Negli Stati Uniti esiste una potente rete impegnata nella “resistenza” contro il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, costituita e finanziata da importanti e influenti donatori per milioni e milioni di dollari. Il Washington Free Beacon, infatti, è riuscito a ottenere la lista completa dei finanziatori del Center for Community Change Action, emanazione e costola del Center for Community Change, gruppo progressista molto attivo negli Stati Uniti con sede a Washington D.C e nemico giurato del tycoon. In buona sostanza, si tratta dell’ala più movimentista della cosiddetta sinistra liberal americana, quella che ha organizzato diverse manifestazioni di protesta contro l’amministrazione Trump dallo scorso novembre ad oggi. 

Milioni di dollari in donazioni. C’è anche Soros

Parliamo di cifre molto importanti: tra i maggiori finanziatori del movimento anti-Trump figurano la W.K Kellogg Foundation (3 milioni di dollari) e la Ford Foundation (2.350.000 dollari), oltre al magnate e finanziere George Soros che, attraverso la Open Society Foundations, ha donato all’organizzazione ben 1.750.000 dollari. La W.K Kellogg Foundation è l’associazione filantropica legata alla Kellogg’s e intitolata al suo fondatore, Will Keith Kellogg, colui che commercializzò i celebri Corn Flakes nel 1922; negli ultimi anni è diventata un importante partner della OSF di Soros, anche in questo caso per mezzo di cospicue donazioni

Gli altri donatori

Il Center for Community Change Action sembra essere il contenitore perfetto a cui destinare i fondi per tenere viva la resistenza “Anti-Trump” negli Stati Uniti. Oltre agli illustri donatori sopra citati, nella lista pubblicata dal Beacon troviamo anche California Endowment (524.500 dollari), la Marquerite Casey Foundation (515.00 dollari), il National Immigration Law Center (316.00 dollari), l’Every Citizen Sounds, associazione vicina a Hillary Clinton (1.750.000 dollari) e l’Open Society Policy Center (1.475.000), altro gruppo finanziato da George Soros. Le connessioni fra Soros e il Center For Comunnity Change non finiscono qui. La direttrice Deepak Bahrgava, infatti, è anche nel consiglio d’amministrazione della Open Society Foundations.

La “resistenza” anti Trump iniziata già a novembre

“Il centro – afferma Bahrgava sul sito dell’associazione progressista – rappresenta un ponte tra le organizzazioni comunitarie di base e le politiche pubbliche e nazionali. S’impegna inoltre con le organizzazioni partner nel costruire movimenti dal basso, il tutto unito alla capacità di saper contare nella Beltway [a Washington D.C] – una combinazione che non esiste altrove”.

All’indomani delle elezioni presidenziali, in un editoriale pubblicato sull’Huffington Post, l’organizzazione annunciava già la sua “guerra” contro il repubblicano senza ancora conoscere l’esito del voto: “Non abbiamo la sfera di cristallo che ci può dire come e quando l’onda di Trump si fermerà. Ma sappiamo una cosa: nella nuova America post-elettorale, dovremo lavorare duramente per rendere lui e le sue opinioni una parte deplorevole della storia e muoverci energicamente tutti insieme verso un futuro radioso. Come strategia a breve e a lungo termine, dobbiamo continuare a stigmatizzare la violenza e l’odio che Trump ha catalizzato, non solo per garantire che non venga eletto, ma per assicurarci che tutto questo venga sradicato”, annunciava il portavoce del movimento. 

Per perseguire questi obiettivi, pare proprio che il Center for Community Change Action possa contare su milioni di dollari in donazioni elargiti da finanzieri e speculatori come Soros, mettendo in atto una lotta politica su più livelli. Una strategia mirata, in grado di raccogliere e unire i movimenti e le organizzazioni più piccole con la capacità di influenzare le scelte politiche e fare pressione a livelli più alti. L’obiettivo finale è quello di isolare Trump e costringerlo a dimettersi. 

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