Giacché solo per spiegare com’è organizzato il sistema di trasporti urbani della città di Tokyo servirebbe un intero reportage, basti solo dire che tra gli oltre 300 chilometri di metropolitane pubbliche e private c’è una linea gestita dal gruppo JR, un colosso quotato in borsa che fattura miliardi, dalle fattezze molto particolari: è la Yamanote Line, che percorre il centro della città come un cerchio concentrico. Un po’ come la Circle, la linea gialla di Londra.

Negli anni a cavallo del millennio, la Yamanote divenne nota perché, non avendo in pratica capolinea, veniva considerata un ostello dagli impiegati edochiani, che dopo una giornata di superlavoro alzavano un po’ troppo il gomito e non riuscivano a ritrovare la via di casa.

Rimanevano dunque a dormire sulla metro che nel frattempo sfrecciava senza sosta intorno alla città. Anche, ma non solo, per evitare queste scene, sono nati i famosi Capsule Hotel, gli alberghi con dei “loculi” in cui appoggiarsi qualche ora spendendo pochi yen e avendo modo di riprendersi dalla sbronza con calma per poi tornare al lavoro la mattina successiva.

Sono un concentrato di essenzialità, razionalizzazione degli spazi e praticità tipicamente giapponesi che proprio per questo, oltre ad essere diventati sempre più confortevoli, hanno via via rappresentato un modello di gestione del sovraffollamento delle megalopoli asiatiche.

A Hong Kong, per dirne una, di recente alcuni architetti hanno disegnato appartamenti da 9 mq a forma di tubo, da distribuire negli spazi tra un edificio e un altro per far “respirare” a prezzi modici i 6500 abitanti per chilometro quadrato della città (Hong Kong è una delle metropoli più care al mondo). Sono tutti esperimenti ispirati ai Capsule Hotel, che a loro volta discendono dalla celebre Nakagin Capsule Tower che a Tokyo venne inaugurata già nel 1972 e, in barba alle presunte innovazioni cinesi, oggi è praticamente un museo.

Eppure, nonostante questi accorgimenti, secondo il Mizuho Research Institute, in occasione delle Olimpiadi del 2020 a Tokyo ci saranno almeno 3mila stanze d’albergo in meno rispetto a quelle necessarie per ospitare atleti e turisti. Parte di questa carenza verrà ammortizzata dagli Henn na Hotels, una catena di alberghi nota per impiegare quasi tutto il personale robot.

“Henn na”, un’espressione che usa caratteri cinesi per formare un gioco di parole e significa allo stesso tempo “stranezza” e “cambiamento”, riassume in modo perfetto, anche questo tipicamente giapponese, il concetto. In pratica, nell’ultimo dei tre che sono già stati inaugurati, quello nel cuore di Ginza, lo sfavillante quartiere di Tokyo racchiuso tra la zona del Palazzo Imperiale e il mercato ittico di Tsukiji, si entra dalla porta automatica e ci si trova di fronte a un cafè piuttosto intimo e una reception d’albergo presidiata da due gemelle, che altro non sono che androidi in grado di sbattere le palpebre e muovere il collo in direzione del corridoio d’ingresso. Abbozzano anche qualche sorriso, tanto per rendersi ancor più inquietanti.

Se ci si avvicina a loro tra le 11 del mattino e le 14.59 si rischia di rimanere a fare il gioco del silenzio. E, essendo robot, di pazienza ne hanno parecchia. Dalle 15 in poi, però, scattando l’orario del check-in, iniziano a parlare in 4 lingue: giapponese, inglese, cinese e coreano. Spiegano che in mezzo al loro, da un macchinario simile a un Atm, è possibile inserire i dati di prenotazione sullo schermo touch e si può accedere alla camera grazie allo scan del viso. Un po’ lento, ma fa tanto Minority Report.

In uno degli altri due alberghi della catena, quello di Nagasaki che ha aperto già nel lontano 2015 dalle parti del parco a tema Huis Ten Boschu, al posto delle due signorine ci sono dei velociraptor con un berretto. Una roba che può avere un minimo di senso solo in Giappone. Mentre si familiarizza con gli androidi, un braccio meccanico si prende cura dei bagagli più pesanti, tanto per risparmiare ai clienti l’imbarazzo delle mance ai fattorini.

