Politica /

Mancano poche ore allo scadere della campagna elettorale in Pakistan. Oltre 100 milioni di cittadini pakistani saranno chiamati alle urne per scegliere il loro prossimo premier e per rinnovare l’Assemblea Parlamentare sciolta lo scorso maggio. Si tratta di una fase cruciale per un Paese trovatosi improvvisamente isolato a fare i conti con i propri fantasmi: corruzione dilagante, frange dell’esercito fortemente colluse con il terrorismo islamico e pronte in ogni momento a rovesciare il governo in carica (nella storia del Pakistan nessun Primo Ministro ha mai portato a termine i suoi 5 anni di mandato).

Gli Stati Uniti con Donald Trump hanno infatti deciso di abbandonare il loro storico alleato nella guerra al terrore, ritenendolo non a torto, inaffidabile. Lo stesso sembra aver fatto la Cina che fino a pochi mesi fa pareva interessata a fare affari con Islamabad per la realizzazione della Nuova Via della Seta. Ora sembra che Pechino voglia cautamente attendere per capire chi sarà il nuovo presidente pakistano con cui cercare di intavolare nuove trattative.

La povertà in Pakistan è in continuo aumento (la metà della popolazione vive con meno di mille euro all’anno), mentre l’elusione fiscale danneggia in maniera irreversibile le entrate statali (appena l’1% della popolazione è contribuente). Anche le riserve energetiche stanno drasticamente diminuendo; il Pakistan è uno dei Paesi che più di altri risente del cambiamento climatico, con vaste aree desertiche che di anno in anno continuano ad estendersi.

A completare il quadro di questo Paese al collasso ci sono poi i sempre complicati rapporti con i due Stati confinanti: India e Afghanistan. Ma se i confini Orientali del Kashmir sembrano ormai essersi cristallizzati in una guerra di trincea, quelli Occidentali delle province del Waziristan risultano tutt’altro che impenetrabili. Da qui infatti entrano ed escono a proprio piacimento centinaia di guerriglieri talebani rendendo di fatto la regione ingovernabile.

Problematiche importanti, al centro del dibattito di una campagna elettorali tra le più seguite e combattute dalla creazione, nel 1947, della “terra dei Puri”. 30 partiti politici insieme con i loro 3765 candidati si daranno battaglia nelle quattro province del Paese per occupare i seggi del Senato e dell’Assemblea Nazionale (rispettivamente 100 e 342 di cui 70 riservati alle donne e alle minoranze).

Difficile riuscire a pronosticare un vincitore anche se è molto probabile che saranno tre i principali partiti che si contenderanno la vittoria, più alcuni possibili outsider che verranno utilizzati per rimpolpare la maggioranza in caso di necessità. Saranno loro l’ago della bilancia. Una volta svelate le percentuali si capirà quale piega prenderà la politica pakistana per i prossimi cinque anni.

Il Pti di Imran Khan

Sembra essere proiettato verso la vittoria il partito populista di centro guidato dall’ex stella del cricket educata ad Oxford, Imran Khan. Dopo essersi ritirato da una brillante carriera come capitano della Nazionale dello sport più seguito del Paese (fu lui a guidare il Pakistan verso la prima e unica storica vittoria del Mondiale nel 1992), Khan fondò nel 1996 il Partito per la Giustizia del Pakistan (Tehreek-e Insaf).

Sfruttando la sua notorietà e il consenso delle giovani generazioni il PTI si impose come terza forza politica del Paese nelle elezioni del 2013. Quest’anno Imran, che vanta formidabili appoggi anche tra i ricchi pakistani inglesi (dove ha vissuto per due decenni), tenterà di completare la sua scalata verso il successo.

Da buon populista, Khan ha tentato di non scontentare nessuno e nel suo programma non risulta affatto chiaro in che modo tenterà di far fronte ai tanti problemi elencati precedentemente. Difficile definire concretamente la linea politica del Pti al cui interno coabitano diverse anime: da quella più socialista e rispettosa delle minoranze all’ultradestra nazionalista dei militari, con accenni di vero e proprio fanatismo religioso anti-americano.

