L’Italia conserva il primato di “euroscetticismo”. Come rileva un sondaggio dell’Eurobarometro pubblicato dal Parlamento europeo, il nostro è il Paese più euroscettico di tutta l’Ue, con appena il 37% della popolazione che ritiene che l’appartenenza all’Ue sia un fattore positivo. Come riporta l’Agi, complessivamente, nei 28 Stati membri il 59% degli intervistati ritiene che l’appartenenza all’Ue sia positiva per il loro paese. I Più entusiasti sono gli irlandesi e i lussemburghesi (81%) seguiti dagli olandesi (79%), mentre in fondo alla classifica ci sono Regno Unito (42%) e Repubblica ceca e Italia (37%). Il Regno Unito è l’unico paese che supera l’Italia in termini di opinioni negative sull’appartenenza all’Ue con il 24%. Il 48% degli italiani, inoltre, si dice insoddisfatto di come funziona la democrazia nell’Ue, contro il 44% di soddisfatti. Italia e Romania spiccano, rispettivamente con il 27% e il 22% dei cittadini che affermano che il loro interesse per le questioni europee è diminuito nell’ultimo anno.

In 14 Paesi il grado generale di soddisfazione per la democrazia europea è maggiore rispetto a quello nazionale. Accade in Bulgaria, Croazia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. L’analisi sociodemografica mostra che le categorie con un maggiore interesse per gli affari europei sono in gran parte i gruppi sociali che si sono recati alle urne in occasione delle elezioni europee del 2019: 28% dei giovani afferma di avere oggi un interesse maggiore per le questioni europee, così come il 31% degli studenti e il 35% dei manager.

Italia, cresce la sfiducia

Il sondaggio dell’Eurobarometro conferma i contenuti del rapporto del Censis, pubblicato pochi giorni fa. Come riportato da IlGiornale.it, nel nostro Paese domina l’incertezza: è questo lo stato d’animo del 69% di chi vive nel nostro Paese. La sfiducia non è rivolta solo alla politica e alla burocrazia: il 75% degli italiani, infatti, non si fida più degli altri, il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada. Dopo gli incerti, ci sono i pessimisti (17%), che lasciano sul gradino più basso del podio gli ottimisti, che risultano solo il 14%.

Confermato dunque il rapporto complicato con l’Unione europea, rilevato anche dal Censis: il 62% degli italiani è convinto che dall’Ue non si debba uscire, ma il 25%, uno su quattro, è invece favorevole all’Italexit. A poco meno di vent’anni dall’introduzione della moneta unica, il 61% dice no al ritorno della lira e il 24% è invece favorevole. Inoltre, se il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alla frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione di merci e persone, il 32% sarebbe invece per rimetterle.

Ecco perché in Italia domina l’euroscetticismo

Il sentimento di disillusione e diffidenza degli italiani nei confronti dell’Unione europea è frutto di una crisi che appare senza fine. Secondo i dati della Banca di Italia, il tasso di disoccupazione in Italia è salito dal 6,7% del 2008 al 12,7% nel 2014 (con una punta del 13,5% toccata nel primo trimestre dell’anno), per poi assestarsi all’11,2% nel 2017. Se si guardano i numeri puri, gli italiani disoccupati erano nel 2008 1,6 milioni, mentre nel 2014 sono più che raddoppiati arrivando a sfiorare i 3,5 milioni. Nel 2008 era pari al 21,2%, nel primo trimestre del 2014 ha avuto un picco fino al 46,2%, per poi scendere al 31% nell’agosto 2018. Nel 2008 i ragazzi fra i 15 e i 24 anni senza un lavoro erano 388mila, nell’anno più duro della crisi, il 2014, sono diventati 743mila.

Per quanto riguarda il reddito, riporta Pagella Politica, secondo l’istituto di statistica dell’Ue, dal 1999 al 2018 (ultimo dato disponibile) il reddito medio degli italiani – calcolato senza tenere conto dell’inflazione è cresciuto dell’1,21 per cento, passando dai 26.440 euro del 1999 ai 26.760 euro del 2018. Ciò significa una crescita annua media dello 0,06 per cento. Fino alla crisi finanziaria globale, tra il 1999 e il 2007, il reddito pro capite italiano è aumentato dell’8,6 per cento, passando da 26.440 euro a 28.730 euro. A seguito della doppia recessione che ha colpito l’Italia nel 2008 e nel 2013, il reddito pro capite è però calato fino a scendere sotto al valore del 1999, attestandosi nel 2014 a 25.420 euro (–3,8 per cento rispetto al 1999). Secondo uno studio della Cgia, riportato dall’Adnkronos, dal 2007, anno che precede la crisi economica, le famiglie italiane hanno ‘tagliato’ consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. A farne le spese soprattutto le piccole botteghe artigiane ed i negozi che dal 2009 ad oggi, in meno di 10 anni, sono diminuite del 12,1%, circa 178.500 unità, mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità, -3,8%. Una perdita che complessivamente registra la sparizione di quasi 200 mila negozi di vicinato in 10 anni.

La stagnazione economica italiana, unita alla crisi dei rifugiati, che negli anni scorsi ha investito in modo particolare l’Italia e i Paesi del Sud Europa, ha contribuito ad alimentare gli “umori” euroscettici rilevati dall’Eurobarometro. Che non dovrebbero affatto sorprendere, se si vuole fare i conti con la realtà.

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