Piena convergenza di vedute tra Iran e Turchia su tutte le questioni regionali, in particolare sulla questione curda, dialogo serrato sul futuro della Siria e volontà di rafforzare i legami politici ed economici. Il tour di Erdogan in Iran è stato un evento di fondamentale importanza nella geopolitica mediorientale e impone delle riflessioni importanti per quanto concerne il futuro della partnership fra Turchia e Iran anche per l’importanza che i due Stati rivestono nei confronti dell’Occidente e della Russia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato accolto con tuti gli onori dal presidente Rohani e ricevuto in quello che un tempo era il palazzo dello Scià di Persia, il Saad Abad. Un attestato di stima profonda da parte del presidente iraniano che è perfettamente consapevole che la Turchia rappresenta un partner imprescindibile per tutti i problemi più spinosi della questione mediorientale, dallo Stato islamico alla Siria, passando per il Qatar e il referendum curdo per l’indipendenza.

Non è un caso che questa visita presidenziale sia stata preceduta da una visita (a sorpresa) del capo di Stato Maggiore dell’esercito turco, Hulusi Akar, che ha voluto incontrare i vertici militari iraniani per chiarire la road-map da seguire sul fronte del Kurdistan indipendente e le azioni militari congiunte fra Iran, Turchia e Iraq allo scopo di far fronte alla crescita delle milizie curde. Un messaggio molto interessante, soprattutto se si pensa alla storia delle relazioni fra Ankara e Teheran, mai del tutto serene, ma che dimostra come si sia arrivati a una convergenza tale per cui oggi i due governi vedono le minacce comuni e gli interessi in gioco molto più importanti dell’equilibrio fra le sfere d’influenza in quelle terre che un tempo erano sotto l’ala protettrice o sotto il controllo diretto dell’Impero ottomano e della Persia. E quello che finora era soltanto sussurrato, ora, con il Kurdistan indipendente, è diventato manifesto: Ankara e Teheran sono dalla stessa parte. I due Stati, che hanno avuto per anni un approccio distinto e anche confliggente sul tema curdo, si trovano ora concordi nel ritenere l’indipendenza del Kurdistan iracheno una minaccia per tutta la stabilità – già molto fragile – dell’area. Il muro di confine eretto dal governo Erdogan anche verso l’Iran è un chiaro segnale di come questa situazione possa ledere gli interessi dei due Paesi. Il Kurdistan è fondamentale per tre motivi: rappresenta una spina nel fianco nella stabilità dei confini di tre Paesi, poiché ognuno ha al suo interno una forte minoranza curda; l’eventuale territorio indipendente può diventare una roccaforte filoamericana e israeliana che lederebbe gli interessi geopolitici di Ankara e Teheran (pur se gli Usa hanno negato l’appoggio alla deriva secessionista); infine, il Kurdistan iracheno si trova in un crocevia di gasdotti e oleodotti che sono fondamentali per l’economia e i rapporti politici di questi Paesi.

Il presidente turco e quello iraniano, nel corso della conferenza stampa a margine dell’incontro, hanno lanciato un monito al Kurdistan iracheno che non lascia spazio a dubbi su quanto siano disposti a fare i due governi in caso di indipendenza della regione. “Abbiamo già affermato che non riconosciamo l’illegittimo referendum dell’Iraq settentrionale” ha detto il presidente Erdogan, che poi ha aggiunto: “Attualmente, oltre a Israele,  nessun altro Paese sostiene la secessione del Kurdistan. Una decisione presa a tavolino con il Mossad è illegittima”. Idea confermata dal presidente Rohani che ha dichiarato che “Il referendum nel Kurdistan iracheno è un complotto a sfondo confessionale dei Paesi stranieri.” Complotto o no, sta di fatto che questa decisione curda, inevitabilmente, si riverserà su tutto il Medio Oriente. Soprattutto sul conflitto siriano, dove il delicato equilibrio fra Iran, Turchia, Siria e Russia si gioca anche sul fronte delle milizie curde appoggiate dagli Stati Uniti. Proprio sul problema curdo in Siria, è giunta in queste ore la dichiarazione del portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, che, in un’intervista all’emittente radiofonica di stato “Trt” ha confermato che la Turchia “non esiterà a portare avanti un’operazione militare nella regione di Afrin, in Siria, attualmente sotto il controllo delle Unità di protezione del popolo curde (Ypg)”. Una scelta che sarà molto importante e che rischia di produrre un effetto-domino pericolosissimo per tutta la fragile costruzione delle de-escalation zones in Siria, su cui Turchia e Iran collaborano da mesi.

La nascita di un’alleanza così forte tra Turchia e Iran è un campanello d’allarme per la politica occidentale in Medio Oriente. Se infatti l’Iran, da parte Usa e israeliana, è considerato il vero nemico da abbattere nella regione mediorientale, la Turchia, pur con tutta l’ambiguità del nuovo corso di Erdogan, è a tutti gli effetti un membro della Nato. Scontrarsi apertamente con la Turchia equivale a creare una frattura insanabile all’interno dell’Alleanza atlantica, con il rischio che Ankara si sposti totalmente verso Oriente abbandonando i rapporti difficili con Europa e Stati Uniti e abbracciando l’asse eurasiatico di Russia, Iran e Cina. L’Occidente non può permettersi questo scivolamento a oriente della Turchia, ma, dall’altra parte, lo scontro con l’Iran sembra inevitabile così come sembra inevitabile che Erdogan converga con Rohani piuttosto che con Paesi che non hanno mai sostenuto le sue politiche. La questione del Qatar è stata emblematica. Mentre Usa e Israele facevano blocco insieme all’Arabia Saudita per chiudere Doha e i suoi legami con l’Iran, la Turchia dava il pieno sostengo all’emirato fornendo militari e generi di prima necessità. Tutto questo insieme all’Iran.

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