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Un governo europeista e atlantista. Con queste parole Mario Draghi definisce la politica estera del suo governo e invia un messaggio rivolto non solo agli alleati di governo, ma anche a quelli esterni all’Italia. C’è un Paese che per Draghi deve confermare le linee guida che per decenni hanno caratterizzato la diplomazia di Roma. E Draghi rispetta le aspettative di un esecutivo che è chiaramente nato anche con la benedizione di Washington e di Berlino (e di Bruxelles). Le due capitali dell’Occidente politico, quella dell’America e quella dell’Europa, guardano con molta attenzione a quanto sta avvenendo a Palazzo Chigi, consapevoli che l’Italia è un Paese che nessuno può né vuole perdere. Gli Stati Uniti per questioni strategiche, la Germania per motivazioni economiche e quindi politiche.

In questi ultimi anni, l’Italia è apparsa molto ondivaga su temi chiave della propria politica estera. Non è per forza di cose un difetto, ma non è neanche un pregio. Molto spesso si scambia l’essere ambigui come una forma di politica non allineata o come segno di indipendenza. Tuttavia, quello che appare quasi un richiamo a una diplomazia di stampo “primorepubblicano” nasconde (e nascondeva) molto spesso l’incapacità di seguire una strada certa e che portasse a benefici netti. Giuseppe Conte, cambiando maggioranza, ha certamente impresso una sterzata profonda anche al suo modo di fare politica estera: ma questo non è bastato a dare garanzie alle potenze che fanno da garanti all’Italia nel consesso internazionale. Una questione che ha pesato come un macigno nella politica di un governo già minato da questioni interne.

Draghi arriva a Palazzo Chigi con un background preciso. E le linee che detta marcano ancora di più il favore con cui è tornato a Roma. L’asse tra Palazzo Chigi e Quirinale, che ha plasmato questo esecutivo nato sulle ceneri di quello giallo-rosso, si fonda su una linea programmatica che ha le sue radici in tre elementi cardine: Nato, Unione europea e l’idea di un Paese che rappresenti questi blocchi come pilastro mediterraneo. Le parole del premier confermano questa linea con una frase che non lascia dubbi: “Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite”.

Sul fronte europeo, è chiaro che il governo Draghi nasca in un sistema profondamente legato alla visione unitaria dell’Europa. Il curriculum di Draghi, in questo senso, non può certo esser sottovalutato visto che da presidente della Banca centrale europea ha salvato l’euro da una crisi potenzialmente esplosiva e ha ribadito, nel suo discorso al Senato, di considerare l’euro irreversibile. Queste linee guida economiche e finanziarie vanno di pari passo anche con una politica estera in seno all’Ue che appare da subito molto precisa, e che non deve essere sottovalutata. L’idea di affermare che Francia e Germania sono referenti primari all’interno del continente, distinguendo nettamente Parigi e Berlino rispetto agli altri governi mediterranei (espressamente Spagna, Malta e Grecia e Cipro) costruisce un confine ben definito della rete strategica italiana. Con Francia e Germania l’impressione è che si vogliano creare canali sicuri e diretti che implicano un graduale ingresso dell’Italia nelle scelte comunitarie, cosa che ha anche ricordato il politologo Alain Minc, consigliere di Macron, nella sua intervista su Repubblica. Anzi, Minc ha anche lanciato una battuta non scontata sul disappunto spagnolo per l’arrivo di Draghi, dal momento che Madrid ha come obiettivo quello di scalzare Roma come terza capitale dell’Ue.

Questi pilastri europei, uniti a quelli atlantici, rappresentano la trincea diplomatica del governo varato in queste ultime settimane. Linee rosse che aprono la porta a uno scenario di riposizionamento anche per quanto riguarda la Cina, mai citata nel testo nemmeno come partner fondamentale del Paese – cosa che invece è stata fatta per la Russia e per la Turchia – se non una volta ma per parlare delle tensioni intorno a essa e in Asia centrale. Una scelta che non può essere solo dialettica: per Draghi l’Italia ha una sola appartenenza, che è quella atlantica ed europea. La Cina è un partner commerciale inevitabile, ma evitando di parlarne nel suo discorso programmatico, fa capire anche che non abbia un valore strategico come possono averlo America, Unione europea e Paesi con cui l’Italia intrattiene profondi rapporti economici, politici, di intelligence e per il controllo del Mediterraneo.

Se quindi è chiaro che per Roma il rapporto con Berlino e Parigi resta imprescindibile per rafforzare un piano europeo che coinvolga anche il nostro governo, evitando che Aquisgrana detti totalmente la linea sui cambiamenti in Europa, l’Italia guarda anche al Mediterraneo, visto che il presidente del Consiglio ha sostenuto in Senato di voler “consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea”.

La questione è particolarmente importante perché aiuta anche a comprendere come si stia sviluppando la geopolitica italiana in un periodo così complesso di transizione in atto nell’area euromediterranea. Per Stati Uniti e Unione europea, il Mediterraneo rappresenta una faglia che divide un mondo occidentale indebolito dalla crisi e un’area di caos (Limes in particolare la definisce Caoslandia) che include grandi parti il Nord Africa e il Medio Oriente e dove incidono diverse potenze medie e grandi. L’Italia si trova al centro, ultimo lembo di un blocco alla ricerca della sua nuova vocazione dopo il crollo dell’Urss e con un’America che cerca di spostare il focus sulla Cina evitando di abbandonare il teatro europeo e mediorientale. Questa condizione implica che Roma debba scegliere con molta cura i suoi migliori alleati, perché è chiaro che in questa partita non esistono pareggi: c’è chi vince e c’è chi perde, o dentro o fuori. L’asse europeista e atlantista definito da Draghi indirizza l’Italia nel solco di chi la considera come trincea di questo confine in fiamme dell’ordine liberale internazionale. E questo chiaramente implica anche un ruolo preciso incorniciato in questo schema: a partire dallo stesso Mediterraneo allargato. Libia, Levante, Balcani sono aree verso cui l’Italia non può fare finta di nulla. E in attesa di mosse precise dell’amministrazione Biden, che ha già fatto capire di apprezzare molto il nuovo corso italiano, l’impressione è che ora Palazzo Chigi, Quirinale e Farnesina (che di fatto è “commissariata” dalla linea Draghi-Mattarella) abbiano un orizzonte in linea con le mosse di Nato e Ue.

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