C’è un episodio che, inevitabilmente, ha suscitato in molte cancellerie di tutto il pianeta la forte consapevolezza che qualcosa doveva per forza cambiare per la sopravvivenza di un determinato sistema: è la notte del Natale del 1991 e dal Cremlino la bandiera rossa viene ammainata per sempre per lasciare spazio al tricolore della Repubblica Federale russa, la quale da quel momento in poi ha sostituito l’oramai defunta Unione Sovietica. Quella parte di mondo che guardava a Mosca come riferimento e come garante per la propria stessa sicurezza, ha dovuto immancabilmente rivedere i suoi piani: anche a Pyongyang, quella sera, le luci dei palazzi del potere sono rimaste accese per tutta la notte non solo per seguire quell’avvenimento, ma anche per cercare di capire come far rimanere in sella un governo comunista all’indomani della caduta del più rappresentativo Stato comunista. Al timone alla Corea del Nord all’epoca vi era il fondatore, Kim Il Sung: per lui, come per il figlio destinato tre anni più tardi ad ereditare il potere, da quel momento in poi è cresciuta la consapevolezza di dover lavorare intensamente sotto il profilo diplomatico per la sopravvivenza del proprio partito.

Tra Pechino e Washington: il gioco diplomatico di Pyongyang nei primi anni ’90

La penisola coreana è stata divisa in due parti confinanti lungo il trentottesimo parallelo nel 1953, al termine di una guerra in cui URSS ed USA hanno creato due rispettive zone d’influenza: a nord, per l’appunto, si è avuta la fondazione della Repubblica Popolare di Corea con Kim Il Sung al potere, a sud invece si è assistito all’installazione di una giunta militare filo Washington con Seul come capitale. Ed è chiaro dunque che, durante la guerra fredda, i rapporti diplomatici tra i vari attori in gioco si sono mossi nell’ottica e nell’ombra delle dinamiche insite nel confronto tra le due superpotenze: Mosca ha spesso protetto Pyongyang, i vari governi americani hanno invece da subito supportato politicamente e militarmente la Corea del Sud. Gli spazi di manovra autonomi per i due rispettivi governi a nord ed a sud del trentottesimo parallelo, sono stati molto stretti e risicati anche se da Pyongyang non sono mancate manovre indipendenti seppur sempre all’interno del contesto socialista e dei cosiddetti ‘paesi non allineati’.

Come detto, la caduta dell’Unione Sovietica ha rimescolato le carte: le opzioni sul piatto della politica estera nordcoreana, all’indomani della scomparsa della bandiera rossa dal Cremlino, erano di due tipi. Da un lato, dare continuità alle mosse già intraprese durante la guerra fredda, proseguendo quindi con i rapporti di astio verso gli USA e confidando nella protezione cinese, oppure dall’altro lato provare a riequilibrare la propria politica iniziando con un lento ma costante dialogo volto a normalizzare la relazione con Washington; negli anni 90, si è scelta la seconda via e questo grazie a due congiunture importanti: la predisposizione dell’amministrazione Clinton al dialogo, specie dopo l’arrivo al potere di Kim Jong Il, figlio di Kim Il Sung scomparso nel 1994, e soprattutto la circostanza che vedeva all’epoca la Cina ancora come potenza emergente e non come nuovo ‘gigante comunista’ in grado di proteggere Pyongyang.  

Non solo: proprio all’inizio degli anni 90, sia Mosca che Pechino avevano deciso di riconoscere il governo sudcoreano e di stringere formali rapporti diplomatici con Seul; l’unica strada percorribile quindi per la Corea del Nord, al fine di garantirsi la sopravvivenza nonostante la caduta del blocco comunista, era quella legata allo stabilire buone relazioni con gli USA. Ed in effetti, gli anni 90 sono stati caratterizzati dai primi importanti tentativi di dialogo tra Pyongyang e Washington, ma anche tra le due stesse entità coreane; nel 1994 il primo grande ed importante passo: il 18 ottobre infatti, a pochi mesi dalla presa del potere di Kim Jong Il, Corea del Nord ed USA hanno firmato il cosiddetto ‘accordo quadro’, con il quale il governo nordcoreano ha aperto le porte delle proprie centrali nucleari agli ispettori internazionali rassicurando in tal modo non soltanto gli Stati Uniti, ma anche i cugini del sud ed il Giappone.

