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L’ultimo avvertimento sui missili del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nei confronti di Atene ha radici profonde, come tutto ciò che riguarda Grecia e Turchia. Ma queste radici profonde producono frutti anche nella cronaca più recente, che si alimenta di fatti, incomprensioni, diplomazie parallela e sfide che rendono la convivenza dei dirimpettai dell’Egeo sempre più difficile. Fino a sfociare appunto in episodi come quella (poco velata) minaccia di Erdogan espressa in un incontro pubblico a Samsun, nord della Turchia.

Le parole di Erdogan partono da lontano

Erdogan non è certo nuovo a questo tipo di discorsi altisonanti né si può dire che la tensione tra Ankara e Atene sia qualcosa di imprevedibile o improvviso. La mente vola all’estate del 2020, quando si arrivò addirittura a un inquietante incidente tra una nave turca e una greca. Nel tempo i toni si sono in parte abbassati da parte turca, ma nel corso degli anni, fino ad arrivare a questi giorni, la situazione non è in realtà mai migliorata e non sono arrivati veri segnali distensivi né da parte greca né da parte turca.

Non c’è quindi da stupirsi che il Sultano abbia deciso di mostrare di nuovo i muscoli nei confronti del nemico di sempre. Tanto più se si uniscono alcuni elementi di questi ultimi mesi, in particolare settimane. I motivi di tensione tra i due Paesi sono sempre gli stessi da anni: la spartizione delle zone economiche esclusive, specialmente per quanto riguarda lo sfruttamento dell’Egeo, la demilitarizzazione da parte greca delle isole a ridosso delle coste turche, la volontà turca si fruttare Cipro nord come piattaforma per utilizzare il gas dei giacimenti vicino l’isola e la necessità di Ankara di non rimanere tagliata fuori dalla politica energetica del Levante. A questo si aggiungono altri due fattori strategici non irrilevanti: la trasformazione della Grecia in un hub militare delle forze Usa nel Mediterraneo e il blocco della vendita degli F-16 ad Ankara da parte del governo Usa (per gli stessi motivi dietro lo stop al programma F-35).

Escalation di toni tra Atene e Ankara

Tutti questi elementi, citati brevemente, si sono pericolosamente riuniti in questa settimana in una inquietante convergenza. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu solo alcuni giorni prima delle minacce di Erdogan, aveva detto: “Se semini vento raccogli tempesta, la Grecia non lo dimentichi. Se non vogliono la pace agiremo di conseguenza e faremo quanto necessario, sia presso gli organismi internazionali, sia sul campo “. Il ministro turco faceva riferimento alle esercitazioni tenute dalle forze armate elleniche in un’area che per Ankara è troppo vicina al proprio territorio (85 miglia), ma anche alle notizie su un presunto rafforzamento militare delle isole greche da parte del governo di Atene. Sul tema si è espresso anche il ministro della Difesa, Hulusi Akar, che in videoconferenza con i comandanti turchi aveva detto: “La Grecia sta facendo ogni tentativo per aumentare la tensione con richieste e rivendicazioni irragionevoli, illogiche e illegali insieme alle sue continue azioni provocatorie e retorica aggressiva”. Un’accusa, quella della militarizzazione delle isole, che gli anatolici rilanciano da settembre, con foto che mostrerebbero l’arrivo di blindati in luoghi che per Ankara dovrebbero essere prive di forze armate: in particolare Lesbo e Samo.

Continua lo scontro sul gas

A questo attrito, si è aggiunta inoltre la decisione turca di inviare una quarta nave per trivellazioni non lontano dalle acque cipriote, nel loro chiamato Tasucu-1. L’imbarcazione, la Abdulhamid Han, è partita da Mersin e si è diretta in un’area che Nicosia e Atene ritengono non debba essere di interesse turco, scatenando le proteste dei due governi in diversi settori della diplomazia. Da diverse settimane sono tornate le tensioni per ricerche in aree che entrambi i Paesi ritengono sotto la propria giurisdizione e possibilità di sfruttamento, con Ankara che ha accusato Atene di avere interrotto il percorso di pacificazione.