Le camere sono il riassunto dell’accomodation made in Japan: colorate ed essenziali, senza lussi particolari nell’arredamento (diciamo un 3 stelle) ma ovviamente con il massimo degli automatismi. Il sistema di climatizzazione degli ambienti è smart, e si adatta in base alla temperatura corporea del cliente.

A Ginza c’è uno smartphone in dotazione da poter portare in giro per la città navigando gratis in internet, mentre a Nagasaki c’è un robottino da tavolo, Chur-ri-Chan, che ha la testa a forma di tulipano e fa cose utili come scandire il meteo per i giorni successivi, azionare della musica come sveglia, accendere e spegnere le luci in base ai sensori di movimento, e cose fatalmente inspiegabili come cantare la ninna-nanna in giapponese.

Nel terzo Henn na di tutto il Giappone, sito appena fuori Tokyo dalle parti di Disneyland, al posto di Chur-ri-Chan c’è un suo cugino dalla forma ovoidale, che però conserva le medesime funzioni. Tutte le stanze, in aggiunta, hanno un armadio “magico” che toglie gli odori dai vestiti e li lava a secco.

E i prezzi? Modici (intorno ai 100 euro a notte salvo periodi particolarmente affollati). E non potrebbe essere altrimenti. Del resto, non ci sono stipendi da pagare. O meglio, ce ne sono pochissimi. A Nagasaki per tenere sotto controllo i robot in azione nelle 140 stanze dell’albergo inizialmente venivano impiegate 30 persone. Vere. Ora sono in 7, mentre per le 96 stanze dell’hotel di Ginza sono anche meno. Servono per supervisionare gli androidi e fare in modo che rispettino le tre leggi di Asimov senza sezionare gli ospiti, ma anche per risolvere problemi molto più basilari come comparire nella reception quando si prova a parlare ai robot in una lingua diversa dalle 4 che conoscono, o fornire delle risposte a domande che i Bot non capiscono tipo: “C’è un bagno?”.

In camera, invece, bisogna arrangiarsi, anche perché chiedendo a Chur-ri-Chan un consiglio su qualche ristorante in zona risponderà “Ci sono 28 gradi, il cielo è coperto con possibili rovesci”. Del resto anche Siri all’inizio non è che fosse proprio una chiacchierona.

In ogni caso, la His., l’azienda proprietaria della catena Henn na, è così soddisfatta dei risultati che prevede di aprire altri 8 alberghi entro la fine dell’anno, quattro sparsi per Tokyo e altri tra Osaka, Fukuoka e Kyoto. Nel giro di un cinque anni prevedono di inaugurarne 100 in diversi Paesi del mondo, tra cui anche l’Italia.

Anche se le difficoltà potrebbero essere diverse a seconda dei vari contesti sociali. In qualsiasi altro Paese iniziative del genere verrebbero considerate una minaccia per l’occupazione, ma non in Giappone, visto che, secondo i dati del ministero di Affari interni, nel primo trimestre 2018 il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 2,5% e il job-to-applicant ratio è salito dagli 1,59 punti (ai livelli massimi dal 1974).

In pratica, per ogni persona che cerca un lavoro, in Giappone c’è oltre un posto e mezzo disponibile. È chiaro, allora, che i nipponici non abbiano di questi problemi, e possano permettersi di sperimentare concept persino più bizzarri. In un seminterrato di Shibuya, il quartiere con l’attraversamento pedonale da 3mila persone alla volta, la His. ha già aperto l’Henn na Cafè, lo stesso giorno dell’inaugurazione dell’albergo a Ginza. Qui Sawyer, un barista a forma di braccio meccanico rossonero con un tablet al posto del viso allunga le leve per preparare il caffè, coadiuvato da due bartender. Umani. Il caffè non è granché, ma la colpa non è di Sawyer, che deve preoccuparsi solo di servirne il più possibile (fino a cinque alla volta). I 4 euro del conto, però, valgono già solo per l’intrattenimento.

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