Il 26 marzo è tempo di tornare alle urne in Egitto, per la terza consultazione presidenziale dalla fine del regime di Mubarack; dopo le elezioni del 2012 che hanno incoronato i Fratelli Musulmani ed il presidente Morsi, nel 2014, a seguito del colpo di Stato del luglio 2013, le consultazioni hanno premiato in maniera quasi plebiscitaria l’ex generale Al Sisi, il quale ha ricevuto il 96% dei consensi a fronte del 4% dell’unico sfidante Sabadhi. Le elezioni del prossimo marzo non sembrano presentarsi così diverse dallo scenario di quattro anni fa: il 31 gennaio è stata diramata la lista ufficiale dei candidati alla presidenza ed Al Sisi ha un unico avversario, che risponde al nome di Mustafa Moussa, leader del partito Al Ghad. La competizione dunque appare tutt’altro che aperta: la rielezione di Al Sisi per un secondo mandato sembra scontata, al momento non c’è nulla che fa prefigurare un imminente cambiamento di leadership al timone del governo del Cairo.

Chi è l’unico sfidante di Al Sisi

Come riferisce AgenziaNova, secondo la legge elettorale egiziana per candidarsi alla presidenza servono le firme di almeno 25 deputati nel caso in cui non si raggiungano le 20.000 firme popolari; Moussa ha l’appoggio di 20 deputati e non ha raggiunto la cifra minima richiesta dalla norma, pur tuttavia la sua candidatura è stata accettata e questo dà il segno del clima che si respira al Cairo. Di fatto, Moussa appare come un candidato utile a dare una parvenza di normalità a queste elezioni, tanto è vero che nemmeno lo stesso Al Sisi ha fatto ricorso per evidenziare le anomalie che dovrebbero costringerlo al ritiro; ma non solo: Moussa, assieme al suo partito Al Ghad, fino a quindici giorni fa sosteneva la candidatura di Al Sisi e nel 2014 ne era addirittura uno dei principali sponsor politici. Di fatto, l’unico sfidante dell’attuale presidente egiziano è uno dei suoi più importanti sostenitori, il repentino cambiamento di idea, che lo ha portato a candidarsi contro Al Sisi, è apparso come un palese tentativo di evitare che l’ex generale possa ritrovarsi ad essere l’unico in lizza.

I candidati ritirati nei mesi precedenti

Eppure in Egitto la linea politica di Al Sisi non è l’unica diffusa nel paese; prima di cercare tra i propri sostenitori l’unico sfidante ufficiale, l’attuale leadership si è vista mettere in discussione da diversi oppositori che già da mesi avevano annunciato l’intenzione di candidarsi alla presidenza. Tra questi, a spiccare è stato senza dubbio Ahmed Shafiq: volto popolare nel paese, il suo è un nome di alto profilo essendo stato capo dell’aviazione e primo ministro per circa un mese nell’era immediatamente successiva a Mubarack, oltre che sfidante di Morsi nel ballottaggio del 2012. Ma non solo: Shafiq è uno dei più critici al governo di Al Sisi, tanto da andare via dal paese per diversi anni, rifugiandosi in quella Abu Dhabi da cui ha annunciato lo scorso novembre la candidatura; ancora pochi giorni e proprio dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti l’ex primo ministro è stato prelevato, il 2 dicembre portato al Cairo e rinchiuso all’interno di un hotel senza possibilità di comunicazione. Quanto accaduto all’interno di quella detenzione, o presunta tale visto che non ci sono in tal senso comunicazioni ufficiali delle autorità, non è dato sapere ma, di fatto, l’unica cosa che può avere una certa valenza in vista delle elezioni ha riguardato l’annuncio, letto dallo stesso Shafiq il 7 gennaio scorso, della rinuncia alla candidatura.

Un altro papabile sfidante era indubbiamente Sami Afez Anan, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito; il 23 gennaio scorso ha annunciato anch’egli la sua candidatura, pronto esplicitamente a sfidare Al Sisi: un cavillo burocratico ha fatto sì che Anan non solo è stato costretto al ritiro dalla corsa presidenziale, ma che contro di lui si scatenasse un processo militare che gli è valso anche l’arresto. Infatti, nel momento dell’annuncio Anan non aveva ancora chiesto alle forze armate il permesso di candidarsi e risultava dunque iscritto nel registro dei militari; un fatto questo che equivale ad un’intrusione nel processo politico di un membro dell’esercito, da qui l’arresto ed il processo militare che si svolgerà nei prossimi mesi. Fuori dunque, dalla corsa del prossimo 26 marzo, anche lui; dopo gli arresti di Shafiq ed Anan, l’unico candidato in grado di poter raccogliere un certo consenso, era indubbiamente Khaled Alì: avvocato ed attivista molto attivo in piazza Tahir durante la cosiddetta ‘primavera araba’, Alì dopo le detenzioni dei principali avversari di Al Sisi ha deciso di gettare la spugna, invitando al boicottaggio delle elezioni del 26 marzo.

Secondo Alì non esistono le condizioni per un regolare svolgimento delle consultazioni, in una recente intervista ha chiamato ‘farsa’ l’attuale campagna elettorale lanciando come slogan ‘restate a casa’.

La popolarità di Al Sisi tra gli egiziani

Al netto però degli arresti e dell’impossibilità di candidarsi per i più accreditati rivali dell’attuale presidente egiziano, per analizzare la situazione politica del paese africano alla vigilia delle elezioni è bene anche prendere in considerazione un altro fattore: la fiducia di cui gode Al Sisi tra la popolazione. E’ un Egitto molto affaticato quello che andrà, bisognerà vedere con quanta partecipazione, alle urne il prossimo 26 marzo: l’economia arranca, il paese non ha superato lo shock causato nel 2011 dalla traumatica fine dell’esperienza di Mubarack, ma soprattutto vi è il pericolo causato dalla minaccia terroristica sia dell’ISIS che di altre sigle islamiste; in tutto questo, la figura dell’ex generale emerge come l’unica, almeno secondo gran parte della popolazione egiziana, in grado di garantire una parvenza di stabilità. Del resto, nel 2014 Al Sisi ha promesso il pugno duro ed è in tal modo che si è assicurato il sostegno di ampie fette dell’opinione pubblica.

Oggi forse il suo elettorato è più disilluso, anche se ancora pronto a votarlo: rispetto a quattro anni fa, in tanti lo considerano l’unico al momento in grado di governare ma nessuno si aspetta miracoli da lui; pur tuttavia, la realtà parla chiaro: a prescindere dal giudizio che si può dare dell’operato di Al Sisi, tanto in politica interna quanto estera, sarà ancora lui a guidare il paese almeno fino al 2022. E’ questo il responso già scritto delle elezioni del prossimo 26 marzo.  

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