Esiste una politica fatta di proclami di breve periodo ed esiste una visione strategica, i cui orizzonti si configurano nell’arco di anni.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali con cui l’Egitto continua a rassicurare Arabia Saudita e Lega Araba, è facile intendere quanto i rapporti tra il Cairo e Riad siano lontani dall’essere ottimali.

Molto dipende dallo stato delle relazioni tra Egitto e Iran, la cui distanza si allunga e si accorcia di continuo. Dall’odio dei tempi di Nasser, quando Teheran era la culla dello scià “servo degli americani”, si è passati all’amicizia del periodo Sadat.

La traiettoria egiziana di quegli anni archiviava la crisi di Suez e guardava a Occidente; se da un lato avvicinava l’Egitto a Israele sfociando negli accordi di Camp David, dall’altra ne comportava l’espulsione dalla Lega Araba (che dal Cairo si spostava a Tunisi), costando la vita allo stesso Sadat.

Ci sono volute la rivoluzione islamica e Khomeini per ribaltare ancora il tavolo: fu Teheran a ripudiare l’America; al Cairo viceversa spettò il ruolo di portaborse dell’Occidente e l’eterna diffida del mondo arabo antisionista.

L’ostilità fra i due Paesi ha superato spesso le soglie della provocazione. L’esilio dato dall’Egitto allo scià Reza Palhavi venne vendicato dall’Iran con strade intitolate a Khalid al-Islambuli, l’assassino di Sadat. Al sarcasmo lugubre della politica, sono seguite le forniture di armi: gli iraniani, armati per anni dagli Usa, iniziarono a guardare a Urss, Cina e Corea comunista; a corte dei faraoni al contrario, i T-62 vennero affiancati dagli Abrams, simbolo del nuovo Egitto e del trentennio Mubarak.

Questo equilibrio è continuato fino a ieri e ha fatto da sfondo al peso demografico e politico dei due Paesi, rispettivamente riferimenti di culture vicine ma reciprocamente sospettose: quella persiana e quella araba.

Nonostante la vocazione alla grandezza, per decenni le due nazioni sono rimaste però depotenziate, poli di un mondo islamico diviso (l’Egitto sunnita e l’Iran sciita) e molto lontano dai ruoli di protagonista che entrambe avrebbero potuto recitare.

Per decenni l’Iran, capofila dell’antiamericanismo con l’aggravante di essere la più pericolosa tra le nazioni antisioniste del mondo, è restato dietro la lavagna; l’Egitto ha invece galleggiato abulico fra i “Paesi di mezzo”, dove ha vivacchiato a cavallo fra Occidente e mondo arabo, immerso nei suoi disagi sociali, nelle sue povertà e in una riottosità jihadista crescente. In sostanza, per molto tempo Teheran è apparsa come un pavone senza piume; il Cairo, come un’aquila senza artigli.

Il depotenziamento controllato dei due Paesi è stata una necessità più che un caso della Storia. In quarant’anni di continuità politica, gli ayatollah di Teheran non hanno mai smesso di puntare la spada verso Gerusalemme; la corrotta oligarchia di Mubarak viceversa, ha continuato a fare da coperchio ad una bomba socio-demografica culla di molte sigle jihadiste che oggi fanno paura.

Va ricordato che sul pianeta Terra, quasi un quarto degli arabi sono egiziani e il 70% dei musulmani sciiti sono iraniani. Ritrovarsi due potenziali colossi geopolitici a mezzo servizio, a maggior ragione se contrapposti tra loro, alla fine è convenuto a tutti.

Le cose però cambiano.  Il dopo-Mubarak è stato traumatico e c’è voluto un golpe per mettere fine alla possibile deriva egiziana. All’interregno dei Fratelli Musulmani di Morsi che aveva comunque lasciato il segno con la prima visita ufficiale di un presidente egiziano a Teheran nel 2012, è seguita la stagione di Al Sisi.

La continuità con la stabilità coercitiva di Mubarak c’è stata, ma il nuovo uomo forte egiziano ha intrapreso un cammino tutto suo, facendo dell’Egitto una piattaforma per nuovi equilibri in tutto il Medio Oriente.

È indiscutibile che alcune scelte di politica estera abbiano configurato la nuova dirigenza al Cairo in aperto contrasto con gli schemi filo-occidentali a cui ormai eravamo abituati:

1. In Libia, l’Egitto ha trasformato la Cirenaica in protettorato, occupando la mezzaluna petrolifera e tutti i centri strategici attraverso l’alleato Haftar. Il generale libico continua ad essere l’alter ego di Al Serraj, voluto da ONU e Occidente. L’unico argine reale alle potenziali derive islamiste di Tripoli è stato proprio il parlamento ombra di Tobruk, di cui Haftar e l’Egitto sono la mano armata.

