A suo modo, la visita iraniana di Shinzo Abe può essere considerata storica nel contesto dell’approccio nipponico alle relazioni internazionali. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, Tokyo si è mossa in maniera completamente autonoma da Washington in un teatro operativo di comune interesse. Lo ha fatto, come ha giustamente sottolineato Federico Giuliani sulle colonne di questa testata, principalmente contraddicendo e non lasciandosi convincere dalla traballante versione Usa sull’attacco, finora insoluto, alle due petroliere nel Golfo dell’Oman avvenuto parallelamente alla visita di Abe all’omologo Hassan Rouhani.

“Il Giappone, storico alleato degli Stati Uniti, ha diversi dubbi e, probabilmente, non crede che le accuse lanciate da Washington a Teheran siano del tutto veritiere”, ha sottolineato Giuliani. “L’emittente di Stato giapponese, NHK, ha interpellato alcuni lavoratori giapponesi presenti su una delle due navi coinvolte nell’incidente, e gli uomini hanno risposto di aver visto un aereo volare verso di loro prima dell’esplosione. Questa versione smonta completamente la ricostruzione americana e le affermazioni del Segretario di Stato, Mike Pompeo”. Non è un caso che Tokyo si sia spinta tanto oltre nel contraddire lo storico patrono statunitense: la nuova era di Shinzo Abe prevede un Giappone più assertivo ed aperto all’iniziativa strategica nel teatro asiatico rispetto al passato. E se per gli Stati Uniti questo può significare poter contare su un supporto imprescindibile laddove si parli di contenere in campo marittimo la Cina nel teatro operativo del Pacifico, al tempo stesso Washington deve tenere conto che lo storico cliente nipponico, in altri scenari, molto probabilmente non sarà più tale.

Il Giappone ha per l’area centroasiatica in generale e per l’Iran in particolareun interesse notevole, dettato dalle priorità geopolitiche ed economiche che muovono il suo interesse nazionale. Non per velleità, per vano desiderio di prestigio o per puntiglio personale Abe ha voluto prodursi nel difficilissimo tentativo di mediare tra la Repubblica Islamica e l’Iran compiendo la prima visita ufficiale di un leader nipponico in Iran dal 1978. Al contrario, la stabilizzazione delle tensioni nel Golfo Persico è prioritaria per Tokyo, in primo luogo per tutelare le direttrici delle sue importazioni energetiche, da cui il Giappone è completamente dipendente. L’85% delle importazioni giapponesi di petrolio e il 28% di quelle di gas naturale provengono dal Golfo Persico, e un’improvvisa chiusura degli stretti dovuta a gravi crisi politiche o un aumento repentino del prezzo delle materie prime energetiche per analoghe ragioni metterebbero a repentaglio la sicurezza energetica del Paese.

Inoltre, Tokyo ha sempre condotto una politica autonoma e indipendente nei confronti dell’Iran, per ragioni legate all’importanza del Paese per le forniture energetiche. Come sottolinea Asia Times, “a partire dalla firma del Trattato di Commercio e Navigazione nippo-iraniano del 1929 e dalla creazione di una linea navale di comunicazione nel 1934, fino all’instaurazione di compagnie congiunte dedicate agli investimenti (1968) e alla cooperazione petrolchimica (1973) il Giappone ha sempre visto nell’Iran un partner affidabile per i suoi bisogni energetici e un mercato di sbocco importante per i suoi beni di consumo”. Anche nel pieno della contrapposizione tra Iran e Stati Uniti di inizio secolo il Giappone non ha smesso di fare affari con Teheran, acquisendo una quota di partecipazione notevole nel maxigiacimento Azadegan nel 2004.

Abbandonare l’ampio mercato iraniano in una fase di progressiva infiltrazione della Cina in Asia Centrale per effetto delle sanzioni  Usa, inoltre, minerebbe prestigio e raggio d’azione di Tokyo nel contesto asiatico, vanificando l’obiettivo del Giappone e dei suoi alleati, prima fra tutti l’India di Narendra Modi, di offrire ai Paesi del continente investimenti e programmi di cooperazione che sappiano essere un’utile alternativa alla “Nuova Via della Seta”. Per questo motivo il Giappone ha voluto impegnarsi in una difficile opera di mediazione che, allo stato attuale delle cose, non ha trovato sponde degne del dinamismo diplomatico di Abe e del suo Ministro degli Esteri Taro Kono. L’idea che sul lungo periodo questa potrebbe venire proprio dalla rivale Cina, che è con Tokyo la nazione più interessata a mantenere bassi e distesi i toni in Asia Centrale, dà l’idea di quanto mutevole e a geometria variabile sia l’attuale contesto globale.

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