Archiviata l’ipotesi di uscire dall’Europa la notte delle Streghe, la Gran Bretagna tenta l’uscita dallo stallo rappresentato dalla Brexit attraverso le elezioni politiche che consegneranno il loro risultato venerdì 13 dicembre. L’ironia inglese saprà esorcizzare ogni superstizione meglio, forse, di quanto i suoi nervi siano riusciti a tollerare questa lunga impasse che dura da tre anni.

Boris Johnson, ottenendo i voti necessari, ha lanciato la sua ultima scommessa chiedendo al parlamento di andare al voto, sperando di vincere con una nuova (ritrovata) maggioranza e, a quel punto, forte del mandato popolare, portare a casa la Brexit alle sue condizioni.

In questo modo, per la terza volta in quattro anni, i britannici sono chiamati alle urne per una breve ma intensa campagna elettorale che metterà a dura prova la capacità dei candidati alle prese con il rigore dell’inverno.

Ma metterà a dura prova anche gli elettori che dovranno mediare tra la loro posizione sulla Brexit e quella sulle politiche tradizionalmente attuate dai diversi partiti. La domanda a questo punto è: riuscirà il Paese ad essere più risolutivo del parlamento (sulla Brexit)?

La scommessa politica di Johnson

Boris Johnson è riuscito ad evitare la responsabilità politica della mancata uscita dall’Europa entro il 31 Ottobre senza doversi “buttare nel fosso” e dando la colpa ad altri. Costringendo il parlamento ad approvare le elezioni generali, il suo ragionamento è e sarà: “E’ colpa dell’opposizione e dell’aula se non ho mantenuto la mia promessa e questo ritardo costringerà il paese ad altri mesi di instabilità”.

BoJo confida sul fatto che, quando gli elettori, nell’urna, avranno la matita in mano, tutto questo se lo ricorderanno e gli daranno finalmente il mandato popolare necessario per agire con più forza.

Così come spera ricorderanno anche che lui un accordo con l‘Europa l’ha ratificato e che sono stati i parlamentari ad impallinarlo a fronte della richiesta di maggior tempo per poterlo analizzare. Fattore questo, ragionevole forse per i più, ma inaccettabile per la tabella di marcia di BoJo scandita dal ritornello “uscire dall’UE subito e a qualunque costo”.

Così succede che, secondo i suoi piani, se il nuovo parlamento si insedierà a metà dicembre, con un deal già sul tavolo e una maggioranza forte della vittoria alle elezioni, lui potrà portare il Regno Unito fuori dall’Europa entro il 31 Gennaio 2020. Il prima possibile.

I rischi dietro al voto

Il punto è che, sebbene una parte della popolazione condivida l’idea che la Brexit sia stata tenuta ostaggio di un parlamento – Zombie (cioè immobile sulle sue posizioni e incapace di decidere), queste elezioni  nascondono un alto livello di rischio.

La divisione a metà del Paese, tra chi vuole restare in Europa e chi invece vuole lasciarla, diventa una divisione assai più complessa se declinata all’interno delle forze politiche. Questo significa due cose.

La prima è che i partiti sono attraversati da posizioni contrarie che li renderanno ancora più fragili nell’agone elettorale fatto di risposte chiare e radicali a domande altrettanto chiare e definite. (I Laburisti questo lo sanno molto bene avendo lasciato ai deputati libertà di coscienza sul tema Brexit).

L’altra conseguenza è l’apertura ad uno scenario di gara a tre, se non addirittura a quattro.

La partita dei Conservatori

In campo Tories, l’ultima esperienza elettorale è stato un mezzo disastro. Nel 2017, convinta di rafforzare la sua posizione sulla Brexit, Theresa May ha condotto una prestazione decisamente fallimentare. Un libro pubblicato dal Times ha dimostrato come la sua sia stata la peggior campagna possibile, partita con vantaggio di 20 punti sopra gli avversari e conclusasi con una vittoria risicata.

Boris Johnson, terzo candidato in quattro elezioni dopo nove anni di austerity, ha invece tutte le caratteristiche di empatia con quella dose di populismo necessari per condurre una campagna elettorale vincente. Si trova inoltre nella condizione di poter raccogliere molti soldi e strategicamente, radicalizzerà le sue posizioni spingendo il partito a destra. Presentandosi agli elettori con il suo deal in mano, parlerà con decisione a tutti coloro che vogliono lasciare l’Europa, di qualunque colore sia la loro tradizione politica e pescando perciò trasversalmente.

La decisione di Farage

Sebbene il Partito della Brexit abbia ottenuto ottimi risultati alle ultime elezioni europee, nel Maggio 2019, la sua fortuna ha cominciato a scemare dopo l’arrivo di Johnson a Downing Street. Progressivamente, Nigel Farage è passato da percentuali che volavano intorno al 20% alle più recenti che, invece, lo attestano al 10%. Terreno perso tutto in favore dei Tories.

