Quello tra Stati Uniti e Israele non è un legame soltanto politico o strategico. A spiegarlo a Gli Occhi delle Guerra è Morris Mottale, professore di Relazioni Internazionali, esperto di Medio Oriente e presidente di facoltà presso il dipartimento di scienze politiche della Franklin University, università americana con sede in Svizzera. Washington e Tel Aviv considerano le proprie missioni come messianiche e universali e condividono un insieme di valori economici e confessionali che affondano le proprie radici nell’interpretazione calvinista dell’ Antico Testamento.Professor Mottale, nel mondo arabo e non solo lo Stato d’Israele viene considerato come la longa manus degli Stati Uniti. A cosa è dovuta questa associazione? I rapporti tra Stati Uniti e Israele sono certamente stretti, ma non esclusivi e la storia lo dimostra. Il sionismo e Israele sono infatti una creazione degli ebrei dell’Europa orientale e non di quelli americani. Questi ultimi si sentivano, per la maggior parte, cittadini americani e in loro non era presente un così forte desiderio di avere una propria terra come lo era negli ebrei orientali. È dall’Europa orientale, più precisamente da Budapest, che proveniva Theodor Herzl,  il teorizzatore del nazionalismo ebraico di stampo ottocentesco oggi conosciuto col nome di sionismo. È dalla Polonia che proveniva Ben Gurion, padre fondatore di Israele.  Ed è da lì che partirono i primi importanti flussi migratori ebraici verso la Palestina nei primi del ‘900. Dopo la seconda guerra mondiale i gruppi ebraici americani certamente sostennero la creazione dello Stato d’Israele anche tramite pressioni politiche all’interno del Congresso, ma ciò non basta per spiegare il rapporto che si andò a creare tra Washington e Tel Aviv. Inizialmente, infatti, a sostenere militarmente il neonato Stato ebraico non furono gli americani in modo particolare, ma soprattutto la Francia – con la fornitura dei propri aerei militari – e l’Unione Sovietica, che per prima riconobbe lo Stato d’Israele.A cosa si deve dunque il salto di qualità nei rapporti israelo-americani?A niente di più che alle logiche di Guerra Fredda. Ciò che spinse Truman a riconoscere Israele non furono soltanto le pressioni degli ebrei americani, ma soprattutto il timore che il neonato Stato potesse finire sotto la protezione sovietica. Durante il bipolarismo il Medio Oriente andò ad assumere un’importanza particolare, basti pensare che la Nato venne creata inizialmente come mezzo di sostegno militare alla Grecia e alla Turchia in funzione anti-sovietica. In questo contesto Washington e Mosca facevano a gara a contendersi i vari Paesi della regione, tra i quali Israele, che si mantenne in buoni rapporti con entrambi fino al 1967.Poi cosa successe?L’Unione sovietica aveva instaurato stretti rapporti con i Paesi non-allineati, con quegli Stati che in nome del nazionalismo pan-arabo cercavano una terza via tra capitalismo e comunismo e i cui principali interpreti erano l’Egitto di Nasser e la Siria di Assad. Quando i rapporti tra questi e Israele deteriorarono più profondamente che mai la leadership sovietica scelse di sostenere i non-allineati, rompendo così con Israele. Che di conseguenza non pose più freni ai propri legami con gli americani. È in questo periodo che si delinearono le alleanze regionali degli Stati Uniti oggi spesso ancora in vigore: se da una parte l’Unione sovietica appoggiava il nazionalismo arabo, dall’altra Washington iniziò a sostenere, oltre che Israele, anche l’Iran dello scià e l’Arabia saudita. E’ con il 1968, però, che si sviluppò il legame più profondo tra America e Israele. Che divenne non solo politico e strategico, ma anche valoriale e confessionale.Cosa generò questo rafforzamento?In quell’anno si affermarono negli Stati Uniti i movimenti protestanti-evangelici, che col tempo assunsero il nome di neo-conservatori. La loro esasperazione delle radici protestanti e calviniste degli Stati Uniti portò ad un totale sostegno ideologico, valoriale e confessionale alla causa israeliana: