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Caracas Fanno ribrezzo quelli che dopo «lo straripante trionfo del chavismo» annunciato a reti unificate dal presidente venezuelano Nicolás Maduro «ho i baffi come lui ma non sono Stalin», ha detto ridendo di fronte ai media internazionali chiamati a raccolta per l’ultimo suo monologo hanno celebrato «la vittoria della democrazia e della trasparenza» nel paese sudamericano. Il voto di domenica scorsa in Venezuela per scegliere 23 governatori è stata infatti una frode senza precedenti ed allora fa ribrezzo il partito brasiliano PT del plurinquisito Lula che ha addirittura emesso un comunicato di giubilo al pari degli osservatori indipendentisti catalani che, con un manipolo di cubani, boliviani e nicaraguensi, hanno avallato la «trasparenza democratica del suffragio» del 15 ottobre scorso.

Molta più dignità di tutta questa combriccola amante delle democrazie stile Cuba e Corea del Nord dove pur si vota da decenni, con risultati che ça va sans dire confermano da sempre alla guida le famiglie Castro e Kim Jong col 99% dei suffragi – ha invece dimostrato il popolo chavista che, maggioranza sino alla morte di Chávez, domenica notte sapeva che la vittoria «straripante» dal presidente più odiato della storia del Venezuela era in realtà solo un trucco, mentre reale è la fame che il paese soffre. Non a caso quando la presidente del Consiglio elettorale venezuelano chavista (CNE), Tibisay Lucena ha annunciato che Maduro aveva stravinto le elezioni, non si è presentata anima viva a festeggiare sotto il balcone di Miraflores, il palazzo presidenziale. Mai successo in 19 anni (e 22 elezioni) di chavismo.

Tutti i sondaggi della vigilia davano tra 13 e 18 governatori all’opposizione, che surclassava nel computo generale dei voti il chavismo. E questo nonostante una serie macroscopica di irregolarità, a cominciare dalla tecnica adottata con successo in Nicaragua da Daniel Ortega del ratón loco, il «topo impazzito», che consiste nello spostare all’ultimo momento i seggi dove vota chi il regime sa essere contro di lui e in Venezuela lo sa bene sin dai tempi della famigerata «lista Tascón», che schedò tutti i venezuelani che nel 2004 votarono contro Chávez.

«A mia moglie hanno spostato il seggio dall’altra parte della capitale, troppo lontano e pericoloso per lei», spiega Gianni, un italiano residente a Caracas che si occupa di ristorazione. «Un milione chi sino all’ultimo minuto non sapeva dove andare», spiega al Giornale Nelson Bocaranda, l’Indro Montanelli venezuelano, giornalista tra i più stimati anche da Chávez, a tal punto che Fidel Castro lo voleva incontrare perché anticipò in modo esatto il decorso di ogni fase della malattia de El Comandante, dimostrando non solo ottime fonti ma anche un’umanità che colpì positivamente l’ex líder máximo. «Due ore prima dell’annuncio ufficiale le mie fonti chaviste mi avevano detto che avevano perso 15 governatori. Poi, invece, è successo che ne hanno vinti 18…».

Oltre ai soliti metodi sotto gli occhi di tutti (botte, minacce ed arresti ingiustificati, oggi in Venezuela sono oltre 600 i prigionieri politici e 2 milioni gli emigrati della dittatura, la maggioranza in Spagna, Italia e soprattutto Florida) Il Giornale ha indagato sul conteggio dei voti – del resto fu Stalin a dire «non è importante chi vota ma chi conta i voti» – e clamorose le scoperte inerenti la semi-sconosciuta società argentina Ex-Clé, scelta dal CNE chavista per sostituire la Smartmatic, che lo scorso 1 di agosto aveva denunciato «manipolazioni diffuse» e l’invenzione di «almeno un milione di voti in più» nelle elezioni dello scorso 30 luglio per nominare la Costituente comunista d’ispirazione cubana voluta da Maduro per sostituirla al Parlamento (la cui unica colpa è di essere in mano all’opposizione).

A differenza di Smartmatic, la Ex-Clé non ha nessun’altra esperienza elettorale, occupandosi soprattutto di biometria. Analizzando questa società fondata a Buenos Aires nel 1998 è evidente che gran parte degli introiti di questa sociedad anónima arriva dal regime bolivariano. Il Giornale ha tentato di parlare con i fratelli San Agustín, fondatori di Ex-Clé, ma ne è seguita una serie infinita di «sono in riunione». Resta il fatto che dal 2004 Ex-Clé inizia la sua espansione quando «apre il suo primo ufficio a Caracas» e, proprio grazie agli affari in Venezuela, fa il botto come ammette sul suo sito «offrendo soluzioni integrate di gestione per le compagnie e le entità governative» chaviste. Dal 2009 Ex-Clé sviluppa il sistema di raccolta delle tasse per Jorge Rodríguez, sindaco del comune Libertador, fratello di quella Delcy Rodriguez oggi presidente della Costituente comunista.

Ma non finisce qui. ExClé, tra il 2011 e il 2012 implementa tutto il sistema usato dal regime per convalidare l’identità dei 19 milioni di venezuelani abilitati per le presidenziali del 7 ottobre 2012 le ultime vinte da Chávez e dal 2013 è sua la tecnologia biometrica usata dalla Banca centrale del Venezuela.

E c’è dell’altro. Tra i dipendenti di Ex-Clé, Venezuela Il Giornale ha scoperto Alejandro Moncanut, già responsabile della sicurezza nella trasmissione dati del ministero dei Trasporti Terrestri. Ma soprattutto un radicale chavista come pochi che, da smanettone di lunga data, scrive impune sul suo account di Twitter, lo scorso 16 ottobre, «è il momento più che opportuno per mettere fuori legge Voluntad Popular (il partito del prigioniero politico Leopoldo Lopez, ndr») e VenteVenezuela (il partito di Maria Corina Machado, l’ultima vera leader dell’opposizione rimasta, ndr). Lo stesso Moncanut, sempre sul suo Twitter, si augura «fosse comuni» per i «fascisti» e gli «squallidi» che votano opposizione. Costui è uno degli uomini assunti da Ex-Clé in Venezuela per «vigilare e garantire la trasparenza e la regolarità del voto» e, naturalmente, è portato in palmo di mano dal Cne chavista e da Maduro. Molto meno apprezzato è invece Sergio Ramirez, alto grado in Venezuela di Ex-Clé, nonché già braccio destro di Tibisay Lucena al Cne ma fuggito da Caracas quest’anno, sottraendo due dischi rigidi del «sistema di voto più democratico al mondo» a detta dei compagni del PT brasiliano. Oggi Sergio Ramirez collabora – dischi rigidi alla mano – con le autorità Usa da un paese terzo.

Paolo Manzo

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