Quali saranno le nuove coordinate politiche e i nuovi trend dominanti su scala globale nel 2022? Come si struttureranno sul medio-lungo periodo le dinamiche chiave per capire l’evoluzione del mondo post-pandemico? Soprattutto, l’emergenza sanitaria e le sue conseguenze economiche e sociali saranno – come sembra prospettarsi – ancora centrali? A queste domanda si potrà avere una risposta – non chiaramente esaustiva ma sicuramente indicativa – dagli esiti delle principali elezioni che costelleranno un importante anno sotto il profilo politico. L’elezione ad opera del Parlamento italiano del nuovo Presidente della Repubblica sarà una prima cartina di tornasole già nel mese di gennaio, ma seguiranno altri avvenimenti di prima grandezza.

Europa: Francia e Ungheria al bivio

Nel Vecchio Continente i voti di maggior peso saranno le elezioni presidenziali francesi, in cui Emmanuel Macron si gioca il secondo mandato, e quelle generali in Ungheria, che saranno un vero e proprio referendum sul sistema di potere di Viktor Orban. A loro modo, andranno in scena verdetti politici su due sistemi di governo legati nella loro strutturazione a dialettiche politiche precedenti la pandemia: da “europeista liberale” Macron, nel suo quinquennio, si è spostato su posizioni vicine all’autonomismo strategico, al sovranismo economico, al conservatorismo nel quadro della lotta all’immigrazione clandestina e al terrorismo.  Orban e Fidesz, invece, hanno costruito un apparato politico centrato sull’ideologia della democrazia illiberale, sul potenziamento dell’esecutivo, sul rilancio identitario del nazional-conservatorismo magiaro ma prestano fortemente il fianco agli attacchi dell’opposizione sulla corruzione e la gestione, ritenuta clientelistica, del potere e delle nomine.

Sia Macron che Orban in primavera si ritroveranno di fronte avversari agguerriti. In Francia la rosa dei pretendenti al trono repubblicano dell’Eliseo è estremamente affollata, soprattutto a destra. Dopo la discesa in campo di Marine Le Pen in rappresentanza del Rassemblement National e l’arrivo di Eric Zemmour come outsider nel campo identitario, è stata la volta dei gollisti di Les Republicains: Valerie Pécresseesponente di lungo corso del mondo conservatore e di destra francese appare oggi, sul lungo periodo, la candidata in grado di impensierire maggiormente il presidente in carica nel quadro di una competizione elettorale in cui la sinistra, i socialisti e gli ecologisti saranno invece destinati a giocare un ruolo marginale.

In Ungheria, invece, l’opposizione riunita, dai socialisti all’estrema destra di Jobbik, ha contrapposto a Orban il più orbaniano dei suoi esponenti: l’economista cattolico e conservatore Péter Márki-Zay. L’esponente del Movimento per un’Ungheria di Tutti (Mmm) si è imposto a sorpresa, da outsider, sulla favorita Klara Dobrev, vicepresidente del Parlamento europeo, moglie dell’ex primo ministro socialista Ferenc Gyurcsány e candidata della Coalizione democratica nelle primarie aperte a tutta l’opposizione svoltesi a ottobre. Ritenuto al di sopra di ogni sospetto circa le accuse spesso rivolte dal leader nazional-conservatore ai suoi avversari di essere agenti portavoce di valori anti-nazionali come il progressismo più radicale, l’ideologia liberal e l’europeismo più sfrenato, Marki-Zay porterà avanti il “referendum” sull’orbanismo da posizioni non lontane da quelle del capo del governo in carica.