la cui esistenza e sopravvivenza venne interpretata da molti leader protestanti come parte della missione che Dio aveva affidato agli Stati Uniti. Il raggiungimento degli obiettivi cristiano-messianici venne collegato al ritorno degli ebrei in Israele, la cui sopravvivenza venne vista come un mezzo indispensabile per garantire il ritorno di Gesù in terra. I neo-conservatori divennero maggioritari all’interno del Partito Repubblicano, che da allora è stato il principale promotore di questi rapporti.Rapporti, quelli tra America e Israele, che sono anche e soprattutto ideologici…Sì. La fondazione stessa degli Stati Uniti affonda le proprie radici nell’Antico Testamento e deve la propria legittimazione religiosa dalla colonizzazione dei puritani inglesi. I primi coloni inglesi che giunsero oltreoceano si ispiravano agli elementi utopici del calvinismo inglese, che vedeva la colonizzazione delle Americhe come un esperimento della ricostruzione di un’utopia politica fondata su valori biblici. Volevano fondare un mondo cristiano legittimato da una interpretazione materialista radicale dell’Antico Testamento. L’influenza protestante sui valori civili americani  risente dunque fortemente dell’influenza del calvinismo e delle analogie che la sua interpretazione della Bibbia vede tra i comportamenti economici degli ebrei e quelli dei puritani.Come si traduce questo legame nelle scelte di politica estera americana? Le dinamiche che determinano il processo decisionale americano in politica estera rispondono esclusivamente agli interessi americano e non a quelli israeliani come alcuni dicono. Le radici comuni tra i due Paesi fanno però sì che spesso le priorità coincidano. Nonostante la comunità ebraica americana sia la più nutrita al mondo dopo quella israeliana, essi rappresentano solo il 2per cento della popolazione, una percentuale insignificante che non spiega il forte consenso-pro israeliano diffuso nell’opinione pubblica. Israele viene visto oggi da molti americani come l’avanguardia per la propria missione messianica di esportazione della democrazia, opposta alla crescita del fondamentalismo islamico.Eppure Lei spiegava prima come gli Stati Uniti abbiano forti alleanze anche con Paesi islamici radicali. Come nel caso dell’Arabia saudita.E’ vero. Il conflitto tra sciiti e sunniti sta cambiando gli equilibri all’interno del Medio Oriente. Se prima, nonostante le già esistenti differenze, tutti i musulmani riconoscevano una reciproca fratellanza e consideravano gli ebrei come il proprio grande nemico comune, oggi non è più così. L’esempio più emblematico in tal senso è l’apertura dell’Arabia Saudita a Israele, con il quale si sta realizzando una cooperazione mai vista. Il ragionamento che fanno i sauditi è molto semplice: odiamo gli ebrei, ma prima di loro odiamo gli sciiti.Fino a dove può portare questo asse saudita-israeliano-americano?Tutto dipenderà dagli sviluppi nella conflittualità tra sauditi e iraniani. Il governo saudita è in difficoltà, è consapevole della propria inferiorità militare rispetto all’Iran, le cui truppe impiegherebbero poche ore ad arrivare a Riad. I suoi rapporti con l’alleato americano sono diventati più precari a causa della sospensione delle sanzioni contro l’Iran e per questo cerca nuovi forti alleati e corteggia Israele. Determinanti saranno poi anche gli sviluppi dei rapporti tra Israele e la Russia, che negli ultimi anni sono migliorati. Gli ebrei russi residenti in Israele rappresentano un bacino elettorale molto importante per il governo ebraico e Putin ha tutto l’interesse a sviluppare forti relazioni con Tel Aviv per trovare uno sbocco energetico sul Mediterraneo. Non dobbiamo poi dimenticare che Putin è un nazionalista romantico, che vuole rinvigorire l’identità dei russi all’interno di un mondo multipolare. E concede la nazionalità immediata a tutti i russi che si trovino fuori dai confini nazionali. Rimanendo per questo molto legato anche agli ebrei russi di Israele.@luca_steinmann1

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