E se la Corea del Nord avesse ricevuto supporti finanziari e legali proprio dagli alleati degli Stati Uniti? È questa l’ipotesi che viene espressa dal think-thank statunitense National Interest, in un’interessante pubblicazione sul ruolo di alcuni Stati – anche insospettabili – che avrebbero in qualche modo aiutato il regime di Pyongyang a trovare il denaro utile per sviluppare proprio il programma missilistico che il Pentagono tema come prima minaccia per la sicurezza nazionale. Il tutto sfruttando le falle del sistema delle sanzioni economiche internazionali, che sarebbero state bypassate dalla Corea del Nord grazie ai legami finanziari e politici con molti Stati del mondo e con alcuni importanti istituti finanziari, nonostante un boicottaggio mondiale che non sembra ammettere repliche.

La rivista parte dalla critica rivolta alle amministrazioni Bush e Obama, le quali, a detta del centro studi, sarebbero state eccessivamente lassiste nei confronti dei flussi finanziari diretti verso la Corea del Nord. Per Bush, Pyongyang era un problema secondario rispetto alla sua politica rivolta al Medio Oriente e all’Asia Centrale: Afghanistan e Iraq rappresentavano questioni estremamente delicate per il suo mandato e talmente fondamentali da non potersi permettere l’apertura di un terzo fronte in Estremo Oriente. Barack Obama invece inaugurò con Pyongyang la politica della cosiddetta “pazienza strategica”: una sorta di politica della tolleranza che non era mai stata vista di buon occhio dal Pentagono, ma che aveva permesso a Obama di potersi concentrare su altri fronti, evitando di rimanere impantanato anche nella penisola coreana, dopo aver compromesso la geopolitica americana in Medio Oriente.

Con Trump la situazione è andata sicuramente in direzione opposta alla politica della pazienza strategica. Il presidente degli Stati Uniti ha subito voluto mettere le cose in chiaro con Pyongyang ed ha espresso sin dall’inizio del suo mandato l’idea che l’intervento militare, per quanto non imminente, sarebbe stata un’opzione assolutamente plausibile. In questo, si uniscono per Trump anche l’ostilità verso la Cina e la necessità di aumentare la presenza militare in Estremo Oriente: due interessi convergenti per cui una guerra nella penisola coreana, o quantomeno un’escalation militare anche senza confronto diretto, rappresenta un utile pretesto per il loro raggiungimento. Il problema posto dal think-thank americano, tuttavia, è quello di tagliare le fonti di reddito della Corea, per far sì che, anche senza un intervento militare, sia possibile colpire il programma missilistico di Kim.

In tutto il mondo, afferma la rivista, è pieno di esempi di esecuzione negligente delle sanzioni contro il governi di Kim e continuano a emergerne di nuovi. All’inizio di quest’anno le autorità belghe hanno consentito alle banche nordcoreane di autorizzare l’accesso a SWIFT, il servizio di messaggistica finanziaria sicura, indispensabile per il trasferimento di denaro ai confini. Ciò aiuterebbe a spiegare come gli hacker nordcoreani avrebbero potuto tentare di rubare un miliardo di dollari l’anno scorso dalla banca centrale del Bangladesh utilizzando proprio il cosiddetto sistema SWIFT. I pirati informatici sono poi riusciti a far sparire soltanto ottanta milioni di dollari. Non una cifra enorme, ma una cifra comunque in grado di incidere in maniera sensibile sulle finanze di un’economia quale quella della Corea del Nord.

E sempre a proposito della collaborazione con la Corea da parte di Stati considerati amici, o comunque nell’orbita di Washington, in Medio Oriente la questione diventa addirittura più complessa e particolarmente interessante. L’Associated Press ha riferito che Kuwait, Oman, Qatar e gli Emirati Arabi Uniti impiegano lavoratori nordcoreani in condizioni di lavoro di semi-schiavismo. Secondo le analisi del centro studi sul tema del mercato dei lavoratori nordcoreani, la Corea del Nord riceverebbe almeno 500 milioni di dollari all’anno dalla “cessione” di lavoratori stranieri, che sono circa 50mila in tutto il mondo e almeno seimila quelli che lavorano in Medio Oriente. Anche le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sull’utilizzo delle entrate di questi lavoratori (e per questi lavoratori) come strumento del governo coreano per finanziare i propri progetti balistici. Proprio per questo motivo, tra le sanzioni imposte dal Congresso degli Stati Uniti, vi sarebbe stata quella del autorizzare sanzioni economiche a tutti coloro che utilizzano lavoratori nordcoreani. Tuttavia, dato curioso, proprio la base degli Emirati Arabi Uniti dove sono ospitate le truppe degli Stati Uniti, è stata costruita da operai nordcoreani che sarebbero arrivati grazie a contratti milionari stipulati tra Abu Dhabi e Pyongyang. Le sanzioni sulla Corea del Nord avrebbero quindi come oggetto anche le stesse monarchie del Golfo alleate di Washington in Medio Oriente.

Il segnale interessante di questa analisi è che per la prima volta mette in luce non tanto la colpevolezza del governo di Kim Jong Un riguardo la politica di minaccia rivolta agli Stati Uniti, ma si punta il dito contro le lacune gravi del sistema delle sanzioni. Le sanzioni ci sono, ma esistono flussi di denaro che non possono essere fermati con questi metodi, senza intaccare un sistema economico e di potere in cui sono invischiati gli alleati di Washington. La Casa Bianca ha spesso accusato la Cina di questi finanziamenti, e a latere anche la Russia, ma il problema invece sembra essere molto più capillare, con il rischio di colpire movimenti miliardari complessi in cui s’inseriscono anche gli alleati arabi e le banche e gli istituti di credito più importanti. Forse, la cosiddetta pazienza strategica dell’amministrazione Obama serviva proprio a tollerare la Corea per non intaccare questi legami segreti ma molto produttivi.

 

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