Il “day after” di Fayez Al Sarraj, all’indomani dell’incontro con il presidente del consiglio Giuseppe Conte, non deve essere stato molto semplice. Il premier libico, adesso in viaggio verso Berlino dopo aver lasciato Roma, esaminando l’incontro di mercoledì a Palazzo Chigi avrà notato alcune discrepanze rispetto alle posizioni dell’omologo italiano che, di certo, non possono far ritenere un successo pieno la sua incursione in Italia. E che, soprattutto, non lasciano presagire nulla di buono in vista della prosecuzione dei suoi tour all’estero tra Berlino e New York (dove parteciperà alla sessione plenaria dell’assemblea delle Nazioni Unite).

Una diversa visione sul ruolo di Haftar

Nel comunicato finale lanciato dai portavoce del governo di Al Sarraj dopo l’incontro con Conte, si esprime soddisfazione per la posizione dell’Italia al fianco di Tripoli: “Apprezziamo il rifiuto dell’Italia dell’aggressione su Tripoli – si legge – e per il sostegno di Roma al processo democratico in Libia”. In effetti da questo punto di vista, la linea del nostro paese non si schioda di un millimetro da quella tenuta negli ultimi anni: l’unico governo riconosciuto dall’Italia è quello di Al Sarraj, stanziato a Tripoli e riconosciuto anche dalle Nazioni Unite e da gran parte della comunità internazionale.

Ma non tutto va nella direzione sperata dal capo del governo libico. In realtà, nella seconda parte del comunicato, esce fuori una decisa divergenza tra Tripoli e Roma. Al Sarraj infatti, specifica che il riconoscimento da parte italiana del suo governo è importante per ribadire come “l’aggressore (con riferimento ad Haftar, ndr) non è più un partner del dialogo politico”. Più che un’errata interpretazione della posizione italiana, quella di Al Sarraj sembra una forzatura volta a mascherare il più possibile la divergenza di vedute in merito con il governo di Roma.

Da Palazzo Chigi infatti, più volte ribadiscono come il riconoscimento del solo governo di Al Sarraj non implica necessariamente il dialogo solo con Tripoli. Al contrario, fonti della presidenza del consiglio in queste ore sottolineano come il generale Haftar rimane comunque un interlocutore visto il suo peso nello scenario libico e l’imprescindibilità nel trovare allo stallo libico una soluzione solo politica. Anche perché, come si chiarisce sempre da Palazzo Chigi, nell’incontro di mercoledì lo stesso Conte avrebbe chiesto ad Al Sarraj l’allontanamento delle milizie estremiste tra le fila delle forze che combattono per il suo governo. Quasi un implicito riconoscimento, come sottolineano diversi analisti, della validità dell’operazione giudicata anti terrorismo di Haftar.

Continua il tour internazionale di Al Sarraj

Ecco perché quello di mercoledì non può essere considerato un successo per il premier libico. Ancora una volta, Fayez Al Sarraj prova a convincere i governi a sé più vicini a considerare Haftar un mero criminale di guerra. Se questo al premier libico riesce con i suoi partner regionali, a partire da quella Turchia che fornisce droni ed armi a Tripoli in funzione anti Haftar, puntualmente l’obiettivo non viene raggiunto con gli alleati in Europa. Questi ultimi non hanno interesse a farsi trascinare in un conflitto che oramai è sempre più una guerra per procura tra i vari attori mediorientali ed arabi. Al contrario, i paesi del vecchio continente provano invece a mediare tra le parti nel tentativo (finora non andato a buon fine) di porre fine al caos in Libia.

Per questo la prosecuzione del tour di Al Sarraj che, come detto prima, andrà adesso a Berlino ed a New York, non sembra destinata ad essere coronata da successo. Almeno dal punto di vista del premier libico. A farlo notare sono gli stessi alleati a Tripoli del premier libico: “Tutti questi incontri sono una perdita di tempo ed un ‘illusion marketing’ – dichiara Abdel Rahman al Shatir, membro del Consiglio di Stato – In quanto danno la possibilità al criminale di guerra Khalifa Haftar di continuare a combattere e distruggere le infrastrutture ostacolando la vita dei cittadini”.

Al Sarraj dal canto suo, spera di avere più visibilità e credito a livello internazionale per quanto meno provare a condannare la guerra di Haftar. Difficile che ciò accada, così come è difficile che lo stallo in cui versa la Libia possa sbloccarsi.

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