Cinquant’anni fa in Francia si viveva quel Maggio che avrebbe cambiato per sempre il movimento del ’68. Oggi, sempre a maggio, la Francia vive un’altra piccola rivoluzione: il Rassemblement National di Marine Le Pen ha battuto alle europee La Republique en Marche di Emmanuel Macron. La destra dell’ex Front National ha battuto il partito del presidente. E all’Eliseo non si tratta più di allarme generale: è un dramma.

Il dramma non è tanto nei numeri o in una futura vittoria di Rn alle presidenziali. Perché in Francia è difficile prevedere l’elettorato ma è altrettanto risaputo che il richiamo alle forze costituzionali premia in ogni caso caso i moderati. Nella tradizione del voto utile francese, chiunque è considerato meglio di un candidato della destra radicale. E alle prossime elezioni potrebbe vincere ancora un candidato di centrodestra o di centro.

Il problema, per l’Eliseo, è che Macron da quando è presidente non ha ottenuto alcun consenso da parte del suo elettorato. I voti sono fermi, la paralisi politica è evidente. E il consenso si corrode, giorno dopo giorno, mostrando un presidente totalmente incapace di piacere ai suoi cittadini. Ci ha provato – dopo lo scandalo Benalla e dopo le proteste dei gilet gialli – ad apparire un presidente più vicino alla gente. Aveva provato a cambiare il suo stile monarchico, da Re Sole chiuso fra Eliseo e Versailles, tentando un improbabile cambio di passo. Non solo non c’è riuscito, ma è riuscito anche nel far emergere Marine Le Pen come leader carismatica della Francia alternativa a Macron. Sicuramente più alternativa di candidati dei repubblicani e del centrosinistra e con la netta sconfitta di Jean-Luc Mélenchon alla guida del sentimento di protesta dei gilet gialli.

Per Macron si tratta di una sconfitta clamorosa non solo per l’affermazione di Rn, che in ogni caso è uno schiaffo senza precedenti, ma è soprattutto perché è stato sconfitto tutto un sistema politico, culturale, sociale ed economico che ha provato in tutti i modi a far apparire la Francia diversa da quello che è nella realtà. Quella Parigi che è rimasta paralizzata e ferita dalla violenza dei gilet gialli è la stessa che si è presentata alle urne alle europee: tra astensione, voto anti Ue, sovranismo e pochi moderati, la Francia ha certificato quello che le proteste avevano fatto capire in maniera violenta. C’è una parte del Paese completamente disillusa e che non vota. Un’altra parte si blinda nel sovranismo della Le Pen come ultimo treno euroscettico e critico verso l’establishment francese rivolto a Bruxelles. Pochi che votano per Macron più per disperazione che per reale convincimento, perché oltre al re non c’è nulla. E con quel sentimento di rabbia che coinvolge tutto il Paese, da sempre baluardo del nazionalismo e dell’euroscetticismo. Anche quando viene governato da un cosiddetto europeista che in realtà non fa altro che governare seguendo l’interesse del sistema della grande industria francese in coordinamento con la Germania.

Difficile dire quale sia la conseguenza politica nel breve termine. È chiaro che la richiesta di Le Pen di sciogliere le Camere perché Macron non ha più la maggioranza elettorale è un’invocazione più di propaganda che altro. Ma da un punto di vista d’immagine, l’Eliseo ha subito una sconfitta colossale che conferma il totale distacco del popolo con le élite che lo governa. Chiaramente si tratta di europee: le nazionali sono un’altra cosa. Ma il maggio francese del 2019 consegna un’immagine molto diversa rispetta a quella che Macron avrebbe voluto dare del suo Paese. La Francia non è con lui, lo respinge. E in Europa trionfa la parte più critica del Paese: quella dei sovranisti. A dimostrazione che i francesi tutto sono fuorché pro-Ue.

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