2. Collegato con la strategia libica, c’è l’avvicinamento alla Russia di Putin, con cui Al Sisi effettua manovre militari congiunte e tratta apertamente l’uso di basi nel Mediterraneo.

3. Benché la posizione ufficiale in Yemen sia a fianco dell’Arabia Saudita per arginare la ribellione sciita, il Cairo ritira le forze aeree dalla Coalizione arabo-sunnita.

4. Si riallacciano le relazioni diplomatiche con l’Iran proprio all’inizio della crisi fra Teheran e Riad, principale fornitore di petrolio dell’Egitto. L’evento si amplifica con la visita al Cairo nel 2013 del cattivo per eccellenza: l’allora presidente iraniano Ahmadinejad;

5. Si riallacciano anche le relazioni diplomatiche con la Siria di Assad, interrotte da Morsi nel 2012. Era dai tempi delle guerre arabo-israeliane e della Repubblica Araba Unita di Nasser che il Cairo e Damasco non si parlavano tanto…

6. Al Sisi blocca la risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu con cui si condannano i raid russo-siriani su Aleppo e attraverso il Ministro degli Esteri Shukry, dà il benvenuto ai russi in Siria. L’Iran, protagonista della guerra siriana, ne approfitta per proporre l’Egitto come mediatore per i colloqui di pace per la crisi siriana.

Le strizzate d’occhio fra Egitto ed Iran si legano in modo evidente alla guerra in Siria, dove gli alleati storici del Cairo, hanno alzato gli scudi contro Damasco fin dal 2011. L’idea di un asse Egitto-Iran-Russia-Siria è diventata così sempre meno fantasiosa, alimentando le inquietudini in molte cancellerie occidentali.

In realtà le buone relazioni Iran-Russia ed Egitto-Russia sono storia antica. In passato e a fasi inverse, i due colossi mediorientali hanno già guardato a Mosca, quanto meno per riequilibrare l’alleanza fra Israele e Occidente. Gli stretti contatti oggi però hanno valore diverso, perché prolungano il tradizionale asse sciita Teheran-Damasco.

Il feeling fra Egitto e Iran può aprire infatti scenari inediti, scavalcando l’orpello del conflitto tra sunniti e sciiti e dando nuova linfa al confronto geopolitico fra Riad e Teheran.

Le scelte del Cairo godono anche di opportunità storiche rilevanti. L’ostilità feroce che il Cairo nutre nei confronti dei Fratelli Musulmani in continuità con gli anni di Nasser, fa dell’Egitto ancora una volta un interlocutore necessario per Israele (Hamas e Fratelli Musulmani sono la stessa cosa, ndr).

Il dato assume rilevanza sia per i rapporti Turchia-Israele, compromessi proprio a causa della Fratellanza appoggiata da Erdogan, sia per la relazione controversa che l’Arabia saudita ha col movimento islamista. Sebbene ufficialmente fuori legge a Riad, i Fratelli Musulmani sono indirettamente attivi nella guerra yemenita insieme alla Coalizione araba, generando sospetti contro casa Saud.

L’Egitto e l’Iran cambieranno insieme il futuro prossimo del Medio Oriente?

Il Cairo cerca intanto di risolvere il suo problema islamista ormai soffocante, ma è cosciente della sua importanza strategica. Nessuno può fare a meno dell’Egitto e questa sembra essere la migliore garanzia per la cerchia militare che lo governa. Tenere i piedi in due scarpe e le mani su Suez (col raddoppio del canale del 2015, il peso strategico dell’area è aumentato sensibilmente), appare non solo possibile, ma anche una buona carta da giocare sui tavoli della politica internazionale.

Dal canto suo, l’Iran raccoglie i frutti di un ventennio di terrorismo internazionale di matrice sunnita che ha accelerato la fine della sua quarantena politica. Sempre più necessario per gli equilibri regionali, si presenta tra i Paesi che contano con in tasca la vittoria in Siria e una stretta alleanza con la Russia di Putin.

Quale che siano le interpretazioni, i dati oggettivi parlano chiaro: Egitto e Iran sono i due serbatoi umani della regione (160 milioni di anime) e rappresentano dopo Israele, le maggiori potenze militari del Medio Oriente. 

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