Pur avendo avuto un ruolo chiave nella decisione di portare il Regno Unito al referendum del 2016, e per questo sicuramente passerà alla storia, sarà comunque ricordato anche per essere stato l’autore di una spaccatura che resta ancora insanabile. Farage è considerato uomo forte per le battaglie di principio, lo ha dimostrato, ma non adatto al compromesso, che è esattamente ciò di cui la Gran Bretagna e la politica oggi hanno bisogno per superare questo stallo. Resta da capire se il soccorso a Stelle e Strisce di Donald Trump al suo amico inglese sarà sufficiente alla rimonta. In una telefonata durante la trasmissione radiofonica condotta da Farage, il presidente americano è intervenuto a gamba tesa sulle vicende interne del Regno Unito. Come nel suo stile, ha parlato chiaro: Farage e il suo partito dovrebbero allearsi con Boris Johnson e i Tories, per diventare l’accoppiata perfetta per trascinare finalmente il Paese fuori dall’Europa e realizzare la Brexit. Ad una condizione. L’accordo siglato da Bojo con l’Ue deve essere cambiato per liberare definitivamente il Regno da ogni vincolo e trarre tutti i vantaggi derivanti dai migliori accordi commerciali che si potranno stipulare con gli amici americani.

All’indomani di questa telefonata, Farage ha annunciato la sua decisione di non correre come candidato alle prossime elezioni, ma di sostenere i 600 canidati espressi dal partito in tutto il Regno Unito. “Non posso stare in politica per sempre”, le parole del 55enne durante l’Andrew Marr Show trasmesso sulla Bbc. Resta un tema inconciliabile tra i due “amici” di Trump: la Brexit. Nonostante i ripetuti tentativi di Farage, BoJo non ha la minima intenzione di rinunciare al suo deal e questo, inevitabilmente, comprometterà l’ipotesi di future forti alleanze fra i due.

I guai dei Laburisti

Se questo voto ha il compito di sostituire in qualche modo anche un referendum sulla Brexit, il campo politico nel quale, meglio di altri, si esprimerà la sua volatilità è quello dei Laburisti. Fatta questa premessa, una campagna elettorale basata sulla relazione con l’Europa  per Corbyn è decisamente la peggiore soluzione possibile.

Nel 2017 Jeremy Corbyn è riuscito a superare le quotazioni che ne evidenziavano la debolezza vincendo tutti i record dei sondaggisti. Ma questa volta la partita si giocherà molto oltre il campo dei temi cari all’agenda politica nazionale. E fatale resterà, nella mente degli elettori, la reticenza dimostrata dal partito nel sostegno alla richiesta di Johnson di elezioni generali.

Corbyn ha dimostrato per l’ennesima volta la debolezza della sua leadership e, anche se potrà godere della forza dell’armata Momentum, l’ala più sinistra dei suoi sostenitori, questa da sola non sarà sufficiente a garantire la vittoria.

Il campo dei Laburisti rappresenta, oggi più che mai, una prateria di voti per i Conservatori che propugnano la Brexit. Corbyn e i suoi, invece, sperano di replicare il successo del 2017 nelle città tradizionalmente conservatrici ma che hanno votato contro la Brexit.

Il ruolo dei Lib Dems

La terza via e grande incognita di questa campagna elettorale è rappresentata dai Liberal Democratici. Sebbene la loro Leader, Jo Swinson, si sia ripetutamente candidata a diventare Primo Ministro, questa ipotesi, seppur nella grande incertezza di oggi, è sicuramente da escludersi.

La sua strategia vincente, invece, sarà quella di rubare voti a destra puntando sulla politica fallimentare di Johnson incapace di uscire dall’Ue il 31 Ottobre e a sinistra puntato sulle sue divisioni interne. Certamente la battaglia per revocare l’Articolo 50 che determina l’uscita dell’Europa è il grande catalizzatore di interesse nei suoi confronti ed è il presupposto per il patto con gli scozzesi di SNP; ma potrebbe anche diventare il presupposto per un’alleanza “arcobaleno” con i Labour. Quel che è certo è che, accantonata ogni possibilità di avere un secondo referendum, per questa forza politica le elezioni sono il miglior risultato ad oggi possibile.

L’incertezza assoluta

Una certezza: la House of Commons ha approvato le elezioni generali che si terranno il 12 dicembre 2019.

La parola, dalla House of Lords prima di un ultimo giro nella Camera Bassa, per eventuali emendamenti, passerà alla ratifica definitiva per mano della regina. Anche se c’è chi ironizza che, alla luce dei tanti colpi di scena visti sinora, anche questo iter potrebbe non essere scontato.

Quel che è certo, è che mai partita è sembrata tanto aperta.

La Gran Bretagna che ha in testa Boris, sempre più lontana dall’orbita Ue, è molto diversa da quella di Corbyn e molti dubitano che le elezioni potranno risolvere i problemi politici ed economici generati dalla Brexit.

C’è anche da dubitare fortemente che il risultato di questo voto possa riconciliare un Regno Unito mai così spaccato in posizioni tanto radicali. Più probabile è che i toni della campagna elettorale, normalmente polarizzante e divisiva per sua stessa natura, riaccenderanno quelle scintille che lo stallo e la stanchezza finora accumulati avevano  in qualche modo sedato.

Su tutto questo aleggia un’ombra: siamo sicuri che l’ipotesi di No-Deal sia davvero scongiurata? L’accordo negoziato da Johnson con l’Europa, ad oggi, non l’ha affatto esclusa. Questa eventualità è ancora possibile al termine del periodo di transizione che scadrà il 31 dicembre del 2020, o potrebbe tornare in parlamento qualora un nuovo governo a guida Tories decidesse di forzare e ottenere la maggioranza su questo punto.

In tutta questa incertezza l’ultima domanda è: il paese sarà più decisivo del parlamento sulla Brexit?

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