La pandemia di Covid-19 ha influito sulla quotidianità delle persone, sull’economia e, ovviamente, anche sulla politica. I governi, per contenere i contagi, hanno messo in atto una serie di misure volte a scongiurare la diffusione incontrollata del Sars-CoV-2. Il problema principale – che è anche la critica che molti opinionisti e intellettuali hanno più volte avanzato – è che la lotta contro il coronavirus rischia di produrre effetti irreversibili all’interno della società e, più in particolare, in quei delicati meccanismi che regolano i rapporti interpersonali.

Se per bloccare le infezioni bisogna limitare le occasioni di contatto con l’altro, ridurre le uscite superflue, chiudere le attività “non essenziali”, frequentare gli istituti scolastici da remoto e via dicendo, se avviene tutto questo, allora non solo la quotidianità delle persone, ma anche il loro modo di vivere nella comunità umana ne uscirà completamente stravolto. Nelle prime fasi iniziali dell’emergenza sanitaria, quando nessuno sapeva che cosa fosse questo virus e come agisse, i cittadini di tutto il mondo – salvo casi sporadici – accettavano con favore i lockdown e le misure restrittive. Alla lunga, e cioè dopo un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia, la narrazione paternalistica della difesa della salute ha iniziato a scemare.

Complice l’economia a picco – se nessuno può uscire e se le attività “non essenziali” sono chiuse, una buona fetta di economia smette di funzionare – abbiamo iniziato ad assistere a manifestazioni di protesta nei confronti delle misure restrittive propinate dai vari governi. In uno scenario del genere, che ruolo hanno giocato i partiti populisti? O meglio: l’avvento della variabile Covid-19 ha indebolito il loro terreno di battaglia oppure ha ridato nuova verve a formazioni politiche ormai ristagnanti dopo anni di polemiche contro le élite?

La pandemia e il fenomeno populista in Europa

Prendendo in esame lo scacchiere europeo, abbiamo visto che praticamente in ogni Paese esiste un fenomeno populista che si rispetti. Dalla Spagna alla Francia, dall’Italia alla Germania, passando per il Regno Unito e la Svezia, e via via tutti gli altri Stati, ci sarebbero da considerare moltissime situazioni tra loro differenti. Per fare un discorso generale, abbiamo chiamato in causa Marco Tarchi, politologo, tra i massimi esperti in materia di populismo, nonché professore di scienza politica all’Università di Firenze e autore del testo Italia Populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo (Il Mulino).

“Per certi versi, la pandemia ha indebolito il populismo. Nei momenti in cui un Paese si trova di fronte a una minaccia, che sente come grave, e per giunta imprevista, questo tende a raccogliersi in maggioranza attorno a chi lo governa. Sente cioè il bisogno paterno, e quindi chiunque governi diventa un po’ il faro e punto di riferimento della comunità”, ha spiegato Tarchi.

Cartina alla mano, i populisti governano in pochi Paesi europei, e dove governano – se escludiamo il controverso caso di Orban, dei polacchi e di altri governi dell’Europa orientale – in quei Paesi dove il fenomeno populista era in ascesa, questo ha molto ridotto la sua capacità di presa e di espansione. Quale futuro aspettarsi? Difficile dare una risposta certa, perché il futuro del populismo, ha aggiunto lo stesso Tarchi, dipende soprattutto da una variabile, e cioè “le proporzioni delle conseguenze negative della crisi Covid sul sistema economico e sociale“.

L’importanza dell’economia

In Europa sono stati presi provvedimenti per scongiurare proprio il rischio di una debacle economica. “Sappiamo che, ricorrendo all’iniezione di capitali virtuali, alle politiche della Bce, all’Ue, e via dicendo, si è cercato e si cerca di arginare, o meglio spostare il più avanti possibile nel tempo, un eventuale tracollo del sistema economico produttivo”, ha sottolineato Tarchi. Riuscirà questa manovra? “Da questo dipende il successo o l’insuccesso dei populisti. Come hanno ammesso alcuni, prima o poi la “fattura” andrà pagata”, ha aggiunto il professore.

Molto, insomma, dipenderà da come i governi saranno in grado di ammortizzare le ipotetiche crisi economiche che potrebbero abbattersi sui rispettivi Paesi. Non è detto che ciò accada, ma è plausibile aspettarsi che qualcuno, tra le classi meno abbienti, possa ritrovarsi nella spiacevole situazione di dover “pagare il conto” di lockdown e chiusure varie.

“È chiaro che a mio parare un revival di populismo ci sarà – ha quindi affermato Tarchi – anche per un’altra convinzione, che non sono l’unico ad avere, ma che io ho espresso con particolare forza da più di vent’anni. Il populismo è un fenomeno ciclico“. In che senso ciclico? “Come ha scritto Loris Zanatta, il populismo è un fiume carsico: scompare e poi riappare. Non si è mai visto un populismo con andamento lineare. Di conseguenza, ci dovevamo aspettare che, dopo anni e anni di crescita, avremmo avuto un reflusso di questo fenomeno”.

Il (grande) limite del populismo

Il populismo ha, tra gli altri, un enorme, grande limite. Quale? “Non riesce a darsi un assetto solido perché è al di fuori della sua natura. I movimenti che si danno solidità – aggiunto Tarchi – sono quelli che si strutturano, si organizzano, si istituzionalizzano. Per loro natura i movimenti populisti non vivono bene l’istituzionalizzazione. La soffrono o diventano qualcos’altro. Vedremo cosa accadrà ma, come ho scritto anni fa, il populismo è “l’ospite scomodo delle democrazie””.

E che cosa significa? “Il fenomeno populista rimane all’interno delle democrazie e non potrà mai essere scacciato. A tratti sarà presente, poi scomparirà per poi ritornare. Per adesso difficilmente abbiamo visto un populismo di rete di governo, almeno in Europa. Se ciò accadrà, sarà una novità”. Ma il populismo, alla luce della pandemia Covid, come sta?

“Non bene, anche se non è in coma. Ha un problema di salute transitorio, e come sempre le sue fortune o sfortune dipendono dallo stato di salute dei suoi avversari. Ascende, infatti, quando le istituzioni della democrazia liberale iniziano a scricchiolare, quando i partiti tradizionali non riescono più ad accogliere la fiducia della popolazione e così via”. In ogni caso, il populismo non può essere considerato, come taluni sostengono, la causa delle crisi, quanto la “conseguenza delle crisi di cui si alimenta””. Da questo punto di vista, “poiché le crisi sono una costante periodica della politica, il populismo non scomparirà mai. Avrà tuttavia dei momenti di fulgore e dei momenti negativi”.

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