Da oltre un mese, le forze speciali francesi sono attive in Siria per sostenere le operazioni americane contro l’Isis. Lo ha annunciato oggi il ministro della Difesa statunitense James Mattis.

Parigi sta giocando un nuovo ruolo nella guerra in Siria, che segue costantemente fin dal suo inizio (fu proprio l’ambasciatore francese ad accompagnare il suo omologo statunitense ad Hama non appena scoppiarono le rivolte).

Lo scorso 30 marzo, il presidente Emmanuel Macron ha incontrato una delegazione curda, ipotizzando anche l’invio di truppe (poi rimangiato, almeno sulla carta) per fermare l’avanzata di Recep Tayyip Erdogan. Ma le truppe francesi in Siria ci sono e il loro compito – stando almeno a quanto fanno sapere da Parigi – è quello di stabilizzare il Paese e combattere contro il sedicente Stato islamico. Dietro a questi interessi di facciata, però, se ne nascondo altri.

Bashar al Assada Parigi non piace più. Sono lontani ormai gli anni in cui il giovane presidente veniva ricevuto da Jacques Chirac e da Nicolas Sarkozy. Un arcivescovo siriano, una volta mi telefonò arrabbiato per dirmi: “Non devo più dare consigli al ministro degli Esteri francesi. Ascolta la mia opinione e poi fa il contrario”.

In questi ultimi mesi, Macron si è inoltre segnalato come il più grande oppositore di Damasco. Pochi giorni dopo il presunto attacco chimico di Duma, il presidente francese disse di avere le prove che avrebbero incastrato Assad. Quelle prove, nonostante il paper di 8 pagine diffuso dall’Eliseo, si basano solamente sui filmati e sulle immagini diffuse in rete e non hanno quasi alcun riscontro dal campo. 

Lo stesso Macron si è subito accodato a Donald Trump per bombardare la Siria. Un’azione dimostrativa per mettere nel mirino Damasco. E che ben spiega il ruolo che la Francia vuole avere nel Mediterraneo. Leader incontrastata. Nel bene o nel male.

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