Il pericoloso clima da “guerra civile” permanente che si respira negli Stati Uniti rischia di trascinarsi ben oltre le elezioni presidenziali di novembre, fra morti da una parte e dall’altra e opposti estremismi. E la politica americana non sta facendo nulla per smorzare le polemiche e le tensioni, arrivando a sostenere che potrebbe non riconoscere ufficialmente la vittoria dell’avversario e minacciando di organizzare manifestazioni e proteste di massa. Nelle scorse settimane l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton ha suggerito al candidato dem Joe Biden, qualunque cosa accada, di non ammettere una sconfitta nella notte elettorale del 3 novembre, perché l’ex first lady ritiene che a causa del numero elevato di gente che userà il voto via posta a causa della pandemia di coronavirus ci vorrà più tempo del solito per conoscere il vincitore. Clinton, parlando in un’intervista all’ex aiutante Jennifer Palmieri a The circus, su Showtime, ha sottolineato che i risultati dell’election day di quest’anno negli Usa potrebbero assegnare a Donald Trump un leggero vantaggio. Ma in questo caso “Joe Biden non dovrebbe riconoscere i risultati in nessuna circostanza perché penso che la cosa tirerà per le lunghe”, è il consiglio della ex Segretario di stato, che nelle presidenziali del 2016 fu battuta proprio da Trump. “Non dobbiamo lasciargli neanche un millimetro – ha detto l’ex first lady ed ex candidata alla Casa Bianca -.Restare concentrati ed essere implacabili come lo è lui”.

Il voto per posta rischia di alimentare il caos

Dopo la vittoria – a sorpresa – di Donald Trump alle elezioni presidenziali i democratici riconobbero la vittoria solo formalmente. Poche settimane più tardi Clinton puntò il dito contro le fake news, sostenendo – come ha fatto anche di recente – che l’interferenza russa nelle elezioni di quell’anno si rivelò fondamentale – a suo dire – nel danneggiarla e a far eleggere Donald Trump. Da lì a poco il Russiagate avrebbe minato in partenze le intenzioni della presidenza Trump di allentare le tensioni con la Federazione Russa per concentrarsi sulla sfida con la Cina. E ora il fantasma del 2016 rischia di ripresentarsi. Innanzitutto c’è il problema del voto per posta che preoccupa per primo il Presidente Donald Trump ma non solo. Il rischio è che il caos e l’incertezza sul risultato si trascini per giorni, se non per settimane, andando a pesare su un clima già infuocato. E i democratici minacciano di ricorrere a manifestazioni di massa e proteste.

Proteste di massa, la strategia dei dem

Come spiega Jonathan Tobin sul New York Post, infatti, questa volta i democratici stanno lanciando un messaggio molto chiaro: le manifestazioni animate da Black Lives Matter e dalle organizzazioni della sinistra radicale come gli Antifa potrebbero essere nulla a confronto di ciò che potrebbe accadere se Donald Trump dovesse vincere le elezioni. “Le stesse forze che hanno scatenato il caos”, spiega l’editorialista del New York Post, “potrebbero infliggere danni anche peggiori per garantire che la rielezione di Trump venga sventata. Il loro asso nella manica non è un conteggio preciso dei voti, ma la certezza che le città americane bruceranno a meno che l’elettorato non si inchini alle loro richieste”.

Nel frattempo, anche la stampa liberal soffia sul fuoco. La rivista The Nation ha pubblicato questa settimana in copertina nella quale si chiede se “Donald Trump stia preparando un colpo di stato”. Lo fa citando un repubblicano anti-Trump, Charles Fried, giurista e professore ad Harvard, nonché United States Solicitor General nel periodo 1985 – 1989 sotto la Presidenza di Ronald Reagan, il quale afferma che Trump e il suo team sono “certamente razzisti, sprezzanti delle normali norme democratiche e costituzionali, e credono che la loro causa, i loro interessi, siano davvero gli interessi della nazione e quindi tutto ciò che li tiene al potere è nell’interesse nazionale. Questo ti rende un fascista? In un certo senso sembra così, non è vero?”. Fried ha pubblicato un rapporto di 22 pagine scritto a quattro mani con un altro conservatore acerrimo avversario del Presidente Usa, Michael Steele, ex presidente del Comitato nazionale repubblicano, nel quale parlano di una potenziale “escalation di violenza” se Trump dovesse perdere. Dato il record dell’amministrazione Trump di abbracciare “numerose pratiche corrotte e autoritarie”, osservano, un “numero enorme di americani deve essere pronto a scendere in piazza” se Trump e “i suoi scagnozzi” tentassero di ridurre “illegalmente il conteggio delle schede elettorali per corrispondenza”.

La sinistra radicale si organizza

Sta di fatto che sono proprio le organizzazioni di sinistra che si stanno mobilitando in vista delle elezioni presidenziali. Come scrive proprio The Nation, due delle principali organizzazioni che hanno iniziato a pianificare la mobilitazione di massa sono l’Indivisible Project e Stand Up America. Queste ultime hanno riunito dozzine di associazioni  e progressiste e altrettanti movimenti – da Public Citizen, MoveOn e End Citizens United Action Fund a sinistra a Republicans for the Rule of Law e Stand Up Republic, tutte unite contro Donald Trump. La battaglia si preannuncia durissima e le elezioni presidenziali potrebbero essere soltanto l’inizio: lo scontro è destinato ad andare ben oltre il 3 novembre.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.