“L’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricca della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%”. Insomma, i ricchi sono sempre più ricchi mentre i poveri devono lottare ogni giorno, stringendo i denti. Il rapporto dell’organizzazione britannica Oxfam, pubblicato in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, è un boomerang per l’élite che si  è ritrovata nella lussuosa località svizzera.

“Denunciamo sempre più fortemente le mancanze del sistema economico attuale – si legge nel rapporto – che consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame, e chiediamo ai governi e ai candidati alle prossime elezioni nazionali di prendere impegni concreti contro la disuguaglianza”. Quelle del rapporto Oxfam sono cifre spaventose, che certificano il fallimento su scala mondiale di una globalizzazione e di un ordine mondiale promosso dalla stessa élite politico-finanziaria che si ritrova proprio in queste ore sulle Alpi svizzere. 

Per il celebre politologo Francis Fukuyama, si tratta di un summit oramai superato che ha perso in termini di prestigio e di influenza. “In tutti i Paesi vi è una classe di oligarchi, persone che stanno enormemente bene. Molti di loro si incontrano questa settimana a Davos” ha spiegato in una recente intervista

Davos assediata dal rapporto Oxfam

Il rapporto dell’Oxfam ci racconta quali sono le cause che hanno portato al costante peggioramento delle condizioni dei lavoratori in tutto il mondo. E sono tutti pilastri del globalismo cosmopolita: “La forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni; la colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale; i processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione”. Capito? Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, criticato da tutti, si batteva in patria contro le delocalizzazioni delle aziende americane aveva perfettamente compreso uno dei problemi maggiori.

A ben vedere, il rapporto Oxfam che imbarazza l’élite di Davos scopre un po’ l’acqua calda. Come spiega il politologo Vittorio Emanuele Parsi nel suo ultimo saggio Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, dopo la fine della Guerra Fredda “la libertà del mercato è diventata presto la dittatura del mercato, dove gli unici che sperimentano una crescente libertà – dalle regole, dalle responsabilità e, alla fine, persino dal funzionamento di un’economia di mercato correttamente intesa – sono i grandi operatori: quelli finanziari ancor più di quelli economici”.

La conseguenza, spiega Parsi, “è stata una lenta, inesorabile, polarizzazione della ricchezza, a partire dagli Stati Uniti, il paese da cui ha originato la crisi nel 2007”. Come è anche attestato dal Global Wage Report dell’Organizzazione internazionale del lavoro, “la dinamica della produttività negli ultimi decenni è di gran lunga superiore a quella dei salari reali”: il che vuol dire che siamo tutti più produttivi ma anche più poveri.

L’incubo recessione e la disfatta di Davos

A Davos l’aria è pesante. Il summit che si prefigge di “migliorare il mondo” deve fare i conti con lo shutdown in America, l’avanzata dei nazionalismi in tutto il mondo, lo stallo della Brexit, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e, nondimeno, lo spettro di una nuova recessione. “Il risultato finale è che dopo due anni di solida espansione, l’economia mondiale sta crescendo più lentamente del previsto, e i rischi stanno aumentando”, ha detto ai giornalisti a Davos il capo del Fmi Christine Lagarde. “Vuol dire che una recessione globale è dietro l’angolo?” le hanno chiesto i cronisti presenti. “No. Ma il rischio di un declino più netto nella crescita globale è certamente aumentato”.

Ma il summit globalista è in grado di fornire delle risposte alla “grande disuguaglianza”? Secondo molti analisti no, non più. Stanno facendo scalpore in queste ore le pesanti accuse di Anand Giridharadas, ex consulente di McKinsey ed ex editorialista del New York Times, tra i più severi critici del Forum economico mondiale.

Giridharadas ha pubblicato di recente il saggio Winners Take All: The Elite Charade of Changing the Worldelogiato sul New York Times dal Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, nel quale l’autore sostiene che i membri dell’élite globale, sebbene impegnati nella filantropia, usino i loro patrimoni e influenza per preservare i sistemi che concentrano la ricchezza al vertice, alle spese del progresso sociale. “Credo che Davos debba essere cancellato” ha spiegato in un’intervista. Penso che l’unica via da seguire per la plutocrazia e per l’élite di Davos in quest’epoca di rabbia sia un vero periodo di resa dei conti e riflessione”. 

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