Arrivano: tardi, ma arrivano. Anche se sono più frutto della paura di perdere tutto che della reale comprensione del danno causato. Sono i mea culpa dell’Europa. E in particolare degli europeisti. Richieste di scuse, giravolte, ammissioni di responsabilità, che, dai giornalisti ai politici, arrivano in questi mesi a cadenza regolare. Quasi a voler far capire che, con le elezioni europee alle porte, i simboli dell’establishment hanno capito i propri errori.

Lo ha fatto ieri il vice direttore del Corriere della Sera, Federico Fubini, che in una clamorosa e inquietante rivelazione a Tv2000 ha confessato di non aver voluto scrivere sul suo giornale della notizia dell’aumento della mortalità infantile in Grecia a causa della crisi che ha devastato il Paese ellenico. In Grecia ne sono morti 700 in più rispetto agli anni prima della crisi. Un numero drammatico che però Fubini non ha voluto dire: ha “deciso di non scrivere”. Un’autocensura che, secondo li giornalista, è stata fatta per evitare che il dibattito fra euroscettici e europeisti si fondasse anche su questo orribile data. Colpa degli euroscettici, dice il giornalista, che avrebbero usato il dato per attaccare l’Europa: in pratica, non si può dire la verità se questa non è utile alla causa. E solo ora – con Atene praticamente soggiogata dall’Ue e Alexis Tsipras che esegue pedissequamente i diktat di Berlino, Francoforte e Bruxelles – Fubini cambia idea e ne parla. Anzi, ne scrive, perché se i lettori del Corriere non potevano sapere di quanto stesse accadendo nella Grecia dilaniata dall’austerity, ora lo potranno fare comprando il suo libro.

Ma la confessione del vicedirettore del Corriere non è che l’ultima di una lunga serie di ammissioni di colpa compiute dal mondo che ha per anni difeso l’Europa, l’Unione europea e tutto ciò che esso rappresenta. A partire dai suoi vertici, che ultimamente, consapevoli che si avvicina il tempo del redde rationem elettorale, stanno cambiando non solo toni ma anche idee.

Lo ha fatto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha già chiesto scusa per quanto avvenuto in Grecia. Il lussemburghese ha addirittura parlato di austerità “avventata” dopo la crisi che ha sconvolto Atene e ha detto che nei confronti del popolo greco “non siamo stati abbastanza solidali”. Ma ha fatto qualcosa di più, ha aggiunto: “Abbiamo insultato i greci”. Parole, si dirà. Ma le parole hanno un significato importante se dette dal capo dell’esecutivo dell’unione europea. Il problema è che queste parole non sono arrivate prima, quando la Grecia soffriva il disegno europeo, ma dopo, quando ormai dal Partenone non si levavano più le grida contro l’austerity, ma un dolore ormai sedato da anni di privazione. Addomesticato il governo greco e la sua politica, ora Juncker può chiedere scusa. Ma il problema era prima. E prima non è stato fatto nulla.

Ma i mea culpa non sono solo rivolti alla Grecia. E non arrivano solo dall’Ue. Emmanuel Macron, terrorizzato dai gilet gialli, ha più volte ammesso davanti alle telecamere di aver fallito e che le sue riforme non sono state abbastanza “umane”. Ha parlato più volte alla nazione dicendo di aver fallito, ha detto che le sue riforme sono state che giuste, ma “non sono state abbastanza rapide, umane e radicali”, capendo il senso profondo di giustizia che si levava dalle piazze di tutta la Francia. Anche qui, come sempre miope, la politica europeista e dell’austerity nulla ha fatto per evitare il caso: ci si è tuffata, ottenendo ciò che voleva, finché non ha poi deciso di cambiare registro, impaurita che, con le elezioni alle porte, il castello crollasse. Troppi i richiami delle piazze, troppi i governi che iniziano a ribellarsi, troppe le crisi che esplodono a macchia di leopardo. E così arrivano le ammissioni di colpa e quelle frasi che adesso suonano come una beffa.

Beffa che riguarda anche l’Italia e che riguarda, in particolare la politica sull’immigrazione. Da quando il vento sovranista è iniziato a spirare sul nostro Paese, all’Unione europea dello scontro frontale si è aggiunta un’altra Europa, quella della comprensione. Significative le frasi di Angela Merkel a giugno: “Parte dell’insicurezza in Italia ha la sua origine proprio dal fatto che gli italiani, dopo il crollo della Libia, si sono sentiti lasciati soli”. E sia chiaro, l’Italia non si sentiva sola: l’Italia è stata lasciata sola. E solo quando i risultati elettorali hanno iniziato a premiare partiti ostili alle politiche europee, è arrivato il mea culpa. Anche qui tardivo, anche qui inutile. L’Europa non deve chiedere scusa: deve cambiare.

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