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Recep Tayyip Erdogan si sta dimostrando una vera e propria mina vagante dello scacchiere mediorientale. Scostante, incoerente, volitivo e  desideroso di espandere la sua leadership, il presidente turco vive con la ferma convinzione di poter coltivare il sogno neo-ottomano. Un sogno che però rischia di trasformarsi in un’utopia. Perché se c’è una cosa che ha confermato questa guerra di Siria, è che se il presidente turco si è rivelato un eccellente tattico, quanto un pessimo stratega che si ritrova ora a dover confrontarsi con una situazione di accerchiamento che lui stesso ha cercato ma che non pensava si realizzasse.

Basta ricordare la cronologia della guerra siriana per comprendere questo declino dei piani turchi. Erdogan, un tempo amico di Assad, decide di punto in bianco di sostenere le prime rivolte in Siria e accusa il presidente siriano di opprimere le legittime aspirazioni del popolo. Le rivolte crescono ed Erdogan soffia su quel fuoco che nel frattempo si sta elevando in Siria con l’aiuto delle potenze interessate alla caduta del sistema di Damasco. Nella prima fase, Erdogan sostiene le milizie ribelli e islamiste in molte aree del nord della Siria, in particolare a Idlib, e lascia che lo Stato islamico utilizzi le cosiddette “autostrade del jihad” per rifornirsi di reclute e contrabbandare petrolio e altri beni dalla Siria. Con il sostegno agli islamisti e il semaforo verde all’Isis, Erdogan spera di liberarsi di due nemici: Siria e curdi. I calcoli sono stati completamente sbagliati. E Afrin potrebbe essere la prova del nove.

Le cose iniziano a cambiare quando la Russia interviene in Siria e, insieme all’Iran, fa comprendere alla Turchia che non può più permettersi di agire indisturbata. L’abbattimento del Su-24 sui cieli siriani ad opera di due F-16 turchi, insieme al fallito golpe dell’estate del 2016, sono gli eventi spartiacque della politica turca sulla Siria. Erdogan cambia atteggiamento, sposa la linea proposta da Rohani e Putin e inizia ad abbandonare gli Stati Uniti, colpevoli, a suo dire, di aver sostenuto i curdi di Siria e dell’Iraq. Inizia l’era di Erdogan nel blocco di Astana e il suo graduale scivolamento a Oriente rappresentato dall’acquisto dei sistemi anti-aerei russi (nonostante l’appartenenza alla Nato) e dagli accordi economici con l’Iran per il petrolio del Kurdistan.

Ma non c’è solo la Siria a muovere le mire del sultano. Negli anni, si fa sempre più accesa la volontà turca di primeggiare in tutto il Medio Oriente e in ogni settore che possa interessare a estendere l’influenza di Ankara. Sostiene il Qatar nel blocco imposto dall’Arabia Saudita e manda i militari a difendere Doha, ma anche qui mantiene il Qatar indipendente ma non smuove affatto la posizione saudita. Poi è stata la volta della questione palestinese, dove Erdogan si è rivolto all’intero mondo musulmano in qualità di leader religioso più che politico invocando l’unità degli Stati a maggioranza musulmana contro Israele e la scelta di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. Ma anche in questo caso, le parole di fuoco di Erdogan si sono poi intiepidite quando da Tel Aviv e Washington sono arrivate le minacce di un’interruzione delle relazioni economiche.

Adesso vediamo cosa succede nel Mediterraneo orientale. Con l’affaire-Saipem 12000, il presidente turco ha dimostrato a tutti di voler competere nel grande gioco del gas del Levante. La questione di Cipro nord è solo un pretesto: Erdogan non punta al principio, ma alla sostanza. Molto più concretamente ai fondali marini ciprioti, che si stanno rivelando ricchi di gas. Il blocco della nave affittata dall’Eni indica che Ankara vuole entrare in partita per lo sfruttamento dei giacimenti off-shore. Un gioco pericoloso, dove si sta scontrando con potenze che sono tutte interessate allo sfruttamento di quelle aree. E dove Erdogan è isolato da tutti, perché nessuno vuole né può avallare l’unilateralismo del sultano.

L’isolamento: è proprio questo ora il problema di Erdogan. Il leader turco ha voluto in questi anni crearsi una sua peculiare libertà di manovra, svincolata dalle alleanze (come la Nato), dai rapporti amichevoli con l’Unione europea, con cui litiga e fa affari contemporaneamente. E svincolata anche dall’alleanza con gli altri leader mediorientali, con cui vuole rapportarsi come capo più che come omologo. Ma cosa ha ottenuto finora Erdogan? Pochissimo. La Siria, come scritto da Alberto Negri, rischia di trasformarsi nel suo Vietnam. Su Cipro, ha trovato tutte le potenze del gas unite contro le sue scelte, dalla Russia agli Stati Uniti passando per i giganti privati degli idrocarburi. Gli Stati Uniti, che per anni lo hanno tollerato, adesso sentono di dover impartirgli una lezione e potrebbero scaricarlo concedendo i curdi ad Assad. In tutto questo, Putin guarda a Erdogan come un partner utile ma di cui ricorda bene sia il suo recente passato da nemico sia le sue ambizioni egemoniche.

Del resto, in questo continuo roteare, è facile capire il motivo del suo isolamento: la sua totale inaffidabilità. Erdogan è stato (e continua a essere) un partner utilissimo, ma non indispensabile. E se prima poteva anche esserlo, ora non lo è per nessuno, grazie all’incapacità di mantenere una coerenza interna alla sua strategia. Che forse non c’è mai stata, se non nelle vesti di un’ambizione neo-ottomana che però, senza una vera potenza alle spalle, diventa soltanto un sogno irrealizzabile. E il sogno può finire in due modi per Erdogan: o si sveglia, o si trasforma in un incubo. Di certo, non lo realizzerà.

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