Alla fine il 20 gennaio è arrivato. Tra qualche ora Donald Trump sarà ufficialmente il quarantacinquesimo presidente americano. Una vittoria, la sua, contro tutti. Ha vinto contro Barack Obama e contro Hillary Clinton. Ma anche contro Wall Street e contro chi proprio non si aspettava un successo simile, come ha scritto Giuseppe De Bellis su ilGiornale.La campagna elettorale del tycoon è stata dura. I sondaggi lo davano continuamente in svantaggio (o, almeno, una parte di essi, quella mediaticamente più pesante). Lui però è andato avanti, trascinando un partito repubblicano perfino un po’ stanco di avere tra i piedi questa mina vagante. E, alla fine, ha vinto, consegnando ai repubblicani Camera e Senato. Ed è stata proprio la mina vagante Trump, il suo essere anti sistema (ma sarà davvero così?), a colpire gli americani. Obama è stato un presidente che non è stato in grado di raccontarsi e che ha creato parecchi casini in Medio Oriente. In Libia, appoggiando i francesi, ma soprattutto in Siria, lasciando le mani libere a Hillary Clinton e ai ribelli “moderati”. Trump promette il contrario. Dice che la priorità è la lotta al terrorismo, allo Stato islamico, e non a un regime change in Siria. Bashar Al Assad sembra aprire un piccolo spiraglio per un dialogo. Ma Damasco e Washington potranno mai avvicinarsi? Lo stesso accade con la Russia. Obama e Putin se le sono date di santa ragione. Mosca si è ritagliata un ruolo di super potenza in Medio Oriente, tagliando fuori l’amministrazione americana. Ha provato a riunire opposizione siriana e rappresentanti di Damasco attorno ad unico tavolo. La data scelta? Il 23 gennaio, tre giorni dopo l’insediamento di Trump. Questa data non è casuale. Putin ha aspettato che Obama se ne andasse dalla Casa Bianca per dire: “Gli Stati Uniti sono stati invitati ai colloqui di Astana”. Di più. Ria Novosti riporta che  Mosca spera che l’amministrazione Trump accetterà l’invito. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che i colloqui nella capitale del Kazakistan potrebbero essere l’occasione per i primi contatti ufficiali tra la Russia e l’amministrazione Trump. Tutto sembra esser stato organizzato nel dettaglio.E poi ci sono le grandi sfide interne. La “questione razziale” innanzitutto. Nell’ultimo anno si è assistito a un’escalation incredibile di violenza. Poliziotti bianchi che sparano a neri disarmati e cecchini di colore che sparano contro le forze dell’ordine. Una situazione da guerra civile. Riuscirà Trump a non esasperare questo clima? Riuscirà a tenere a bada quei gruppi estremisti che l’hanno supportato? Lo stesso vale per il tema dell’immigrazione.Oggi l’America inizia a ripensare se stessa, dopo anni di amministrazione Obama. Ed è forse questa la sfida più importante che dovrà affrontare Trump. Consapevole che le sue scelte determineranno non solo l’assetto degli Stati Uniti, ma del mondo intero.

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