Nell’intricata vicenda che ha infiammato negli ultimi mesi il Mediterraneo orientale, irrompe un nuovo mood da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, decisamente in contrasto con la linea dura perseguita finora, proprio mentre l’Unione europea sta valutando possibili azioni sanzionatorie a danno di Ankara.

Una formula win-win

Win-win, formula meglio nota come “vantaggi per tutti”, che il Sultano sembra rispolverare in un’ottica dialogante alla quale non eravamo abituati. Nella settimana del Consiglio europeo che affronterà le dispute nel Mediterraneo orientale e le eventuali conseguenti sanzioni contro Ankara, poche ore fa, Erdogan, in un videomessaggio inviato a un workshop sul tema in corso ad Antalya ha dichiarato: “Faccio appello a tutti i Paesi vicini nel Mediterraneo, e specialmente alla Grecia, a non vedere la questione delle risorse energetiche come un gioco a somma zero. Credo che una formula win-win che rispetti i diritti di tutti possa essere trovata”. È stata questa l’occasione per rilanciare l’appello a una conferenza internazionale che riunisca tutti gli attori attorno al tavolo, compresa la minoranza turco-cipriota. Tuttavia, il messaggio è stato immediatamente edulcorato aggiungendo l’intenzione di Ankara di non piegarsi alle minacce e ai ricatti sul Mediterraneo orientale, specificando che qualsiasi piano o mappa che escluda la Turchia dai suoi diritti nella regione sarà inaccettabile.

L’Unione europea e la minaccia delle sanzioni

Il capo del Consiglio europeo Charles Michel, che ospiterà il vertice di giovedì prossimo, la scorsa settimana ha espresso la frustrazione dell’Europa e della Francia, in particolare, che guida la spinta dell’Ue a sanzionare la Turchia. Ma non tutti i membri sono convinti dalle sanzioni, per via del timore che una situazione di stallo crescente possa vedere il governo di Erdogan utilizzare profughi e richiedenti asilo come “arma” contro l’Europa. I ministri rinvieranno la decisione al vertice di giovedì dei leader europei: i vertici dell’’Unione sostengono che le navi turche (di esercitazione e ricognizione) hanno continuato ad operare nelle acque contese da Grecia e Cipro, il che, secondo la Grecia, rende impossibili i colloqui formali con la Turchia sulle rivendicazioni marittime.

Il rinnovato clima di collaborazione da parte di Erdogan non sembra però convincere l’Europa: anche la mossa della Turchia, alla fine di novembre, di riportare in porto una nave da esplorazione sismica sembra essere banale strategia. A rafforzare le posizioni europee contro Erdogan questioni più ampie come Libia, Siria, Russia e l’autoritarismo interno che soffoca il popolo turco.

Il ruolo tedesco e la rabbia di Atene

La Germania, attuale detentore del semestre di presidenza, detiene la chiave per decidere il futuro delle sanzioni. Berlino aveva sperato di mediare tra Atene e Ankara, fino a quando la Turchia, in ottobre, ha ripreso le esplorazioni alla ricerca di giacimenti di gas. Il parlamento Ue ha chiesto sanzioni il 26 novembre, ma il ritorno in porto della nave Oruc Reis e l’appello al dialogo del presidente turco potrebbero dare all’Ue ragioni per desistere, per ora.

La mediazione tedesca, tuttavia, è stata duramente contestata dalla Grecia: il ministro degli esteri greco Nikos Dendias ha accusato la Germania di non essere all’altezza del suo ruolo di leader nell’Unione respingendo le richieste di Atene di imporre un embargo sulle armi alla Turchia: armi che potrebbero essere utilizzate contro due Paesi membri, Grecia e Cipro, se si verificasse un’escalation ulteriore nel Mediterraneo. “Non riesco davvero a capire la riluttanza della Germania a usare l’enorme potere della sua economia per dare un chiaro esempio ai Paesi che devono obbedire al diritto internazionale”, ha dichiarato Dendias in un’intervista su Politico.eu.

Perché l’inversione di rotta

Erdogan ha abituato l’Europa e la NATO a continui colpi di scena. Così come ad un atteggiamento schizofrenico che oscilla tra la retorica antioccidentale da fortezza assediata, nella quale recentemente sono finiti sia Macron che la Merkel, e il refrain europeista nel quale dichiara “Non immaginiamo per la Turchia alcun posto se non in Europa. Vogliamo disegnare il nostro futuro insieme all’Europa”. Una fine e continua operazione di lifting politico che utilizza a seconda della circostanza e del clima internazionale.

Le cose in Turchia non vanno affatto bene: il Sultano ha bisogno di rassicurare i mercati e gli investitori stranieri e di lenire le ferite dell’economia turca sull’orlo del baratro. Ne è toccato pagare le spese a suo genero Berat Albayrak, l’ex ministro delle Finanze e del Tesoro, in nome di una presunta “Nuova era” e ad una sequela di governatori della Banca centrale: ben quattro in soli quattro anni. Il crollo della lira turca sembra aver offuscato i tempi d’oro di circa dieci anni fa, quando l’economia del Paese galoppava mentre il resto del Mondo si impantanava nella crisi. Ma non è solo l’economia turca a vacillare: anche l’alleanza di governo sembra essere meno solida di un tempo, così come lo stesso partito del presidente. A schiacciare Erdogan sono anche i circoli ultranazionalisti legati alla destra estrema e quelli islamisti che controllano fette importanti della vita turca. Calano anche gli indici di gradimento: gli elettori del partito del presidente sono sempre più scontenti dell’alleanza di governo con i nazionalisti di estrema destra del Mhp; proliferano anche dissidi e malumori all’interno del suo partito, come dimostrano gli abbandoni di numerosi padri nobili dell’Akp che si sono dedicati a nuovi progetti politici. A questo si aggiunge l’isolamento che si è guadagnato nella comunità internazionale e nella Nato.

Questo Erdogan, meno guascone rispetto agli ultimi mesi, sembra spingere come non mai su Bruxelles per la promessa di adesione. Se, da Ankara, può ancora negoziare da un punto di forza, si trova comunque di fronte un’Europa ed una Nato per le quali la misura è colma. Vacillando anche in patria, non può permettersi passi falsi e questo, presto o tardi, potrebbe costringerlo a qualche doloroso passo indietro per evitare il baratro. Non a caso, lo scorso novembre, ha inviato a Bruxelles İbrahim Kalın, fidato portavoce apprezzato in Occidente, per ribadire nelle stanze del potere la direzione pro-Europa della Turchia, paventando la caduta di Ankara nelle spire dei panturchisti e degli islamisti qualora cadesse il suo Sultano.

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