Lo stretto braccio di mare separante Cuba dalle coste della Florida sembra destinato a trasformarsi nuovamente in un’ampia voragine se, come sembrano far presagire le ultime mosse della diplomazia statunitense, l’amministrazione Trump procederà nel suo intento di bloccare il processo di riavvicinamento bilaterale che negli ultimi tempi ha portato Washington e L’Avana a dialogare per risolvere una contrapposizione iniziata nel 1959, subito dopo il trionfo dei rivoluzionari di Fidel Castro.Già a poche settimane dal successo nelle elezioni presidenziali di novembre Trump aveva aspramente criticato l’approccio del suo predecessore Barack Obama nei confronti del governo rivoluzionario di L’Avana e minacciato un recesso dall’accordo siglato con Cuba se quest’ultima non si fosse dichiarata disposta a procedere a una rinegoziazione in grado di favorire gli interessi dei cosiddetti “cubani di Miami”, ovverosia la comunità di immigrati risiedente per la stragrande maggioranza in Florida e in larga misura oppositrice dell’attuale regime politico dell’Isla Bonita. La comunità cubano-americana ha rappresentato una decisiva base elettorale per la vittoria di Trump in Florida e per la conquista di questo decisivo swing state: di conseguenza, è chiaro che tra le motivazioni principali dell’irrigidimento di Trump possa essere annoverata proprio la volontà di venire incontro alle istanze di una componente determinante del suo elettorato. Il rollback del riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti è stato avviato, nelle parole prima ancora che nei fatti, in occasione della morte di Fidel Castro nel novembre scorso: remando in direzione opposta alla grande maggioranza dei leader planetari e dei protagonisti della storia recente, da Vladimir Putin a Justin Trudeau passando per Lula e Xi Jinping, Trump ha duramente attaccato il Jefe dopo la sua scomparsa, procedendo in seguito a lanciare diverse accuse verso il governo guidato dal fratello Raùl, concernenti in primis il rispetto dei diritti umani a Cuba e le relazioni economiche sorte in seguito all’accordo Obama-Castro, ritenute profondamente sfavorevoli a Washington.Tra i principali “piloti” del cambio di prospettiva di Washington nei confronti di Trump si segnalano due importanti referenti politici della comunità dei “cubani di Miami”: il Senatore Marco Rubio e il Rappresentante Mario Diaz-Balart, entrambi repubblicani della Florida. Come riportato da Julie Hirschfeld Davis del New York Times, Rubio e Diaz-Balart sono in prima linea per organizzare una serie di misure in grado di mettere sotto pressione il governo di Raul Castro e limitare le relazioni economiche con lo Stato cubano attraverso l’interdizione dei rapporti tra imprese americane e enti gestiti, direttamente o indirettamente, dalle forze armate di L’Avana, che detengono un’importante quota di influenza nell’economia dell’isola.Oltre alla connessione politica con la comunità cubano-americana, la svolta anticastrista di Trump è stata motivata da elementi di natura geopolitica, concernenti gli obiettivi strategici di Washington in America Latina: gli Stati Uniti di Trump, infatti, hanno incentivato la loro contrapposizione ai governi del “socialismo del XXI secolo” e hanno perseguito in maniera attiva l’alleanza col Brasile del contestatissimo Presidente Temer. Il ricevimento alla Casa Bianca di Lillian Tintori, moglie dell’oppositore venezuelano Leopoldo Lopez, ha rappresentato il paradigmatico simbolo della volontà di Washington di ampliare la propria sfera di influenza in campo latinoamericano sfruttando le difficoltà durature o contingenti dei Paesi rivali: se il Venezuela è in crisi nera da diversi anni, in questi ultimi tempi anche Cuba sta iniziando a soffrire le ripercussioni del tracollo economico, politico e sociale dello stretto alleato bolivariano.La penuria di benzina ha rappresentato una prima avvisaglia dell’allentamento dei vincoli economici con il “Paese fratello”, oramai non più in grado di dare seguito ad accordi estremamente vantaggiosi per Cuba siglati ai tempi di Hugo Chavez e Fidel Castro; negli ultimi tempi, Cuba ha inoltre avviato progetti di largo respiro per risolvere l’annoso problema della dipendenza dalle importazioni alimentari (che coprono oltre l’80% del fabbisogno nazionale, con un esborso annuo di 2 miliardi di dollari per il Paese), cercando inoltre di rilanciare le sue prospettive geopolitiche attraverso un deciso riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin, formalizzatosi agli inizi di maggio sotto forma di un accordo di forniture petrolifere. “La compagnia petrolifera russa Rosneft ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la compagnia energetica statale cubana Cubametals, per la fornitura di 250mila tonnellate di petrolio sia grezzo sia raffinato”, ha scritto Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerra, sottolineando come l’accordo sul petrolio presupponga un accordo politico su larga scala che potrebbe inficiare la volontà di Trump di mettere sotto pressione Raùl Castro attraverso l’isolamento internazionale. La pressione del Presidente statunitense nei confronti di Cuba, di conseguenza, potrebbe cancellare i risultati raggiunti nel corso dei negoziati per il riavvicinamento bilaterale, senza però al tempo stesso favorire gli interessi della comunità cubano-americana nei confronti della madrepatria e, anzi, garantendo a Castro una spinta per compattare il fronte interno. Al tempo stesso, Trump ha la possibilità di agire concretamente per far seguire fatti concreti alle sue dichiarazioni: la prigione di Guantanamo è ancora in operatività, e una sua chiusura contribuirebbe senz’altro a garantire il maggior rispetto dei diritti umani sul suolo cubano invocato dal Presidente statunitense.

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