Due lettere aperte di provenienza militare ed inviate all’indirizzo dell’Eliseo in meno di due settimane, dai toni accusatori e focalizzate sul rischio di una guerra civile etno-religiosa in Francia, stanno mantenendo vivo ed intenso il dibattito politico e pubblico sul fallimento del modello di integrazione transalpino e, in esteso, su ciò che attende gli abitanti della République al di là dell’orizzonte.

Emmanuel Macron, grandemente irritato dalle epistole – perché interpretate sia come una minaccia simil-golpista sia come un regalo elettorale a Marine Le Pen in vista delle presidenziali -, ha optato per la linea ritenuta più consona: applicazione di gravi sanzioni disciplinari ai firmatari della lettera del 21 aprile e ricerca degli anonimi autori della semi-fotocopia del 9 maggio. L’inquilino dell’Eliseo sta agendo nella maniera adeguata alle circostanze, perché i militari in pensione ed in servizio non hanno fatto segreto di considerare un rovesciamento dell’ordine costituito in caso di emergenza, ma non deve commettere l’errore di sottovalutare e/o ignorare il contenuto (realistico) delle lettere, perché i numeri relativi a quartieri fuori controllo, demografia, narco-banditismo e radicalizzazione danno ragione all’irrequietezza delle forze armate.

Il malcontento è palpabile, condiviso anche da una parte significativa dell’opinione pubblica, e il fatto che i militari abbiano scelto di intervenire nel dibattito pubblico, chi nascondendosi e chi mostrando il proprio volto, dovrebbe suscitare dei sommovimenti in seno all’Eliseo, destare preoccupazione o, quantomeno, dare adito ad un serio moto di riflessione sull’effettiva condizione di salute delle piccole, medie e grandi città francesi. Perché l’esercito è il custode per antonomasia dell’ordine legale e costituito, in Europa come altrove, e nel caso della Francia, poi, vanta una storia ed un’importanza per nulla trascurabili.

L’importanza dell’armata francese

La Francia è quella nazione in cui è “quasi impercettibile la differenza tra civile e militare” in una miriade di settori, dal commercio di alta tecnologia al nucleare, e dove le forze armate vantano una lunga tradizione di protagonismo nella scena pubblica, politica ed economica. Innumerevoli gli esempi che potrebbero essere illustrati a tale proposito, sebbene risaltino maggiormente le origini di Charles de Gaulle (un ex generale), la nascita della Quinta Repubblica (scaturita da una crisi civile destramente strumentalizzata dai militari), il fallito golpe dei generali del 1961 e il fatto che i principali think tank di riferimento dell’Eliseo siano di natura militare, o comunque a forte impronta militaresca, come l’IRSEM e l’EGE.

Primo per dimensioni all’interno dell’Unione europea, e terzo dell’Alleanza Atlantica, quello francese è il sesto esercito al mondo per spese militari ed il più attivo del Vecchio Continente – più di cinquemila i soldati attualmente operativi soltanto nel Sahel –, nonché il più “politicamente intrusivo” dell’Europa occidentale sin da quell’epoca a cavallo tra la Quarta e la Quinta Repubblica. Macron, in sintesi, non dovrebbe commettere l’errore di ignorare le richieste provenienti da un’armata non estranea né all’impegno politico né all’ingerenza-per-contingenza e che, soprattutto, è in prima linea nell’antiterrorismo sia in patria (operazione Sentinelle) sia all’estero (Sahel e Medio Oriente).

I firmatari non sono soli

Un altro errore che Macron dovrebbe evitare è quello di giudicare in maniera erronea e semplicistica gli autori insofferenti delle epistole del 21 aprile e del 9 maggio, fino ad oggi descritti come dei simpatizzanti lepenisti alla ricerca di notorietà ed isolati nel loro ambiente, ergo sanzionabili e condannabili all’oblìo. Perché questi dissidenti, che hanno rapidamente guadagnato il favore dell’opinione pubblica, non sono né soli né minoritari: sono dei portavoce del malcontento serpeggiante tra forze dell’ordine e forze armate, i cui membri sono quotidianamente vittime di aggressioni fisiche – 2.288 quelle consumate ai danni di poliziotti nei primi 31 giorni del 2021 – e periodicamente di attentati e/o agguati mortali – l’ultimo in ordine di tempo è costato la vita a Eric Masson, ucciso il 5 maggio in un “quartiere ad accesso vietato”.

Il generale Jérôme Pellistrandi, capo redattore della rivista specializzata Revue Défense Nationale, commentando le due lettere, ha dichiarato che “tutti concordano con il fatto che la società si stia disintegrando […] e non dobbiamo negare la minaccia della violenza urbana, della terribile realtà che fronteggiano i colleghi poliziotti, degli attacchi contro le stazioni di polizia e degli omicidi di poliziotti”, sebbene sia stato infastidito dall’allarme sulla guerra civile, perché i militari dovrebbero “cercare di incoraggiare l’armonia sociale”. Una condanna dello stile e dei modi, non del contenuto. Una critica riguardante la forma, non la sostanza.

Forse la Francia non è sull’orlo di una guerra civile etno-religiosa, perlomeno non nell’immediato periodo, ma un’alea esiste, e, naturalmente, viene percepita in primo luogo dai tutori dell’ordine, ovvero da coloro che vivono le banlieue, i territori perduti e le zone urbane sensibili. E forse non è un caso che Macron, in occasione delle celebrazioni della Giornata della vittoria, abbia prediletto la compagnia dei vertici delle forze armate, facendosi filmare con loro in quello che è sembrato, in tutto e per tutto, un momento costruito appositamente per tranquillizzare gli animi dei più esagitati.

Un golpe realistico?

Un colpo di Stato militare nel cuore dell’Europa occidentale è impensabile, anche se non impossibile, per una serie di ragioni:

  • La Francia affronterebbe delle ricadute di immagine incredibilmente negative, nonché durature, tanto in Europa quanto nel resto del mondo;
  • Le conseguenze derivanti dall’imposizione di un ordine militare a livello di società: il colpo di mano potrebbe aggravare, anziché lenire, le tensioni etno-religiose;
  • La guerra fredda insegna che il fato dei regimi politici dell’Europa occidentale, una realtà geopolitica a sovranità limitata, può essere deciso dalle forze armate soltanto in presenza di una condizione: l’assenso della potenza-guida del blocco occidentale, cioè gli Stati Uniti;

In definitiva, non è dato sapere quanto sia effettivamente prossimo lo spettro di una guerra civile etno-religiosa, sebbene i numeri relativi a morti, feriti e violenze suggeriscano eloquentemente l’esistenza di una guerra civile molecolare, ma ancora meno pronosticabile è un eventuale intervento delle forze armate. Il monito, comunque, è stato lanciato e da ora in avanti spetterà all’Eliseo l’onere dell’azione, ovvero l’elaborazione di leggi più rigide in materia di espulsioni, certezza della pena, revoca della cittadinanza e lotta al terrorismo e al crimine organizzato, nonché di supporto ai poliziotti e ai militari.

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