Gli F-16 alla Turchia

Si arriva poi al nodo F-16. Per la Turchia, ottenere quei caccia da parte degli Stati Uniti è un obiettivo di importanza capitale. Ankara ha estremo bisogno di modernizzare la propria flotta aerea e gli F-16 sarebbero fondamentali per raggiungere quel risultato. La richiesta turca è di 40 nuovi caccia più tecnologie ed elementi per aggiornare un’altra parte della flotta. In quanto terzo maggiore utilizzatore di F-16 dopo Israele e Stati Uniti, è chiaro che avere i nuovi modelli darebbe un grande impulso all’aeronautica turca. In questi ultimi giorni, negli Stati Uniti si è tornato a parlare della possibile cessione dei mezzi della Lockheed Martin. Dal National Defense Authorization Act sono state tolte tecnicamente le limitazioni alla vendita parlando solo del fatto che “gli alleati dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico non dovrebbero effettuare sorvoli territoriali non autorizzati dello spazio aereo di un altro alleato della Nato” come condizione per il semaforo verde. Tuttavia, subito dopo il senatore Bob Menendez, presidente della Commissione Esteri del Senato e uno dei più potenti rappresentanti politici Usa ha dichiarato che non approverà mai questo accordo “fino a quando Erdogan non fermerà i suoi abusi in tutta la regione”. Uno stop che rappresenta un altro colpo per la politica militare del governo di Ankara.

Si arriva quindi alle ultime parole di Erdogan, quelle sulla possibilità che i missili Tayfun, prodotto dell’industria bellica turca, colpiscano Atene se questa “non si comporta bene”. Al netto della retorica tipica di certi ambienti nazionalisti turchi, tanto più di un presidente che non ha mai disdegnato annunci roboanti e minacce che in altri contesti risulterebbero lontani da ogni dibattito pubblico – bisogna quindi capire come si è arrivati a quelle dichiarazioni e soprattutto il messaggio sottilmente lanciato con questa frase. L’inquietante avvertimento sulla Grecia rientra non solo in un crescendo di tensioni con Atene, ma anche con il preciso intento di parlare a un pubblico interno – l’organizzazione giovanile a Samsun in un territorio dove si testano anche missili – e con una logica anche di rafforzamento dell’immagine dell’industria nazionale. I risultati dell’industria bellica turca sono sotto gli occhi di tutti, dai droni agli ultimi sistemi, e Erdogan cerca di pubblicizzare i suoi “prodotti” sia per venderli sia per mostrare una rinnovata capacità militare.

Il grande nodo delle elezioni

D’altro canto, specificare di potere colpire Atene sembra quasi indicare che Ankara può essere pericolosa a prescindere dagli F-16, cosa che ridurrebbe pertanto l’impatto pubblico di questo stop alla vendita da parte di Lockheed Martin. Infine, c’è anche un inequivocabile motivo elettorale: il 2023 si avvicina e il Sultano non può perdere questa tornata elettorale. Il discorso di questo stampo fa presa sullo zoccolo duro dell’elettorato sia di matrice Akp sia di altri segmenti della politica conservatrice o nazionalista, e Erdogan gioca ogni carta in politica estera per distogliere l’attenzione dai problemi interni, in particolare la crisi finanziaria e il nodo della sicurezza e della stabilità del Paese. Proprio per questo motivo, è possibile che fino al prossimo anno aumentino questo tipo di interventi. Mentre dall’altro lato, cioè quello greco, è abbastanza certo che nessuno farà un passo indietro su un compromesso che possa cedere qualcosa alle esigenze di Ankara.

L’unica potenza a poter mediare è Washington, che però sulla Turchia sembra avere grosse difficoltà a mantenere una linea univoca, divisa tra lobbies interne al Congresso e da un’amministrazione che ha bisogno di Erdogan ma allo stesso tempo non può cedere su alcune linee rosse.

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