Un giorno Angela Merkel decide di cambiare tutto nella politica di accoglienza made in Germany. Niente più barriere, niente più “muri”, una rotta balcanica aperta a tutti per salvare i profughi in fuga dal Medio Oriente. Il modello tedesco e diventa, nel breve termine, il metro di paragone di ogni sana politica d’integrazione per l’Europa e non solo: un modello cui tutti i Paesi devono ambire per essere considerati civili. Passano pochi mesi, e cominciano a sentirsi i primi scricchiolii in questa struttura così mediaticamente perfetta creata dal governo tedesco. E così, si passa dai peluche regalati alla stazione dove arrivano i migranti, ai primi segnali di attrito fra popolazione locale e nuovi arrivati: crescono le violenze contro i centri rifugiati, avvengono i fatti di Colonia e Amburgo, con i primi attentati nelle città tedesche a fare da sfondo. S’inizia, anche in Germania, ad avvertire la sensazione che – in fondo – non esiste una politica migratoria seria che sia compatibile con l’ingresso di masse imponenti di nuove persone.

Un’immagine di una reale incapacità del sistema tedesco nel gestire una tale ondata migratoria, viene direttamente dai dati di un ufficio federale: l’Agenzia federale del lavoro (Bundesagentur für Arbeit). Perché è proprio il lavoro l’unico vero motore dell’integrazione e l’unica garanzia che il sistema possa funzionar e riallocare le persone in arrivo da ogni parte del mondo. Ebbene, anche la Germania, nazione che storicamente ha un tasso di disoccupazione bassissimo e in cui viene agevolata l’imprenditoria, dimostra di avere un tasso crescente di disoccupazione, ma, in particolare, che gli immigrati rappresentano una fetta molto importante di disoccupati. Secondo l’Agenzia federale del lavoro, i cui dati rimangono fermi a dicembre 2016, circa la metà dei due milioni e mezzo di disoccupati in Germania è di origine straniera o ha radici straniere. Un dato che fa riflettere e che mostra una certa tendenza dello Stato tedesco che può, probabilmente, estendersi anche ad altre realtà europee.

I dati sono preoccupanti e destano scalpore soprattutto in prossimità delle elezioni tedesche: il 43,1% dei disoccupati ha un cosiddetto “background migratorio”, cioè è immigrata o ha almeno un genitore straniero. Una cifra che raggiunge il 49,5 per cento nell’ex Germania orientale e che raggiunge addirittura il 59% in Assia. Inoltre, è segnalato anche dalla stampa locale, i numeri di questo report sono anche ottimistici, o quantomeno fuorvianti, dal momento che più di quattro milioni di persone in Germania non guadagnano abbastanza per vivere, e le persone che sono malate, che hanno gravi disfunzioni fisiche o che stanno seguendo dei corsi di formazione finanziati con fondi pubblici, non fanno parte di queste statistiche. Una cifra che è aumentata negli ultimi anni, come è aumentato anche il numero di immigrati che ricevono gli aiuti sociali noti come Hartz IV, che è aumentato del 7,1 per cento negli ultimi tre anni.

L’agenzia federale del lavoro non ha dubbi: il numero di disoccupati è in crescita su tutto il territorio tedesco, e lo è anche grazie all’aumento del numero degli immigrati. E questo dato fa riflettere e fa discutere. Ma soprattutto fa riflettere il dato per cui c’è una forte differenza anche fra le culture di origine e il livello di disoccupazione e di preparazione a seconda del luogo da cui provengono i nuovi residenti in Germania. L’agenzia per esempio ricorda come l’88% dei giovani arrivati dalla Cina abbia un’istruzione liceale, mentre lo è solo il 16% di quello proveniente dalla Turchia. E questo si riflette inevitabilmente anche sulle possibilità di allocazione delle risorse nel mondo del lavoro, soprattutto in un mercato altamente specializzato come quello tedesco.

Un fallimento del sistema tedesco? Sicuramente una crepa importante. Da una parte, si nota come anche in Germania, pur con dati non allarmanti, la disoccupazione aumenti, e con essa i problemi legati alla tenuta del sistema. Non sono numeri elevatissimi, ma parliamo di milioni di persone senza un lavoro. Preoccupa soprattutto perché la metà di persone senza lavoro è immigrata o proveniente da genitori immigrati, dunque vuol dire che a conti fatti, il sistema d’integrazione promosso dai governi tedeschi funziona, almeno per quanto riguarda il lavoro, soltanto a metà. E tutto ciò comporta dei rischi, soprattutto quando la povertà aumenta parallelamente al numero d’immigrati. Il rischio di un conflitto sociale fra poveri nasce, spesso, proprio dal confronto di culture diverse in un sistema che non garantisce lavoro, anche se l’immigrazione non è la causa dell’assenza. In questo senso, l’aumento dei movimenti cosiddetti populisti nella Germania Orientale può essere considerata come una rappresentazione elettorale del sentimento di sconforto di fronte a questo sistema.  

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