La firma di quell’accordo ha messo fine ad un periodo di tensione, in cui a Seul spesso venivano anche effettuate esercitazioni contro le minacce nucleari e dove le stesse Olimpiadi del 1988 (ospitate dalla capitale sudcoreana) sono state vissute con lo spauracchio di eventuali provocazioni belliche da parte di Kim Il Sung. A livello interno, la Corea del Nord inoltre in quegli anni ha vissuto gravi momenti di difficoltà economica, a partire da un’imperante carestia che in questa parte di decennio ha ridotto alla fame centinaia di famiglie; dunque, per Pyongyang, l’obiettivo primario è stato, in questo momento storico, quello di evitare quanto più possibile l’isolamento internazionale. E’ possibile inquadrare in questo contesto la storica visita dell’ottobre del 2000 dell’allora Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, in Corea del Nord: in suo onore, nello stadio di Pyongyang, è stata anche organizzata una grande parata mentre, pochi giorni prima, a Sydney le delegazioni nordcoreane e sudcoreane hanno sfilato assieme nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi.

Il cambiamento di strategia dell’era Bush ed il “rebus” cinese

Ancora poche settimane da allora e, dopo drammatiche elezioni decise da una manciata di voti in Florida, alla Casa Bianca si è insediato George W. Bush; i rapporti tra Washington e Pyongyang sono diventati subito molto freddi, specialmente quando ha preso il sopravvento la dottrina post 11 settembre, in cui la Corea del Nord è stata inserita nella lista dei cosiddetti ‘paesi canaglia’. La prima conseguenza è stata l’uscita, nel 2003, del governo di Pyongyang dal trattato di non proliferazione nucleare e la successiva ripresa del programma di armamento atomico; conseguenze che, lette accomunando il tutto con la stretta attualità odierna, sono ben visibili oggi più che mai. Non sono pochi i documenti in mano ai servizi di Seul secondo cui, dopo la caduta di Saddam, Kim Jong Il ha deciso di invertire la rotta diplomatica ed inaugurare la stagione del ‘rischio calcolato’: la paura di non avere alcun deterrente militare in grado di poter salvare il proprio regime, potrebbe aver indotto la leadership nordcoreana ad alzare nuovamente i toni contro gli USA ed a riprendere i propri programmi nucleari.

Ed è qui che entra immancabilmente di scena il ‘rebus’ cinese: infatti, per capire cosa accadrà in futuro nella penisola nordcoreana, è necessario guardare soprattutto alle mosse di Pechino; gli ultimi anni di Kim Jong Il, morto nel 2011, ed i primi del figlio a lui succeduto, Kim Jong Un, hanno portato Pyongyang ad un nuovo parziale isolamento, con la Cina unico alleato ‘de facto’ della Repubblica Popolare sorta nel 1953. I rapporti con il governo di Xi Jinping costituiscono attualmente un banco di prova non indifferente per la tenuta del regime nordcoreano; in particolare, nella diplomazia nordcoreana tutto si gioca adesso su due certezze: da un lato, Kim sa bene come gli USA possono giustificare la massiccia presenza nella penisola con motivazioni inerenti la difesa della Corea del Sud, dall’altro lato il leader nipote del fondatore della nazione sa altrettanto bene come la Cina non può rischiare di ritrovarsi, lungo i propri confini, una Corea unificata a trazione filo americana.

Ma, nel gioco del rischio calcolato, l’insofferenza di Pechino verso Pyongyang è per l’appunto il vero rebus da sciogliere: se Kim continuerà a mandare avanti il proprio programma nucleare senza ascoltare gli inviti di Xi Jinping, la Cina rischia di mostrarsi debole nei confronti degli USA in quanto incapace di frenare un paese generalmente considerato all’interno della propria orbita e della propria sfera d’influenza. La pazienza cinese quindi, è l’unica variabile al momento ignota in grado di orientare il futuro militare e politico della penisola coreana: tra alti e bassi, tra pianificati riavvicinamenti degli anni 90 e repentini strappi dell’era Bush, Pyongyang sembra aver scongiurato la fine del proprio regime per mano degli USA; ma, per capire se per davvero in Corea del Nord potrebbe esserci o meno un regime change, adesso prima che a Washington bisognerà rivolgere lo sguardo verso Pechino.  

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