In Europa c’è attesa anche per altre elezioni: a fine gennaio sarà la volta del Portogallo, dove il premier uscente Antonio Costa e il suo Partito Socialista sono dati per favoriti, mentre in Irlanda del Nord sono attese le prime elezioni post-Brexit, in cui la sinistra sovranista del Sinn Fein, favorevole all’autonomia e all’unione con Dublino, cerca uno storico sorpasso sulle forze unioniste per poter guidare, per la prima volta, il governo delle sei contee dell’Ulster.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Usa: il test chiave per Biden

Anche Joe Biden negli Stati Uniti è atteso da un test elettorale chiave: le elezioni di metà mandato che tra fine ottobre e inizio novembre porteranno al rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti, di un terzo del Senato e di diversi governatori di Stato. Nel 2022 Biden dovrà gestire un diffuso malcontento, che rischia di trasformare le elezioni di midterm in una pesante débacle per i democratici dopo il trionfo elettorale del 2020 che ha portato al loro controllo di presidenza, Camera e Senato.

Il complesso 2021 di Biden ha accentuato le divisioni interne tra una sinistra radicale molto agguerrita e un centro moderato e pragmatico che punta a costruire un’agenda solida di ripresa del Paese mediando con le frange tradizionali del Partito Repubblicano. A un anno da Capitol Hill, inoltre, il Grand Old Party appare pienamente in salute e capace di convivere con il fenomeno Donald Trump, oggi vero e proprio capo dell’opposizione. Nelle elezioni di midterrm i repubblicani mirano a conquistare una o entrambe le camere: la missione appare più facile al Senato, dove basta la difesa di tutti i seggi e la conquista di uno addizionale per strappare la maggioranza ai dem, ma anche alla Camera dei Rappresentanti la crescente presa del Gop su diverse minoranze, latini in particolare, può favorire il partito negli Stati in bilico. Per Biden, invece, il controllo delle due camere è la vera e propria “linea del Piave” e impone un’accelerazione dell’agenda da qua all’autunno: se trasformato in anatra zoppa da una debacle elettorale, infatti, il presidente si ritroverebbe al centro del mirino dell’opposizione conservatrice e vittima del fuoco incrociato tra le correnti in lotta nei dem.

Il presidente Usa Joe Biden

America Latina: il ritorno di Lula e delle sinistre?

In America Latina la recente vittoria di Gabriel Boric in Cile ha confermato una fase elettorale e politica favorevole alle sinistre populiste dopo che i risultati di Argentina, Perù e Bolivia avevano, tra il 2019 e il 2021, avviato un trend di superamento dei governi liberali e filostatunitensi insediatisi nella regione nell’ultimo decennio.

Per le sinistre latinoamericane la partita chiave sarà quella del Brasile, ove è orami certo che il presidente uscente Jair Bolsonaro dovrà misurarsi contro il redivivo Lula, simbolo del Paese nel primo decennio del nuovo millennio e uscito da poco da una complessa vicenda giudiziaria. Un Brasile e tre Brasili assieme andranno a scontrarsi il prossimo 2 ottobre, al primo turno delle presidenziali: quello di Lula, che incarnerà la volontà di riportare le lancette della storia indietro agli inizi del millennio; quello di Bolsonaro, espressione del consenso dato dalla classe media delusa dal blocco delle riforme politiche e sociali a un candidato liberista, duro contro la criminalità e fautore di un superamento del lulismo; infine, quello di Sergio Moro, il “Di Pietro” brasiliano autore dell’inchiesta Lava Jato usata dai poteri brasiliani per scardinare il governo del Partito dei Lavoratori e ora in guerra con l’attuale presidente, di cui è stato ministro della Giustizia.

Un manifestante anti-Bolsonaro con la maschera di Lula

Il voto nel gigante verdeoro avrà sicuramente un eco mondiale e potrà decidere se quella su cui l’America Latina è pronta a incamminarsi sarà una strada simile a quella dell’inizio del secolo, dunque fonte di un possibile allontanamento da Washington, o se il trend attualmente in corso sarà destinato a esaurirsi.

Dunque, il 2022 sarà anno di voti di peso e estremamente importanti. Tra verdetti della democrazia e tentativi, graduali, di ritorno alla normalità la notizia importante è che anche nel terzo anno pandemico si potrà parlare di vera politica e vedere le istituzioni fare il proprio corso nonostante tutte le asperità. E questa è di per sé una notizia incoraggiante.

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