Certamente la sua vittoria non farà piacere a Nuova Delhi; durante i suoi comizi seguiti da folle oceaniche Imran Khan ha più volte accusato il premier indiano Modi di non rispettare la minoranza islamica autonomista Kashmira e ha promesso, una volta premier, di fare qualunque cosa per difendere le istanze dei musulmani indiani. Grazie a questa presa di posizione Khan sembra essersi conquistato l’appoggio delle alte cariche dell’esercito, vero e proprio padrone del Pakistan.

I detrattori di Khan hanno però più di un’arma nel loro arsenale per screditare l’ex capitano di cricket agli occhi dell’opinione pubblica, e non si tratta soltanto degli scandali legati agli anni in cui studiava a Oxford e frequentava i “peccaminosi” salotti dell’aristocrazia britannica. Durante la sua carriera come sportivo Khan ha devoluto svariati milioni di rupie per finanziare ospedali e opere caritatevoli.

Lo scorso febbraio però, fu proprio Imran Khan a chiedere al governo di raddoppiare i fondi destinati alla madrassa Haqqania, una scuola coranica della setta sufi Deobandi in cui studiarono alcuni tra i più sanguinari mujaheddin degli ultimi decenni (il Mullah Omar  e Jalaluddin Haqqani su tutti).

La vaghezza del programma unita all’enorme popolarità tra i giovani e i meno abbienti fanno di Khan l’uomo per tutte le stagioni di questa tornata elettorale. Con ogni probabilità sarà il suo partito quello più votato nelle quattro province Pakistane. Resta da vedere con quale percentuale, una maggioranza risicata potrebbe non bastare.

Il PML di Shahbaz Sharif

L’immensa provincia del Punjab pakistano che conta la metà della popolazione del Paese è da anni la roccaforte del Pakistan Muslim League (141 dei 272 seggi disponibili), partito liberale guidato fino a pochi mesi fa dal premier uscente Nawaz Sharif.  Lo scandalo legato ai Panama Papers ha letteralmente tagliato le gambe al partito più votato della storia pakistana.

L’ex Primo Ministro è stato arrestato insieme alla figlia e condannato a 10 anni di carcere lasciando le redini del partito in mano al fratello Shahbaz. L’obiettivo del Pml in queste elezioni sarà quello di non subire un tracollo totale. Molti parlamentari sono fuoriusciti dal partito, e chi non correrà da solo è andato a rimpolpare le fila del Pti di Imran Khan.

In questa campagna elettorale il Pml ha giocato la carta dei successi economici realizzati dalla precedente amministrazione. Successi che non hanno portato una ricchezza reale e tangibile nel Paese ma che hanno comunque permesso al Pakistan di non affondare completamente quando gli aiuti esteri hanno iniziato scarseggiare. Nei dibattiti televisivi e nei comizi Sharif ha puntato molto sulle promesse di accordi miliardari intavolati con i cinesi che desiderano investire in Pakistan in energia e infrastrutture.

Tra gli analisti la sensazione è che il Pnk andrà incontro ad una vera e propria disfatta. Le politiche di Nawaz Sharif volte a contrastare lo strapotere dei militari lo hanno portato dritto nelle patrie galere, e i mass media hanno screditato a tal punto lui e il suo partito, da fargli perdere la metà dei consensi conquistati nelle ultime elezioni. Questo accade in uno Stato in cui l’esercito è de facto padrone incontrastato della scena politica.   

[Best_Wordpress_Gallery id=”1113″ gal_title=”Elezioni in Pakistan luglio 2018″]

Il PPP di Bilawal Bhutto

Il Pakistan più laico e progressista ha oggi il volto di un giovane ventinovenne. Bilawal Bhutto, ultimo esponente di una martoriata famiglia che da almeno due generazioni ha speso letteralmente la propria vita per il Pakistan. Bilawal ha raccolto un partito allo sbando dopo l’assassinio della madre Benazir nel 2008 e lo ha risollevato nei sondaggi tanto che oggi il Pakistan People’s Party ha serie possibilità di giocarsi la vittoria finale.

Bilawal spera di sfondare anche in altre regioni diverse da quella meridionale del Sindh (61 seggi disponibili),  cuore pulsante del settore agricolo pakistano, dove il PPP mantiene da anni un consenso praticamente totale. Per farlo il programma del Ppp si è concentra soprattutto nell’aiuto alle fasce più giovani della popolazione, lotta alla povertà e alla corruzione, rispetto per le minoranze e possibilità di istruzione e sanità per tutti. A differenza del Pml di Sharif, Bilawal sostiene poi un intervento maggiore dello Stato nell’economia del Paese.

