Un occhio al commercio e uno alla geopolitica. Le principali potenze europee hanno cambiato l’essenza della loro relazione con la Cina. Se in passato il legame si basava solo e soltanto sull’economia adesso, con l’imperversare della nuova Guerra Fredda e il testa a testa tra Washington e Pechino, si è rivelato necessario ripensare l’intero paradigma. Anche perché il gigante asiatico è ormai diventato un vero e proprio colosso, la cui ascesa risulta indigesta a una serie di Paesi terrorizzati di perdere il loro posto nel mondo.

Stiamo parlando degli Stati Uniti, che rischiano di dover condividere il primato globale con un soggetto ingombrante, ma anche, ad esempio, della Germania. All’interno dell’Europa, Berlino è da anni il principale partner commerciale della Cina. Solo che adesso, con l’ascesa di Xi Jinping, l’introduzione della Nuova Via della Seta e il piano industriale Made in China 2025, gli industriali tedeschi hanno iniziato a pensare a quello che potrebbe accadere nell’immediato futuro. Ossia: fine delle vacche grasse e inizio di una convivenza con i campioni cinesi.

Un discorso del genere è stato fatto, a grandi linee, anche dalla Francia. E persino dal Regno Unito, nonostante la sua ormai imminente separazione dall’Unione europea e la volontà di continuare a fare affari con Pechino. Tra le più importanti potenze del Vecchio Continente, l’Italia è al momento non pervenuta. È vero che Roma ha firmato, un anno fa, il Memorandum d’Intesa per la Belt and Road Initiative con il governo cinese. È vero che il governo giallorosso, pur prendendo un po’ le distanze dal Dragone, continua ad abbracciare una politica estera che guarda a Oriente. Ma stiamo parlando soltanto di commercio. Da un punto di vista geopolitico la linea dell’Italia è piatta. Dall’altra parte, sul fronte balcanico e mediterraneo (dalla Spagna alla Grecia passando per la Serbia e l’Ungheria) la Cina ha trovato due interessanti praterie. Che proverà a sfruttare al meglio per penetrare anche nel cuore dell’Europa.

Le mosse di Parigi, Londra e Berlino

Se le relazioni economiche con la Cina, per le potenze europee, iniziano a essere ingombranti, l’unico modo per riequilibrarle e portarle a proprio favore e fare leva sulla geopolitica. Come ha sottolineato Asia Times, il focus più scottante riguarda il Mar Cinese meridionale. Qui le solite principali potenze europee stanno cercando di capire come rafforzare la loro presenza nelle acque limitrofe alla Cina. Partiamo dalla Francia. Un anno fa Parigi ha pubblicato un documento strategico regionale in cui ha ribadito la volontà di “cementare la sua posizione di potenza regionale dell’Indo-Pacifico, lavorando per proteggere i suoi interessi sovrani e la sicurezza dei suoi cittadini, contribuendo attivamente alla stabilità internazionale”.

Che è più o meno quanto contenuto dal documento tedesco di 40 pagine, con la Germania di Angela Merkel che si è posta il medesimo obiettivo dei francesi. La differenza è che Berlino, a differenza di Parigi e Londra, non può contare sulle cosiddette blue water naval capabilities, cioè su una forza marittima capace di operare a livello globale, nelle acque profonde degli oceani aperti. Leggermente diversa la situazione inerente alla Gran Bretagna che, come detto, deve fare i conti con la Brexit e il riassetto generale delle partnership di dialogo. Una mossa azzardata degli inglesi potrebbe compromettere affari milionari, e dunque è bene andarci cauti. In ogni caso, a Londra e dintorni, crescono le richieste di chi chiede al governo di schierare navi militari per limitare le manovre cinesi nel Mar Cinese meridionale. Boris Johnson sarebbe addirittura pronto a inviare in Asia la HMS Queen Elizabeth, una portaerei nuova di pacca dal valore di 4 miliardi di dollari.

Il doppio gioco di Macron

Tra le potenze europee è interessante focalizzarci sulla strategia francese. Emmanuel Macron ha intensificato gli impegni strategici in tutto il sud-est asiatico, stringendo alleanze, ad esempio, con Australia, Giappone e India. Negli ultimi anni non sono mancati accordi di difesa. Alcuni esempi? L’accordo con la Royal Australian Navy per sottomarini, dal valore di 38 miliardi di dollari, e un’intesa sui caccia Rafale con l’India da 9,4 miliardi.

“Non dobbiamo essere ingenui: se vogliamo essere rispettati dalla Cina come un partner alla pari, dobbiamo organizzarci”, ha dichiarato nel 2018 Macron durante una visita in una struttura navale australiana. E il piano di Parigi, sostanzialmente, è lo stesso che adesso, in ritardo, stanno cercando di imitare Germania e Regno Unito. Da una parte fare affari con i cinesi, ma dall’altra schierare un contingente in Asia da poter usare come leva di equilibrio per avere relazioni più paritarie con il Dragone. Non sappiamo tuttavia se una tattica del genere contribuirà a portare benefici o se scalderà ulteriormente un’area già agitata.

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