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Gli Stati Uniti sono intenzionati a rimanere in Siria anche dopo la sconfitta dello Stato islamico. Se questa possibilità rimaneva tale durante le operazioni belliche, adesso, dopo la caduta degli ultimi bastioni del Califfato, sembra diventare una certezza. Il motivo, secondo quanto riporta il Washington Post, risiede nel fatto che il Pentagono non abbia intenzione di ritirarsi dalla Siria per evitare che il processo politico che si aprirà dopo i colloqui di Ginevra possa trasformarsi in una ripresa del potere totale di Assad e nella fine dei progetti di condizionamento delle politiche siriane post-guerra. La questione non è di secondaria importanza, soprattutto perché va ricordato che la Siria non ha mai autorizzato un intervento militare Usa nel Paese, concedendo soltanto la possibilità di presenza militare Iran e Russia in qualità di alleati. Pertanto, la presenza statunitense nel Paese non avrebbe alcuna giustificazione giuridica né a questo punto di sicurezza internazionale, poiché la sconfitta dello Stato islamico, di fatto, toglie l’unica vera ragione formale d’intervento militare nel Paese sempre che non si voglia rimodulare l’intervento come in supporto alle milizie ribelli: ma a quel punto si tradurrebbe in una formale dichiarazione di guerra nei confronti del governo di Damasco e dei suoi alleati. L’obiettivo della permanenza in Siria, a detta dei comandanti intercettati dalla testata americana, sarebbe quello di supportare le forze curde e della Syrian Democratic Forces mettendo così pressione ad Assad per fare delle concessioni a queste fazioni sotto l’egida delle Nazioni Unite.

La questione della permanenza delle truppe americane in Siria, in particolare nella regione settentrionale con una più alta presenza curda, sarà evidentemente centrale per quanto riguarda i colloqui di pace di Ginevra ma anche per quanto riguarda le relazioni diplomatiche degli Usa con il resto degli Stati interessati al conflitto. Mattis è stato chiaro nel dire che le truppe statunitensi non se ne andranno di punto in bianco dal Paese. In conferenza stampa ha tenuto a sottolineare, non senza enfasi, che “siamo lì per una risoluzione diplomatica della guerra, non per sconfiggere la parte militare dello Stato islamico e poi dire agli altri ‘buona fortuna’”. Un messaggio chiaro, con la tipica scarsa diplomazia che lo contraddistingue, per dire che il Pentagono non ha intenzione di lasciare la Siria in mano ad Assad, all’Iran e alla Russia. E, infatti, l’obiettivo malcelato degli Stati Uniti è proprio questo. Preso atto che la Siria non sarà, almeno per adesso, oggetto di un esperimento politico né di balcanizzazione né di rovesciamento del potere legittimo, l’unica speranza per gli Stati Uniti è quella di rimanere con i curdi in qualità di garante delle risoluzioni Onu che saranno approvate o degli accordi internazionali presi a Ginevra, facendo sì che possano rimanere a monitorare il Paese, il vicino iracheno e di fatto contenere l’avanzata dell’Iran.

Obiettivi non certo facili, quelli degli Stati Uniti, che incontrano il parere decisamente negativo di Russia, Iran, Turchia e, chiaramente, della Siria. Nelle ultime settimane, il confronto tra Mosca e Washington sul fronte siriano si è fatto molto accesso, soprattutto dopo le accuse di Lavrov sulle prove inconfutabili in mano ai russi del supporto Usa per la fuga dei leader jihadisti delle ultime roccaforti dell’Isis. La speranza a questo punto è riposta nella telefonata intercorsa fra Putin e Trump dopo l’incontro tra il presidente russo e Assad a Sochi. I presidenti di Russia e Stati Uniti hanno sempre avuto un rapporto diretto sul fronte della guerra al terrorismo e potrebbero aver avuto un dialogo chiarificatore su molti punti. Il vertice di Sochi fra Putin, Rohani ed Erdogan ha evidentemente mostrato al mondo che esiste un blocco “eurasiatico” a favore di una certa linea di contrasto alla volontà politica rappresentata dall’opposizione siriana coadiuvata da Arabia Saudita, Stati Uniti e, in disparte, Israele. Ma è chiaro che se l’obiettivo resta contenere l’Iran, sarà difficile trovare una soluzione che accontenti tutti. E in questo, l’Iran trova un forte alleato proprio nella Turchia, che in questa guerra è stata un po’ l’ago della bilancia. Erdogan ha già chiarito che non accetterà nuove mosse degli Stati Uniti a sostegno dei curdi, e questo si traduce nella netta volontà turca di impedire qualsiasi tipo di permanenza americana nei cantoni in mano alle fazioni curde. Insomma, un vero e proprio ginepraio che lascia poche speranze all’approssimarsi di una soluzione duratura del conflitto. Per ora, l’unica struttura che regge, con molta difficoltà, è quella delle de-escalation zones decisa ad Astana. Ma sono fin troppe le spinte da Oltreoceano e dallo stesso Medio Oriente per interrompere la possibilità che Teheran e Damasco convergano ulteriormente.

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