La famiglia Bhutto ha sempre pagato a caro prezzo i propri ideali politici di libertà e uguaglianza inimicandosi sia il clero islamico estremista che la cricca dei militari. Zulfikar Ali Bhutto (il nonno di Biliawal), fondatore del partito fu impiccato a Rawalpindi dopo il colpo di stato del 1979. I suoi figli maschi furono entrambi assassinati da sicari a Karachi e a Parigi; mentre la figlia Benazir venne uccisa in un attentato sucida durante un comizio elettorale.

Ora tocca a Bilawal. La terza generazione non si è tirata indietro e ha giocato bene le proprie carte. Ricostruito il supporto con la base ora il Ppp vola nei sondaggi e incalza il Tpi del populista Imran Khan. Difficilmente il Ppp riuscirà a vincere da solo ma se le cose dovessero andare come Bilawal spera, nessuno potrà fare a meno di lui per organizzare una maggioranza duratura.

Gli outsider

Il vero ago della bilancia saranno i piccoli partiti di ispirazione islamista radicale. Mai prima d’ora in Pakistan si erano presentati così tanti candidati vicini al terrorismo islamico (1500!).

L’alleanza religiosa multipartitica dei Muttahida Majlis-e-Amal (Mma), fondata nel 2002 sembra essere la più quotata tra queste formazioni politiche minori. Nel 2008 alcuni dissidi interni tra le diverse sette che compongono il partito avevano disperso i voti, ma ora alcuni potenti partiti religiosi tradizionali hanno preso in mano le redini della coalizione e hanno riportato il partito a riguadagnare il terreno perduto.

L’Mma ha la sua base di consensi all’interno di alcune tra le più importanti madrasse del Paese. Tra di loro ci sono anche esponenti del clero minoritario sciita. Proprio la decisione di includere gli sciiti nella coalizione ha portato l’Mmaa divenire il bersaglio prediletto di gruppi terroristici legati allo Stato Islamico.

Le elezioni Pakistane vedranno partecipare anche Hafiz Seed con il suo Milli Muslim League (Mml), ritenuto l’ideatore degli attentati agli Hotel di Mumbai nel 2008 che uccisero 166 persone. La commissione elettorale non ha concesso al Mml di utilizzare il simbolo del partito, i suoi sostenitori non ne hanno fatto una tragedia e hanno quindi utilizzato il volto di Seed stampandolo su manifesti elettorali e striscioni. Ufficialmente Seed, su cui pende una taglia della Cia non si è presentato alle elezioni, ma il clan dei suoi parenti è candidato e con ogni probabilità otterrà diversi seggi nelle regioni di frontiera del Waziristan, da sempre fucina di terroristi ed estremisti islamici.

C’ è poi il partito guidato dallo Sheikh sufi Ahmad Ludhianvi. Si tratta di una formazione di estremisti sunniti il cui braccio armato (Lashkar-e-Jhangvi) si è macchiato negli ultimi anni di crimini indicibili ai danni della minoranza sciita (almeno 2.300 omicidi negli ultimi 10 anni).

Infine si è presentato alla tornata elettorale anche il Tehreek-e-Labaik (TLP) di Khadim Hussain Rizvi il vecchio  mullah che riuscì a mobilitare migliaia di sostenitori lo scorso novembre bloccando per mesi la capitale Islamabad. I sondaggi lo danno all’8%, un risultato stupefacente per un partito nato da pochi mesi e composto principalmente da chierici ed fondamentalisti.

In molti hanno sperato che, potendo partecipare al gioco democratico, questi partiti avrebbero attenuato le loro posizioni estremiste. La realtà è però ben diversa. Questi partiti hanno inquinato a tal punto la campagna elettorale, che le principali formazioni politiche (ad eccezione del Ppp dei Bhutto) si sono a loro volta estremizzate. Comunque vadano le elezioni dovremo quindi prepararci a fare i conti con un Pakistan sempre più caratterizzato dalla massiccia presenza di radicali islamici.  

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.