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Nulla è mai scontato in Brasile, tanto meno le elezioni presidenziali. Lo conferma una volta di più il secondo atto del duello tra il presidente uscente Jair Bolsonaro e l’ex presidente di sinistra e leader del Partito dei lavoratori (PT) Luiz Inácio Lula da Silva. Al primo turno, conclusosi il 30 settembre scorso, tutti i sondaggi davano la vittoria secca di Lula escludendo categoricamente qualsiasi ipotesi di ballottaggio: l’indagine dell’istituto Datafolha considerata da tutti gli osservatori la più affidabile, dell’istituto relegava Bolsonaro al 36 per cento. Un errore esiziale.

Il 2 ottobre i risultati definitivi vedevano Lula al 48,4% e il suo coriaceo rivale al 43,2. Inevitabile dunque il ballottaggio fissato per il 30 ottobre. In più il Partito Liberale di Bolsonaro e i suoi alleati hanno stravinto le concomitanti elezioni federali e legislative per 27 degli 81 senatori, tutti i 513 membri della Camera dei deputati e tutti i 27 governatori degli stati del paese. Il cartello delle destre è risultato il più votato sia alla Camera sia al Senato e ha conquistato stati strategici, come quello di Rio de Janeiro e il Minas Gerais.

Una vittoria piena che ha galvanizzato nuovamente i sostenitori del presidente uscente e a convinto i governatori, sindaci e notabili dei partiti centristi ad uscire dal loro prudente torpore e appoggiare con maggior convinzione Bolsonaro.

Ma a fare la differenza sarà probabilmente il rinnovato appoggio delle maggiori chiese evangeliche (frequentate da circa 50 milioni di brasiliani, il 25% della popolazione); tra tutte, dopo un periodo di freddezza, quella pentacostale guidata dal vescovo Edir Macedo, la Igreja Universal do Reino de Deus, un serbatoio di milioni di voti, una potenza economica e, soprattutto, mediatica: la IURD è infatti proprietaria dell’emittente televisiva Record, la seconda del Paese dopo Tv Globo, acerrima nemica del presidente.   

Seguendo le indicazioni dei loro pastori sono scesi in campo anche campioni di calcio come Neymar che il 29 settembre ha diffuso un video, divenuto subito virale su TikTok. Nulla di nuovo a ben vedere. Già nelle scorse elezioni del 2018 Cafù, Kaka, Felipe Melo e la star assoluta del calcio brasiliano Ronaldinho (tutti pentacostali doc) avevano dato il loro pieno appoggio a Bolsonaro considerato un “campione della fede” e un “inviato di Dio”.

Ancor più convinto della sacra missione del candidato è “l’apostolo” Valdemiro Santiago, capo della Chiesa mondiale della potenza di Dio, una simil setta molto radicata proprio nel decisivo stato di Minas Gerais. Lo scorso 12 ottobre il reverendo ha organizzato a Belo Horizonte un gigantesco meeting con quasi un milione di fedeli, per lo più gente umile delle favelas o della piccolissima borghesia mulatta e nera. Ospite d’onore Jair Bolsonaro. Davanti alle sue pecorelle Valdemiro non si è risparmiato e ha attaccato frontalmente Lula: “Quest’uomo non deve tornare al potere”, ha gridato con forza, “non gli permetteremo di perseguitare i cristiani!”. A sua volta Bolsonaro ha ripreso i toni messianici del predicatore ricordando la centralità della famiglia cristiana e tuonando contro la legalizzazione delle droghe e l’aborto. Risultato finale, un trionfo di popolo.

Folclore? Demagogia? Forse. Resta il fatto che tutti i sondaggi danno in forte ripresa il candidato della destra carioca e la partita del 30 ottobre diventa sempre più complicata e imprevedibile.

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