Il mondo post-pandemia e pre-conflitto in Ucraina sembrava aver lasciato in eredità agli Stati Uniti un’ineluttabile scontro militare con Pechino nell’Indo-Pacifico, del quale il summit di Anchorage apparve come oscuro preludio. L’allarme, però, veniva da lontano e, almeno negli ultimi sei anni, si è mescolato all’ossessione trumpiana per l’America first e con l’obiettivo annacquato del China second di Joe Biden.

Il primo grande errore: sottovalutare la Cina

Il primo grande errore americano nell’area è stato quello sottovalutare la Cina e di non comprendere come e perchè Pechino avrebbe certamente preso i suoi spazi nell’area. Con la caduta dell’Unione Sovietica, la Russia e gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente le loro forze navali nel Pacifico: al contrario, la Cina ha vissuto la fine della Guerra Fredda come’opportunità per espandersi nel proprio cortile di casa; gli Stati Uniti hanno risposto militarmente a questa aspirazione, sfruttando Giappone, Taiwan e Corea del Sud come pivot per impedire l’influenza navale cinese.

Le preoccupazioni dell’alleanza occidentale guidata dagli Stati Uniti sono state accresciute dal fatto che la Cina ha iniziato a pattugliare l’Oceano Pacifico in lungo e in largo. L’aumento delle pattuglie di sicurezza da parte della marina cinese negli stretti di Miyako, Bashi e Unagoni e l’aumento del numero di navi da guerra che trasportano aerei da combattimento nel Pacifico attraverso lo stretto di Miyako ha allarmato il mondo occidentale. Le vicende “esistenziali” di Taiwan, eredità della Guerra Fredda stessa, hanno poi posto l’area in cima alla top ten dei luoghi più caldi del mondo.

Mappa di Alberto Bellotto

Il secondo errore: le potenzialità dell’area

Il secondo grave errore di Washington è stato quello di sottovalutare le potenzialità dell’area, rimasta a lungo confinata nelle gloriose memorie della Seconda Guerra Mondiale. Tanto tempo è stato speso nel guardare all’Indo-Pacifico unicamente come potenziale campo di battaglia, ove attaccare o difendersi, piuttosto che perseguire degli interessi geoeconomici di grande rilievo. Questo pentimento tardivo, oggi, passa anche per un parziale disimpegno su Taiwan: sebbene qui minacce e le intimidazioni si susseguono, oggi la difesa a spada tratta dell’isola non è più tra le priorità di Washington, nonostante per Pechino l’isola di Formosa resti una vitale questione di giurisdizione domestica.

Le parole del presidente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, nel settembre scorso, sono state chiare: no cold war con la Cina. Pechino, infatti, potrebbe sempre rivelarsi un importante interlocutore nei rapporti con la Russia. A questo, il presidente Usa aggiunse di restare impegnato nella fede alla One China: si è dichiarato, infatti, contrario a cambiamenti unilaterali da entrambe le parti, ribadendo che Washington cercherà di promuovere la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan.

Mappa di Alberto Bellotto

La stretegia indo-pacifica 2022

L’11 febbraio 2022, l’amministrazione Biden ha rilasciato la sua tanto attesa Strategia indo-pacifica, sullo sfondo di un’imminente crisi di sicurezza in Europa. Il documento conferma ciò che è stato evidente durante il primo anno di amministrazione, segnando uno spostamento dell’attenzione sulla regione e una spinta a rafforzare le capacità collettive con i suoi alleati e partner.

La pubblicazione del documento, unita al viaggio del segretario di Stato Antony Blinken nel Pacifico, mira a rassicurare gli stati regionali che gli Stati Uniti non saranno distratti dalle contingenze in Europa. L’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio sta ora mettendo alla prova l’attenzione e la determinazione di Washington. Rispetto al rapporto del 2019, l’ultima strategia indo-pacifica è notevolmente concisa, ma soprattutto è animata da grandi aspirazioni come la lotta al cambiamento climatico, la salute globale e il programma nucleare della Corea del Nord. Tutti elementi attorno ai quali Biden cerca di fare gruppo e costruire un clima fiduciario fra gli Stati insulari e rivieraschi. Ma una “comunità di valori” non basta.

In quanto tali, le priorità di Washington nell’Indo-Pacifico oggi guardano, più che alla Cina, alla formazione di una architettura di sicurezza della regione. Una posizione molto più morigerata da parte di Washington, che riflette l’intenzione di deviare dal bipolarismo geopolitico con Pechino. Rispetto alla precedente amministrazione, infatti, c’è un significativo allontanamento dal chiedere a partner e alleati di allinearsi con Washington contro Pechino.

Mappa di Alberto Bellotto

Il terzo errore: l’area di libero scambio che non fu

Dal 10 al 15 dicembre scorso a Brisbane, in Australia, gli Stati Uniti e altri tredici Paesi hanno tenuto la loro prima sessione negoziale dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (Ipef), un’iniziativa progettata per sottolineare il forte impegno economico degli Stati Uniti nella regione. Tali sforzi sono attesi da tempo. Negli ultimi anni la Cina ha notevolmente intensificato il suo gioco nell’Indo-Pacifico, inclusa l’entrata in vigore quest’anno del Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), il più grande accordo commerciale al mondo. Questo patto taglia le tariffe, armonizza gli standard e stabilisce le regole del commercio tra i quindici membri, inclusi i principali alleati degli Stati Uniti come Australia, Giappone e Vietnam. Un accordo di libero scambio, dunque, tra i dieci stati dell’Asean (cioè Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) e cinque dei loro partner di libero scambio: Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. I quindici Paesi membri rappresentano circa il 30% della popolazione mondiale e del PIL.

Ed ecco, dunque, il terzo grande errore: quello di aver permesso alla Cina di soffiare l’iniziativa economia e doganale nell’area. L’amministrazione Biden si concentra ora sull’invertire questa preoccupante tendenza attraverso il lavoro diplomatico su catene di approvvigionamento resilienti, economia digitale e energia pulita. Ma si continua a non optare per tagli tariffari e le relative disposizioni sull’accesso al mercato, che favorirebbero i prodotti americani e l’adozione di standard made in Usa.

Questa strategia è anche carente da un punto di vista dell’economia digitale: sfortunatamente, le barriere globali, come le misure di localizzazione dei dati e altre restrizioni normative alle esportazioni di servizi commerciabili digitalmente negli Stati Uniti sono in aumento. Se non controllata, la proliferazione di questi ostacoli al commercio minaccia di privare i lavoratori e le aziende americane dei potenziali benefici dell’esportazione di servizi scambiabili digitalmente. La stessa Us Chamber of Commerce, infatti, suggerisce da tempo al governo degli Stati Uniti di premere l’acceleratore sull’economia digitale nel Pacifico. Al centro dell’Ipef dovrebbe, infatti, esserci l’applicazione del linguaggio del commercio digitale basato su modelli come l’accordo USA-Giappone o sul capitolo sul commercio digitale dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada (Usmca).

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