nome utente diverso in modo tale da poter mantenere il suo anonimato mentre scaricava i documenti poi forniti a Wikileaks”.

In altre parole, osserva, “l’atto d’accusa cerca di criminalizzare ciò che i giornalisti non sono solo autorizzati, ma anche eticamente obbligati a fare: prendere provvedimenti per aiutare le loro fonti a mantenere il loro anonimato”. Come ha affermato Barry Pollack, avvocato di lunga data di Assange: “Le accuse di fatto si riducono nell’aver incoraggiato una fonte ad avergli fornito informazioni e a proteggere la sua identità e anonimato. I giornalisti di tutto il mondo dovrebbero essere profondamente turbati da queste accuse criminali senza precedenti”.

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