Stati Uniti contro Cina, Washington contro Pechino, Donald Trump contro Xi Jinping. Altro che distensione, pace e fine della guerra dei dazi: una serie di nuvoloni neri come la pece si è addensata all’orizzonte e minaccia di complicare ulteriormente la situazione. Una situazione, tra l’altro, già fin troppo delicata. Soltanto pochi giorni fa, in mezzo al grido di giubilo dei mercati, un esultante Trump dichiarava di essere molto vicino “a un grande accordo con la Cina” e che “loro lo vogliono e anche noi” lo vogliamo. Probabilmente il tycoon diceva sul serio ed era davvero intenzionato a far calmare le acque. Eppure, chissà come reagirà l’inquilino della Casa Bianca non appena verrà a conoscenza del piano dell’odiatissima Huawei. Già, perché il colosso di Shenzen, bannato dal mercato degli Stati Uniti (almeno fino all’inizio del 2020) e inserito nella entity list americana (una sorta di lista nera), ha intenzione di espandersi in Europa. Che dire, invece, della scelta di Pechino di candidarsi alla presidenza dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo), cioè di quell’organismo Onu incaricato di occuparsi della regolamentazione internazionale dei diritti e dei brevetti? In caso di fumata bianca, temono alcuni analisti americani, i cinesi potrebbero favorire Huawei e altri brand provenienti da oltre la muraglia.

Huawei punta sull’Europa

Andiamo con ordine e procediamo con la prima questione. Al fine di eludere le sanzioni statunitensi, Huawei guarda sempre di più al Vecchio Continente. Secondo le ultime indiscrezioni, pare che l’azienda cinese abbia intenzione di aprire una fabbrica nel cuore dell’Europa. Il presidente dell’azienda, Liang Hua, è stato chiarissimo nell’esplicare la situazione: “Stiamo conducendo uno studio di fattibilità in Europa. La scelta del Paese dipenderà da questo. Il progetto potrebbe procedere molto velocemente”. In ogni caso, il gruppo è uscito allo scoperto dopo aver dichiarato di voler acquistare dal Vecchio Continente forniture dal valore di 50 miliardi di euro da qui ai prossimi cinque anni. Huawei adesso è costretta a camminare sulle sue gambe, anche perché le sanzioni americane le hanno impedito di utilizzare la tecnologia Micron, Qualcomm e Intel. In mezzo a un tipico scenario da guerra fredda, l’azienda ipotizza tuttavia che le vendite di smartphone possano mantenersi tra i 245 e 250 milioni di esemplari piazzati in tutti gli angoli del mondo. E per riuscire nell’impresa, la società punta molto sul mercato europeo.

La Cina vuole la presidenza del Wipo

Mentre Huawei lavora sui fianchi degli Stati Uniti, acquisendo un peso sempre più determinante all’interno dell’Europa, Washington monitora con attenzione le mosse della Cina all’Onu. La candidatura di Pechino a ricoprire la presidenza del Wipo, che come detto ha il compito di regolare le questioni relative ai diritti della proprietà intellettuale, preoccupa (e non poco) la Casa Bianca. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha fatto il nome di Wang Binying per sostituire alla presidenza dell’organismo l’attuale Francis Gurry. L’amministrazione Trump ritiene che la conquista cinese del Wipo rappresenti un obiettivo strategico di Pechino. Considerando che gli Stati Uniti – stando a uno studio del Dipartimento del Commercio Usa – perdono ogni anno circa 50 miliardi di dollari per combattere sia la contraffazione che lo spionaggio industriale cinse, per Washington avere un presidente Wipo cinese non è certo il massimo. Ecco perché, in caso di fumata bianca per Binying, non è da escludere un riacutizzarsi delle tensioni commerciali tra le parti.

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