Nonostante manchino poche settimane al grande confronto elettorale tra Donald Trump e Joe Biden, ancora non è chiaro quale sarà l’esito. Per cercare di prevedere in anticipo chi sarà il 46esimo presidente americano ci si appella a sondaggi, che però vanno sempre letti in profondità, o alle proiezioni demografiche. In particolare questo ultimo passaggio si lega ad analisi di lungo corso, ma anche in questo caso si scivola spesso in un equivoco. Le tendenze demografiche ed elettorali sono in corso, ma non sono già avvenute e questo è un punto fondamentale da tenere a mente per capire sia il successo di Trump nel 2016, che la possibile vittoria nel 2020, questo anche grazie alle tendenze di voto di minoranze ed elettori con un alto livello di istruzione.

Per capire meglio come dietro alle tendenze non si nasconda tutta la verità partiamo dai trend in corso. Il primo dice che gli elettori di colore sono sempre stati il larga parte democratici e che nei prossimi anni saranno una fetta sempre più importante dell’elettorato; il secondo riguarda gli elettori bianchi laureati che si starebbero spingendo sempre più verso i dem; la terza tendenza ha invece a che fare con il fatto che i bianchi non laureati votino in massa per il Partito repubblicano. Osservando i numeri del 2016 scopriamo che questi trend sono veri solo in parte.

Secondo i dati del Pew Research Center quattro anni fa più di un terzo del sostegno a Trump è arrivato da americani bianchi con almeno una laurea (26%) e da elettori asiatici, afroamericani o ispanici (12%). Mentre circa un quarto dei voti andati a Hillary Clinton sono arrivati da elettori bianchi con un basso livello di istruzione. Numeri irrisori si dirà, ma in un sistema elettorale come quello americano contano moltissimo. Se è vero che i sondaggi vedono un declino delle preferenze per il tycoon proprio in quei segmenti dell’elettorato in cui aveva pescato, come il caso emblematico della Pennsylvania, è altrettanto vero che rimane uno zoccolo composto da afroamericani, ispanici e bianchi istruiti pronto a votare ancora una volta per lui. Uno zoccolo pronto ad attivarsi soprattutto in alcuni Stati chiave.

Tutto questo assume un significato maggiore se si considera l’andamento dei flussi elettorali tra un’elezione e l’altra. Ad esempio tra il 2012 e 2016 il 90% degli elettori che avevano votato per Mitt Romney hanno poi scelto Trump e quest’anno i sondaggi indicano che ben il 94% degli elettori registrati che avevano scelto The Donald, sono pronti a rivotarlo. Questi numeri ci portano quindi a considerare quelle fette di elettorato notoriamente dem che hanno appoggiato Trump, e quale impatto possono avere su un sistema come quello del collegio elettorale.

Non tutto il voto afroamericano finisce ai dem

Diverse rilevazioni hanno messo in luce che circa il 10% degli elettori afroamericani, sia a livello nazionale che di singolo Stato, sono pronti a scegliere Donald Trump il 3 novembre prossimo. Un valore che è rimasto costante negli ultimi trent’anni se teniamo conto che nel 1994 si attestava all’11%.

Anche qui parliamo di valori molto bassi. Ma possono essere fondamentali. Come ha scritto Perry Bacon Jr. su FiveThirtyEight, ci sono studi che dimostrano come basti poco per sovvertire l’esito di un voto in uno Stato in bilico. Nel 2016 si stima infatti che una partecipazione al voto diversa avrebbe aiutato Hillary Clinton a vincere in Michigan e Pennsylvania, lì sarebbe bastata un’affluenza di elettori afroamericani maggiore per vincere, infatti nel 2012 il 95% dei votanti di colore aveva scelto Barack Obama, mentre quattro anni dopo solo il 90% aveva appoggiato l’ex segretario di Stato. Percentuali risicate, ma fondamentali per l’esito finale del voto.

Il peso dei bianchi istruiti

Un altro dato che riguarda il voto del futuro riguarda la tendenza a includere i banchi con un’istruzione universitaria tra i votanti dell’asinello. Ad oggi, sondaggi alla mano, possiamo dire che a livello nazionale i bianchi con un titolo di studio preferiscono Biden più di Clinton. Sempre secondo il Pew Research il vantaggio dell’ex vicepresidente su Trump su questo segmento di elettori sarebbe di 23 punti contro i 17 di quattro anni fa. Ma anche qui a fare la differenza potrebbero essere i margini dato che queste soglie variano da Stato a Stato in maniera considerevole.

