Per il presidente del Consiglio “venuto da Francoforte”, il problema principale doveva essere l’elaborazione del piano per il Recovery e le trattative con Bruxelles con una maggioranza così complicata da tenere insieme. Ma a questi dossier se n’è aggiunto uno che per Mario Draghi inizia a essere dirompente: il Mediterraneo. Gli spari delle motovedette libiche ai pescatori di Mazara del Vallo arrivati a qualche decina di miglia dalle coste nordafricane sono solo una parte del problema. I flussi migratori sono ripresi in forma copiosa destando non poche preoccupazione in seno alla compagine di governo. E la Libia, vero crocevia dei nostri interessi nel Mediterraneo centrale e in Africa settentrionale, rimane un inferno di influenze geopolitiche, milizie, clan e interessi strategici in cui l’Italia deve per forza di cose tessere la sua trama per evitare che quel caos irrompa con tutta la sua forza nel Patrio Stivale.

Una cabina di regia

Draghi ha convocato la cosiddetta “cabina di regia” con Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini, Luigi Di Maio ed Enrico Giovannini per cercare di trovare un modo di fermare il flusso. La scelta ricade sui ministeri chiave. L’Interno sotto il profilo della sicurezza interna e dei ricollocamenti, i Trasporti per la gestione infrastrutturale ma soprattutto delle Capitanerie di porto, la Difesa per l’uso delle forze navali ma soprattutto per il profilo militare che comporta la sfida nel quadrante del Mediterraneo centrale, e infine gli Esteri per i rapporti con i Paesi non solo dell’Europa ma anche del Nord Africa.

La complessità dell’azione del governo sul lato migranti è ovviamente speculare, quindi, alla complessità della situazione che si erge davanti alle nostre coste. Ma è soprattutto la rete diplomatica a militare ad avere un ruolo di primo piano: perché è un problema di natura diplomatica e di sicurezza internazionale in cui il flusso di migranti è solo una parte del problema, il sintomo o probabilmente la parte più inquietante di un caos geopolitico che l’Italia non riesce a risolvere. E l’Europa, per molto tempo, non solo non ha offerto aiuto, ma nemmeno garanzie agli sforzi compiuti da Roma in questo quadrante.

Gli accordi bilaterali non bastano

Quello che ormai è chiaro da diverso tempo è che, specialmente per quanto riguarda la Libia e un freno all’emergenza migratoria, non si può più parlare di rapporti bilaterali. L’Italia non può più trattare con le tribù del Fezzan che controllano le strade che arrivano dall’Africa centrale, così come non può parlare esclusivamente con il governo di Tripoli, pur riconosciuto a livello internazionale. Nel momento in cui la Libia (o, per meglio dire, le Libie) sono territorio di caccia di vecchie e nuove potenze – in larga parte esterne all’Ue – è evidente che le trattive vadano poste su diversi piani.

La trama turca e gli altri Paesi

In Tripolitania, ormai è noto, i turchi hanno un peso specifico notevole nella politica del governo e in quella di Misurata, città-Stato alleata dell’esecutivo nazionale. Ankara addestra le forze armate locali, ha basi di intelligence, aeree e navali in tutta l’area e gli Stati Uniti non sembrano aver dato ultimatum così incisivi sull’uso dei mercenari. È chiaro dunque che nel momento in cui l’Italia parla con la Libia occidentale, parla anche con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Lo stesso che in questi giorni tratta con l’Unione europea per un nuovo accordo sul contenimento dei migranti pronti a prendere la rotta balcanica dal Medio Oriente e dall’Asia centrale. In questo complesso negoziato tra Europa e Turchia in cui l’immigrazione è una delle tante leve contrattuali nelle mani del “Sultano”, è evidente che la Libia rappresenta per Ankara un avamposto di fondamentale importanza nella sua strategia negoziale. Erdogan ha fatto il lavoro sporco dell’Ue a suon di miliardi tenendo milioni di persone sul proprio territorio: l’Europa gli ha consegnato le chiavi per controllare la stabilità dell’Egeo e dei Balcani, ma è anche vero che non c’era nessuno disposto a tenere i migranti nel proprio territorio.

L’accordo con i turchi si può replicare, potenzialmente, anche con i libici? Possibile, ma sempre con i turchi bisogna trattare finché in Tripolitania ci saranno soldati, consiglieri e mercenari inviati da Ankara. E per adesso sempre difficile trovare chi possa scalfire questo protettorato della Mezzaluna, dal momento che i russi della Wagner, presenti in Cirenaica, non sembrano avere la possibilità di radicarsi in modo così capillare. Idem per quanto riguarda altre forze inviate da Emirati Arabi Uniti o Egitto. E l’Italia, soprattutto dopo la netta svolta atlantica imposta negli ultimi tempi, non può certo chiedere favori a Mosca: tanto più contro una Turchia che appare ben contenta di trattate con la Russia come ha già fatto in Siria, nel Caucaso e nel Mar Nero.

Per quanto riguarda gli altri attori africani, soprattutto Tunisia e Algeria e i Paesi del Sahel, la questione non appare certamente delle migliori. Lamorgese andrà a Tunisi per discutere dei flussi, ma anche in questo caso l’Italia non può pensare di concludere accordi senza un quadro di sostegno diplomatico dall’Europa e dagli sponsor internazionale del Paese. Con l’Algeria i rapporti sono solidi, ma ultimamente non appaiono così cristallini come lo erano gli scorsi anni e ad Algeri il peso di altri attori risulta essenziale (a partire, anche in questo caso, dai russi). Per quanto riguarda l’Africa centrale, il caos esploso in Ciad ha già dimostrato che il pericolo è in agguato e si sono già mosse le forze francesi ed emiratine per evitare che la crisi si dilati a macchia d’olio fino a coinvolgere il Niger, altra porta meridionale per la Libia.

Le opzioni per l’Italia

Per l’Italia le alternative iniziano a essere ridotte. Draghi ha davanti a sé un ventaglio di opzioni più o meno concrete, dal ripristino degli accordi con Malta fino a puntare tutte le sue fiches in Europa sperando che si crei un meccanismo di ricollocamento dei migranti. C’è chi invoca il blocco navale, ma non è una realtà attuabile in assenza di precise condizioni. Ma su quest’ultima opzione pesa il calendario elettorale in Europa: la Germania si prepara ad andare al voto e la Francia avrà le presidenziali il prossimo anno, a Berlino come a Parigi non possono permettersi accordi per portare gli immigrati sul proprio territorio, specialmente con leadership così deboli. E da Francia e Germania non sempre è arrivato l’aiuto richiesto, anzi, si sono spesso rivelati ben poco inclini a sostenere l’agenda italiana nel Mediterraneo e in Africa settentrionale.  L’Italia ha dimostrato di poter fare qualcosa: manda i militari a sostegno delle truppe francesi e fa “i compiti a casa” come piace ai tedeschi, ma potrebbe non bastare.

La pressione può arrivare dalla Commissione Ue, ma in una fase così delicata sul fronte economico e sociale, non sembra che Ursula von der Leyen possa fare sforzi in tal senso. Si cercano altri partner, a partire dalla Grecia, con cui Draghi ha aperto un canale di dialogo, ma il peso di Bruxelles sarà decisivo come quelli di altri competitor europei. Ultima opzione potrebbe essere quella di ripristinare, rafforzare o modificare le missioni nel Mediterraneo centrale, ma, anche in questo caso, il nodo rimane diplomatico e militare. E l’impressione è che l’Italia sia costretta a fare da sola.

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