Gli Stati Uniti trasferiscono la loro ambasciata a Gerusalemme e a Gaza si vive un bagno di sangue senza precedenti. Le forze armate israeliane hanno sparato contro i manifestanti, accusati dalle  Israel defense forces (Idf) di aver tentato di violare il confine. Per Israele è diritto a difendersi. Per i palestinesi, è il diritto ad avere il proprio Paese. E in questo divario fra due modi di essere e di vivere, il sangue scorre a fiumi.

[Best_Wordpress_Gallery id=”966″ gal_title=”violenze Gaza lorenzo”]

Soltanto sulla Striscia di Gaza i morti sono stati 58, di cui otto adolescenti. I feriti, secondo le cifre riportate, sono già arrivati a 2.400. Numeri impressionanti che dimostrano la violenza che si è registrata in quell’area di confine fra l’enclave palestinese e Israele.

Ma non c’è stata solo Gaza. Gli scontri hanno insanguinato anche la Cisgiordania, durante la marcia di protesta partita da Ramallah e che aveva come obiettivo la barriera di sicurezza di Qalandiyah, non lontano da Gerusalemme. Anche a nord di Betlemme, a Gerico e a Nablus la rabbia palestinese si è confrontata contro il muro, fisico e politico, che li separa dagli israeliani.

La festa per il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è stata come ci si poteva immaginare. “Un grande giorno per Israele!”, ha twittato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un concetto ripetuto anche da Benjamin Netanyahu, che ha parlato di giorno “fantastico”. Ma alla gioia israeliana, si è contrapposta la terrificante situazione che si viveva ai suoi confini. 

 Un boomerang per Trump e Netanyahu?

Quello che è avvenuto a Gaza rischia di essere un boomerang proprio per i due più grandi sostenitori del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. E cioè Trump e Netanyahu. Il diritto all’esistenza di Israele, che nessuno mette in discussione in nessuna cancelleria occidentale, non può prevalere, evidentemente, sulla liceità di un tale bagno di sangue.

E questo è fondamentale perché fa comprendere il motivo per cui molti governi europei si sono ritrovati “costretti” a richiamare gli ambasciatori israeliani nelle rispettive capitali. Lo stesso Emmanuel Macron ha condannato quanto avvenuto a Gaza ad opera dell’esercito israeliano. 

Trump, proprio mentre avveniva il massacro, parlava dell’accordo di pace fra palestinesi e israeliani. Ma questa carneficina non può che pesare sullo scheletro di accordo teorizzato tra Washington e Riad con l’ausilio di Mohammed bin Salman e Jared Kushner. Ora sarà difficile che il piano ipotizzato con i sauditi possa ricevere il sostegno di altri governi di Paesi a maggioranza musulmana. 

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha denunciato “l’orribile massacro”. Anche la Turchia ha parlato di “massacro” accusando gli Stati Uniti di complicità. Recep Tayyp Erdogan ha anche ritirato gli ambasciatori in Israele e Stati Uniti come segno di protesta. Probabilmente c’è anche della propaganda in vista delle elezioni, ma il gesto è comunque forte.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il principe giordano Zeid Raad al-Hussein, ha condannato “le uccisioni scioccanti” da parte delle forze armate israeliane. Il Kuwait, attualmente membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha invocato una riunione del’emergenza Consiglio di Sicurezza. L’Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti e parte dell’accordo di pace, ha rigettato la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.

In questo contesto, per gli Stati arabi alleati degli Stati Uniti sarà difficile confermare le idee proposte come piano di pace fra Israele e Palestina. Questi morti pesano sulle coscienze dei governi locali, ma soprattutto nei rapporti con le rispettive opinioni pubbliche e con le classi dirigenti. 

Il rischio è che quelle parole di Avigdor Lieberman, ministro della Difesa israeliano, sul continuare con la linea dura nei confronti dei palestinesi, trasformi il bagno di sangue in un abisso politico. Netanyahu era riuscito a ritagliarsi uno spazio di manovra molto ampio in Siria. E l’uscita di Trump dall’accordo sul nucleare iraniano è stata una vittoria della linea di Netanyahu. Ma adesso, le violenze di Gaza rischiano di generare la sua sconfitta.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.