Gli Stati Uniti stringono la loro rete di alleanze attorno alla Cina con l’obiettivo di arginare l’espansione del Dragone, ormai sempre più influente in ampie porzioni di mondo. Nessuno tra i corridoi della Casa Bianca ne parla, ma uno dei concetti più ripetuti degli ultimi anni dagli esperti fa rima con “la fine del secolo americano”. Gli stessi esperti, inoltre, da tempo predicono la sostituzione dell’ordine politico americanocentrico con un nuovo equilibrio, in cui sarà Pechino, e non più Washington, il nuovo fulcro di equilibri politici, economici e culturali.

Fino a pochi decenni fa, il mondo intero considerava Washington un modello da seguire, oltre che una potenza economica con la quale stringere rapporti per ottenere almeno qualche vantaggio. Adesso, nell’immaginario collettivo di molte nazioni, quel ruolo è ricoperto dalla Cina. L’amministrazione Trump ha preso di petto il problema – un’enorme problema per gli americani – ed è corsa ai ripari. Se i cinesi si espandono affidandosi all’arma del commercio e ai rapporti win-win, gli Stati Uniti possono rispondere in un solo modo: circondando il Gigante asiatico.

Alleanze arrugginite

In che modo? Riesumando la propria rete di alleanze (o quello che ne rimane) per tagliare fuori il Dragone dalle rotte commerciali più importanti, tanto in Asia, quanto in Europa e nel resto del mondo. In un’intervista rilasciata a Fox News, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha stilato una lista di Paesi alleati con i quali gli Stati Uniti hanno intenzione di collaborare per contrastare l’avanzata cinese.

Il punto, non affrontato da Pompeo, è che molti dei governi elencati rischiano di pagare un prezzo altissimo per una “guerra fredda” che neppure li riguarda da vicino. Detto in altri termini: un buon numero di storici alleati di Washington sono in buoni rapporti anche con Pechino. E per loro, infrangere l’attuale status quo per avventurarsi in una selva oscura – per giunta per conto di altri -, non è certo una prospettiva allettante.

Pompeo ha citato la Corea del Sud, l’India, l’Australia, il Brasile, il Giappone e altri Paesi sparsi “in tutto il mondo”. Resta da capire, e questa è la parte più interessante, se i diretti interessati avranno voglia di schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra. La sensazione è che no, non tutti appoggeranno esplicitamente il piano americano volto a danneggiare uno dei loro principali partner. Anche perché recentemente, molti di questi stessi Paesi, trascurati dagli americani, hanno trovato nella Cina una valida sponda commerciale.

La Cina fa gola a tutti

Inutile nascondersi dietro un dito: avere rapporti commerciali con la Cina fa gola a tutti. Anche agli storici alleati degli Stati Uniti, a maggior ragione adesso che Washington, dall’ascesa di Trump in poi, ha scelto di ritirarsi dalle questioni internazionali per concentrarsi su se stessa. Con estremo (e colpevole) ritardo il governo americano si è accorto di aver lasciato a Pechino immense praterie. Riconquistare diplomaticamente quegli spazi, ora che il Dragone ha piantato profonde radici in quelle stesse praterie, per la Casa Bianca non sarà certo un gioco da ragazzi.

Pompeo fa finta di non saperlo e chiama in causa, pubblicamente, una serie di Paesi amici. Ma quanti di loro risponderanno presente all’appello americano, con il rischio di ritrovarsi in mezzo a due fuochi e perdere ogni vantaggio diplomatico guadagnato nei confronti di Pechino?

La Corea del Sud, così come il Giappone, perderebbe un partner commerciale di primo livello. Sia Seul che Tokyo, inoltre, non vorrebbero inimicarsi Pechino, anche e soprattutto in ottica nordcoreana. In Brasile, Jair Bolsonaro apprezza Trump ma il suo Paese dipende fortemente dalle esportazioni di soia verso la Cina.

L’Australia, che si è recentemente esposta al fianco di Stati Uniti e Regno Unito accusando la Cina in merito al Covid-19, si è ritrovata a fare i conti con un vero e proprio boicottaggio commerciale cinese. Infine l’India: Nuova Dehli, più di Canberra, è al momento l’unico grimaldello che Washington potrebbe davvero sfruttare per creare problemi al governo cinese. In ogni caso, Narendra Modi dovrà calibrare attentamente le proprie mosse.

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