C’è molta più coesione fra il presidente Donald Trump e il suo team per la sicurezza nazionale rispetto al passato. Lo rivela il Wall Street Journal, che spiega come la velocità con cui si sono svolti gli eventi dall’uccisione del generale iraniano Soleimani in poi siano facilmente spiegati dall’affinità all’interno della nuova squadra di consiglieri per la sicurezza nazionale e militari che ora circonda il presidente. Secondo il Wall Street Journal, infatti, il team, che include il nuovo segretario alla Difesa Mark Esper, il capo di stato maggiore Mark Milley e il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien, insieme al segretario di stato Mike Pompeo, ha appoggiato la decisione del presidente di uccidere il comandante militare iraniano e si è subito mossa per eseguire gli ordini di Trump.

“Piena affinità con Donald Trump”

Sono lontani in tempi in cui il Presidente Donald Trump veniva “frenato” dal generale James Mattis o dall’ex Segretario di Stato Rex Tillerson. Secondo quanto riportato da the American Conservative, Mattis non avrebbe mai acconsentito all’operazione Soleimani e ha più volte dissuaso il presidente da azioni eclatanti. Ora The Donald può fare affidamento un team che supporto appieno la strategia di “massima pressione” dell’amministrazione americana contro Teheran. Mark Esper, sottolinea il Wall Street Journal, era un vecchio compagno di classe di Mike Pompeo e supporta l’idea di ridurre l’influenza iraniana nella regione. Robert O’Brien, avvocato diventato Consigliere per la sicurezza nazionale lo scorso 1° ottobre, è decisamente più “moderato” del suo precedessore, il “falco” neoconservatore John Bolton, mentre il generale Milley, che ha assunto l’incarico a settembre, è più disposto, rispetto al suo precedessore Joe Dunford, ad affrontare direttamente Teheran e pronto ad assumersene i rischi.

Il senatore Lindsey Graham, che avrebbe consigliato a Donald Trump di procedere con l’eliminazione di Soleimani, ha confermato che i nuovi consiglieri “comprendono il presidente. C’è grande affinità tra di loro”. Il generale Milley, ha osservato Graham, “è la sorpresa più grande. È molto più disposto a correre dei rischi per raggiungere i propri obiettivi”. Graham, che è anche a capo del comitato giudiziario del Senato e ha un ruolo chiave nella difesa di Trump nel processo di impeachment, così come nella contro inchiesta sul Russiagate, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nel persuadere il presidente a dare l’ok all’opzione estrema di uccidere Soleimani. The Donald ha preso la sua decisione mentre si trovava nel suo resort a Mar-a-Lago, dove il senatore Graham era stato ospite per qualche giorno. Secondo il Daily Beast, nella settimana che ha preceduto l’attacco, Trump ha iniziato a “lasciare indizi ai soci e ai frequentatori del club che stava per succedere qualcosa di enorme”, e “ha detto specificamente che era stato in stretto contatto con la sua massima sicurezza nazionale e consulenti militari sulle opzioni da valutare per un’azione aggressiva che potrebbe concretizzarsi rapidamente”.

Mike Pompeo: “Non sappiamo dove e quando Soleimani avrebbe colpito”

All’indomani dell’uccisione di Soleimani, Donald Trump ha spiegato che il generale iraniano “ha ucciso o ferito gravemente migliaia di americani durante un lungo arco di tempo e stava complottando per ucciderne molti altri… ma è stato preso”. Tuttavia, il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato a Fox News che gli Stati Uniti non sapevano dove o quando il generale iraniano Qasem Soleimani stesse pianificando di attaccare le truppe Usa stanziate in Medio Oriente. “Non c’è dubbio che ci sarebbero stati una serie di imminenti attacchi pianificati da Qasem Soleimani”, ha detto Pompeo pur ammettendo che “non sappiamo esattamente quando e non sappiamo esattamente dove, ma era reale”.

Secondo la Cnn, oltre a Lindsey Graham, sarebbe stato proprio Mike Pompeo a convincere Donald Trump a far fuori il generale della Brigata al-Quds. Non sorprende, viste le posizioni dello stesso Pompeo. Il Segretario di Stato americano è “un avversario di lunga data della Repubblica islamica, e da anni sostiene una politica di regime change a Teheran”, osserva il The Middle East Institute. “Ha sempre lavorato per preparare il terreno a un conflitto militare tra Stati Uniti e Iran”. Un’ostilità che ha promosso anche da direttore della Cia, nei suoi 14 mesi di lavoro.

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