Al suo elettorato, tutto sommato, importerà gran poco ma Donald Trump è – tanto per cambiare – nella bufera dei media liberal e internazionali. A tendergli l’ennesimo trappolone il solito Washington Post, secondo il quale il presidente Usa avrebbe telefonato al segretario di Stato della Georgia Bran Raffensperger per chiedergli un riconteggio a proprio favore dei voti nelle elezioni presidenziali. Pressione esercitata al fine di assegnare i voti dello Stato a lui anziché al democratico Joe Biden.

Malgrado le pressioni operate da Trump, per il quotidiano, che ha anche pubblicato la registrazione della telefonata durata circa un’ora, avrebbe respinto la richiesta ribadendo la regolarità del conteggio effettuato. “La gente della Georgia è arrabbiata, la gente del Paese è arrabbiata”, ha sottolineato Trump, “e non c’è nulla di sbagliato nel dire, sai, beh, che avete fatto un ricalcolo”. Raffensperger avrebbe risposto al presidente che i dati in suo possesso erano sbagliati.

“Guarda, tutto quello che voglio fare è questo. Voglio solo trovare 11.780 voti, uno in più di quelli che abbiamo, perché abbiamo vinto lo Stato”, ha insistito Trump, “io non ho assolutamente perso la Georgia. Assolutamente no. Abbiamo vinto per centinaia di migliaia di voti”. Il tycoon ha poi messo in guardia Raffensperger e Ryan Germany, il suo consigliere legale, che se non avessero trovato prove della distruzione illegale di migliaia di schede nella contea di Fulton, avrebbero potuto essere denunciati. “E’ un reato e non potete lasciare che accada”, ha detto, “è un grosso rischio per te e per Ryan, il tuo avvocato”.

La pubblicazione della telefonata non cambia le carte in tavola

In realtà, il nuovo “scandalo” pubblicato dal Washington Post non sposta granché: primo perché Donald Trump è davvero convinto di ciò che afferma nella telefonata e lo ha pubblicamente ribadito in più circostanze. È sicuro che si sia consumata una frode a suo discapito e di aver vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre. Secondo motivo, che le elezioni presidenziali siano state macchiate da brogli ne è altrettanto convinta anche una larga fetta del suo elettorato e di quello del partito repubblicano. Basti pensare che il 72% dei repubblicani intervistati da Rasmussen Reports vede il tycoon come un modello per il futuro.

Elettorato che sostiene l’azione promossa dal senatore Ted Cruz e di altri dieci senatori, i quali non riconosceranno l’esito delle elezioni presidenziali dello scorso 3 novembre. In una nota, riporta l’agenzia Nova, i senatori spiegano che si opporranno ufficialmente alla certificazione dell’esito dello scrutinio durante la sessione di mercoledì, 6 gennaio, quando le due Camere si riuniranno per questa formalità. Nella nota, i firmatari – che vanno contro l’indicazione del leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch Mc Connel – chiedono di nominare al più presto una commissione elettorale incaricata di condurre una verifica di emergenza del voto negli Stati contestati, per dieci giorni. Se le condizioni richieste non verranno rispettate, scrivono, il 6 gennaio il gruppo si opporrà alla certificazione del voto.

Cruz leader dei “trumpiani”?

“Il Congresso  – affermano – dovrebbe nominare immediatamente una commissione elettorale, con piena autorità per indagare su possibili “frodi elettorali”, facendo eco alle ripetute accuse formulate ormai da due mesi dal presidente Donald Trump e da molti parlamentari repubblicani. “Le accuse di frode e irregolarità nelle elezioni del 2020 superano quelle che abbiamo visto in tutte le nostre vite”, hanno dichiarato gli undici. Sempre secondo il comunicato stampa dei senatori, gli Stati interessati potrebbero poi convocare sessioni legislative straordinarie ed eventualmente rivedere i propri risultati elettorali. Secondo il collega repubblicano Lindsey Graham, tuttavia, si tratta di un tentativo che ha “zero possibilità di diventare realtà” perché è troppo “alta la barra” da superare per dimostrare che nel voto ci siano state frodi. La mossa di Cruz, tuttavia, è carica di significati politici: Ted Cruz, infatti, così facendo, diventa il leader dei senatori “trumpiani”. Una scommessa sul futuro, per l’avvocato ultraconservatore del Texas.

Trump rovina la festa a Joe Biden

Come riportato nei giorni da InsideOver, il 6 gennaio rappresenta una data molto attesa dalla base di Donald Trump, che non ha mai accettato la vittoria dell’avversario Joe Biden. Secondo il deputato Gop Adam Kinzinger, almeno un centinaio di rappresentati dell’elefantino potrebbero schierarsi con Donald Trump e non certificare la vittoria di Biden. In un’intervista rilasciata al The Bulwark Podcast, Kinzinger ha detto al presentatore Charlie Sykes che pensa che “più di 100” legislatori del Gop potrebbero contestare i risultati delle elezioni del 3 novembre. Kinzinger, che è stato eletto al Congresso nel 2010, è diventato uno dei pochi repubblicani al Congresso a criticare ripetutamente il Presidente Trump. Numero cresciuto nelle ultime ore, segnale che il Gop è ancora schierato con il suo presidente.

Come rileva Politico, sebbene la mossa dei repubblicani non avrà alcuna incidenza sull’esito finale delle elezioni, ritarderà la certificazione della vittoria di Biden e costringerà ogni membro della Camera e del Senato a dichiarare la vittoria di Biden. Sarà la terza volta, nella storia americana, dal 1887, anno in cui è stata varata la legge che regola la ratifica del voto elettorale, che verrà messo in discussione l’esito delle elezioni. Poiché i democratici hanno la maggioranza alla Camera, infatti, è uno sforzo destinato molto probabilmente a fallire. Ma questo basta per provare a rovinare la festa a Joe Biden.

A supportare Cruz e gli altri repubblicani a Washington Dc, sempre il 6 gennaio, è in programma poi una grande manifestazione dei sostenitori del tycoon chiamata “Stop the Steal”. Secondo Breitbart dovrebbero parteciparvi, fra gli altri, oltre allo stesso Trump, Kimberly Guilfoyle, Amy Kremer, Rudy Giuliani, Katrina Pierson, Boris Ephsteyn, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, Diamond and Silk, il rappresentante dello stato della Georgia Vernon Jones, Roger Stone, Benny Johnson, Scott Presler, Bernie Kerik e Ali Alexander.

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