Sono notizie drammatiche e immagini sconvolgenti quelle che stanno arrivando da Karthoum nelle ultime ore. Lunedì infatti l’esercito sudanese ha aperto il fuoco sulla folla, provocando la morte di 60 manifestanti e introducendo brutali misure repressive nei confronti dell’opposizione e dei dimostranti. Per fare un po’ ordine e comprendere meglio ciò che sta accadendo nel Paese africano, occorre fare però un piccolo passo indietro all’ 11 aprile, giorno in cui, dopo 30 anni, il presidente autoritario Omar al Bachir, ha capitolato e il potere è stato preso dal Consiglio Militare di Transizione.

Con il cambio della guardia, subito sono state aperte trattative e negoziati tra i militari e la società civile, nello specifico con l’Alc (Alleanza per la libertà e il cambiamento), la sigla che raccoglie i principali gruppi della cittadinanza attiva che in questi ultimi mesi si sono contraddistinti per aver organizzato proteste pacifiche in tutto lo stato. L’accordo tra l’esercito e i cittadini sudanesi prevedeva che sarebbe iniziato un periodo di transizione della durata di tre anni e dopo il potere sarebbe passato a un’amministrazione civile. E durante questi tre anni il parlamento avrebbe dovuto essere composto da trecento membri, e 200 di loro sarebbero dovuti appartenere all’Alc e ad altre formazioni politiche. Dal 20 maggio però hanno iniziato a manifestarsi incomprensioni e nette divergenze tra le parti. Miliari e società civile non sono riusciti infatti ad arrivare alla formazione di un governo perché entrambe le componenti, quella militare e quella civile appunto, volevano prendere il controllo dell’esecutivo e quindi della transizione.

Proteste e manifestazioni hanno ripreso ad animare le vie di Karthoum sino a lunedì quando si è svolto il massacro. Le forze armate sudanesi, appoggiate dalle Rsf (Forze di sostegno rapido), hanno attaccato a più riprese un sit-in installato da otto settimane davanti al quartiere generale dell’esercito. I soldati regolari e i paramilitari hanno aperto il fuoco sui dimostranti, uccidendo oltre 60 persone, (all’inizio le stime parlavano di 35 morti), ferendone più di 650 e si annoverano arresti e sparizioni. Quanto avvenuto nelle strade della capitale sudanese, oltre a essere un massacro che provoca sconcerto e sconvolge, indica anche la fine di qualsiasi speranza di avvenire democratico. Molti analisti e osservatori internazionali avevano definito le proteste incominciate in Sudan nel dicembre del 2018 come l’inizio della ”primavera sudanese” e, dopo la caduta di Bachir, questo sentimento si è acuito e l’arresto del dittatore è stato tradotto in un’imminente e tangibile epifania di democrazia e riforme civili.

Con il massacro di lunedì però i sogni e le speranze di una palingenesi democratica e partecipativa si sono sbriciolati sotto i colpi dei fucili mitragliatori. A poche ore dal massacro il generale Abdel Fatah al-Bhuran, capo del Consiglio Militare di Transizione, ha diffuso un comunicato alle televisioni sudanesi attraverso il quale ha annunciato la rottura con l’opposizione e ha indetto nuove elezioni entro nove mesi e, secondo quanto ha dichiarato, i ministri avranno il compito di far arrestare tutti i membri del vecchio regime, preparare un ambiente propizio alla svolgimento del voto e poi, riguardo a quanto accaduto lunedì, ha parlato di danni collaterali e ha smentito qualsiasi utilizzo della forza per disperdere i manifestanti.

La società civile, e nello specifico l’Alc ha replicato dichiarando di interrompere a sua volta qualsiasi rapporto con i militari e invitando la popolazione sudanese a partecipare a scioperi e dimostrazioni pacifiche.

Ma come si è arrivati a questa rottura e all’impiego della forza? Occorre guardare non solo a quanto sta avvenendo per le strade di Karthoum ma agli incontri fatti dal Cmt con Egitto, Emirati e Arabia Saudita. Questi tre Paesi infatti hanno cercato di ”impossessarsi” della rivoluzione sudanese dopo che Bachir è stato arrestato.

L’Egitto, vicino del Sudan, stando a quanto spiegano analisti e africanisti come Nesrin Malik, editorialista del The Guardian, non ha nessun interesse ad avere un governo civile come vicino. Sisi aveva già incontrato il generale Abdel Fatah al-Bhuran dopo che i colloqui con l’opposizione sudanese erano saltati e, sebbene ora il leader egiziano abbia promesso di supportare le istanze del popolo sudanese, in realtà è evidente che un governo amico, composto da generali, capace di arginare eventuali infiltrazioni islamiste e spinte democratiche nella regione, sia la prospettiva per lui più favorevole. E inoltre il Cairo, approfittando di rapporti cordiali di buon vicinato, potrebbe anche ottenere concessioni per lo sfruttamento delle acque del Nilo.

Per quel che riguarda le monarchie del Golfo, la figura ponte tra queste e il Sudan è un altro generale, Mohammed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, leader delle Rsf, e noto già durante il regime di Bachir per la sua brutalità. È Dagalo il punto di contatto tra il Paese africano e i vicini arabi, è lui che ha promosso l’invio di soldati, di cui anche bambini, in Yemen, a fianco della coalizione saudita e proprio negli ultimi giorni questa cooperazione militare si è rinforzata. Il Sudan continua a supportare con i suoi uomini il fronte saudita in Yemen e in cambio riceve 3 miliardi di dollari in aiuti da parte di Emirati e Arabia.

E l’Onu? Martedì, a seguito delle violenze avvenute a Karthoum, Gran Bretagna e Germania durante una riunione del Consiglio di Sicurezza hanno chiesto l’approvazione di una risoluzione che condannasse le uccisioni e pretendesse che le potenze mondiali facessero pressione sui militari, ma la riunione a porte chiuse si è tradotta in un nulla di fatto dal momento che Cina e Russia si sono opposte alla risoluzione.

E così mentre connivenze e silenzi internazionali stanno aiutando e dando appoggio alla giunta militare , le notizie che trapelano dal Paese africano parlano di una situazione di terrore e panico diffusa: immagini di paramilitari che esultano dopo il massacro, testimonianze di strade completamente deserte e pattugliate soltanto da uomini dell’ esercito e delle forze speciali, connessioni a internet interrotte e il numero degli arrestati è ancora incerto. Il timore è quindi che quanto avvenuto lunedì possa essere solo l’inizio di un periodo di violenza e scontri che pare delinearsi, in modo sempre più nitido, all’orizzonte sudanese.

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