Prendiamo tre realtà tendenzialmente dem come Minnesota, Maine e New Hampshire. Qui solo un terzo dei laureati bianchi appoggia Trump. Ma stiamo parlando di zone saldamente democratiche. Gli stessi elettori bianchi con istruzione universitaria in Minnesota e Maine, ad esempio, sono molto più a sinistra di quelli residenti in altre regioni del Paese. Questo potrebbe avere un peso notevole per l’eventuale vittoria di Biden, dato che al presidente uscente potrebbe non bastare il supporto degli elettori bianchi con un basso livello di istruzione, uno dei bacini elettorali che ha dato una spinta decisiva nel 2016.

Ma la verità è che guardare il dato nazionale è fuorviante. Se infatti si osserva il comportamento degli elettori bianchi istruiti negli Stati del Sud si vede come tendono ad essere più conservatori rispetto ad altre aree degli Stati Uniti. Prendiamo due sondaggi condotti tra Texas e Georgia. Nel primo caso il 49% dei bianchi con almeno una laurea ha detto di essere pronto a votare per il tycoon contro il 42% di Biden. Nel Peach State le percentuali salgono ancora con il 59% di laureati pronti a dare il sostegno a Donald Trump. Numeri analoghi sono stati rilevati anche in Florida e Nord Carolina.

Questi valori dimostrano ancora una volta che ragionare solo sulle categorie è fuorviante. Gli elettori non orientano le proprie scelte solo in base al proprio genere di appartenenza, o alla propria formazione. I laureati del Sud, siano essi abitanti del Texas o della Georgia, sono repubblicani di lunga data. Non solo. Le scelte hanno anche un saldo legame con la religione. Essere bianchi ed evangelici conta di più che il titolo di studio.

Ispanici sempre più vicini al Gop

L’elemento religioso vale anche per quanto riguarda il voto ispanico. FiveThirtyEight ha messo insieme un paio di rilevazioni che mostrano come almeno il 30% degli elettori ispanici siano pronti a votare Trump. Secondo il Pew Research Center nel 2016 erano il 28%, mentre oggi la percentuale sarebbe salita al 35%. Più cauto YouGov che parla del 26%. In generale questo gruppo rappresenta il 10% dell’intero corpo elettorale, ma in alcuni Stati contesi i numeri si fanno più interessanti. In Florida e Nevada sono il 18%, in Arizona il 19% e in Texas addirittura il 23%.

Al di là dell’aspetto elettorale, il 30% delle persone ispaniche negli Stati Uniti si identifica come repubblicano. Le ragioni di questa maggiore vicinanza al Gop rispetto ad altre minoranze vanno trovate intorno ad aspetti culturali come le opinioni anti-aborto, la partecipazione religiosa e l’attenzione a tematiche come il lavoro e il contenimento dell’immigrazione. Non solo. In alcuni Stati come la Florida e in Texas, il lavoro del Gop ha pagato a livello locale.

Il ruolo degli indecisi

Queste riflessioni gettano nuova luce anche su quanto visto nella convention repubblicana di agosto. Sul palco (virtuale) si sono avvicendati diversi oratori non bianchi, questo perché la campagna di Trump sa bene che è necessario trovare nuova linfa per la coalizione di elettori che sostiene il presidente. Puntare solo sull’elettorato bianco non istruito potrebbe infatti non essere sufficiente. Il potenziale declino dell’elettorato femminile diretto verso Biden, spinge il tycoon a cercare altri voti. E allargare quella piccola, ma significativa base di ispanici, elettori istruiti e afro americani potrebbe essere la chiave.

Il bacino da cui pescare è però ristretto. La polarizzazione cui è andata incontro l’America ha ridotto il numero dei cosiddetti indecisi. Secondo il New York Times oggi ci sarebbero tra il 10 e 15% di elettori indecisi dai quali pescare e molti potrebbero decidere all’ultimo minuto. Molti analisti su questo sono stati chiari, rivitalizzare le proprie basi elettorali è importante ma non sufficiente. È necessario fare breccia su questi elettori, anche solo per un pugno di voti in più, soprattutto negli Stati in bilico.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.