Il fattore del terrore islamico avrebbe dovuto, secondo la maggior parte dei commentatori benpensanti, favorire Marine Le Pen e invece, specie a Parigi, città vessata dal jihadismo, la candidata del Front National è stata surclassata da quello che sarà il suo avversario al secondo turno: Emmanuel Macron. Nella capitale francese, il dato per Marine è impietoso: solo il 5% degli elettori parigini hanno deciso di darle fiducia. Il centro urbanizzato per eccellenza, insomma, ha sbarrato la strada alle istanze della Francia profonda, alle rivendicazioni sociali degli sconfitti della globalizzazione, favorendo una proposta politica di relativa continuità. Parigi da tempo non è più la stessa e il proliferare del radicalismo islamico nei quartieri periferici della capitale non è notizia d’oggi. Esiste, però, un rapporto tra l’islamizzazione delle città francesi ed il consenso di Emmanuel Macron? Nel disegno artificiale del Ps, ai tempi di Mitterand, le banlieue sarebbero servite come bacini elettorali naturali. Oggi la situazione sembrava diversa e persino dentro questi difficili luoghi di degrado sociale sembravano esserci spazi per una corposa affermazione della Le Pen. Eppure, niente. Nessun dato confortante per il lepenismo dalle periferie urbane. Il giorno dopo il primo turno presidenziale, la grande moschea parigina, inoltre, ha dettato una linea equivocabile per tutti i cittadini musulmani transalpini: votare Emmanuel Macron. Mediante un comunicato, i rappresentanti religiosi della moschea, hanno voluto sottolineare che “tutti i francesi devono rimanere tassativamente uniti di fronte alla minaccia di idee xenofobe pericolose per la nostra coesione nazionale.” La sfida elettorale prevista per il 7 maggio, insomma, viene percepita dalla comunità islamica come “decisiva per il destino della Francia e delle minoranze religiose che essa ospita”. I musulmani, quindi, scendono in prima linea a sostegno di Emmanuel Macron. Qual è, però, il legame tra il leader di “En Marche!” e le istanze dell’islam? Per capire la Parigi attuale, anzitutto, bisognerebbe porre in evidenza il ruolo del Qatar dentro certe direzioni politiche programmatiche della Parigi bene. L’avvocato francese del Qatar, scrive esemplificativamente Giorgio Nigra in questo pezzo,”Jean-Pierre Mignard, è membro del comitato politico di En marche  “. Quando Macron lavorava alla Rotschild, poi, seguì la contrattazione ” per vendere il gruppo editoriale Lagardère a Qatar Investment Authority, sussidiaria dei fondi sovrani dell’emirato del Qatar.” Riguardo il legame tra qatarioti e Macron, poi, ci sono da registrare queste dichiarazione rilasciate nell’aprile 2016 dell’ambasciatore dell’emiro in Francia, che si esprimeva così sul prossimo probabile inquilino dell’Eliseo:  “Una personalità affabile, creativa e innovativa. Ho incontrato il ministro dell’Economia durante il lancio di Qadran, un circolo di cooperazione economica tra uomini d’affari di Qatar e Francia. Ho trovato in lui un uomo di vasta cultura e di conoscenza profonda degli argomenti trattati. L’avvenire, quindi, è suo e io auguro al ministro Macron tutti i successi al servizio del suo Paese e nel rafforzamento delle relazioni della Francia con i Paesi amici”. Dire che dietro la candidatura di Emmanuel Macron, insomma, ci siano spiccati interessi qatarioti rappresenterebbe una forzatura giornalistica di stampo complottista. Ipotizzare, però, che il leader di “En Marche!” non sia affatto inviso alle petrolmonarchie, è un atto d’onestà intellettuale. Scrive Fulvio Scaglione su Famiglia Cristiana: “[Macron] è stato ministro dell’Economia e dell’Industria tra il 2014 e il 2016 e in tale veste ha partecipato, nel 2015, alla visita ufficiale di Stato (la terza in quell’anno) che il premier Valls condusse in Arabia Saudita. Con loro c’erano 200 imprenditori francesi e il risultato fu la stipula di contratti per un valore di 10 miliardi di euro, vendita di un lotto di armi compresa“. Macron, in definitiva, potrebbe porsi in assoluta continuità rispetto i legami sempre più profondi tra le petrolmonarchie del golfo e lo sviluppo urbano e finanziario della Francia contemporanea. C’è, da sempre, chi sostiene che tra questi emiri e la proliferazione del terrorismo islamico vi sia un legame economico se non ideologico. Per i sostenitori di questa tesi, un’eventuale discesa in campo, soprattutto mediante finanziamenti elettorali, di queste monarchie e dei loro referenti francesi a sostegno di Macron, non definirebbe uno scenario positivo per la sconfitta definitiva del terrorismo.

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