La Cina è una grande potenza terrestre, ed è forse questo l’unico grande limite di Pechino nella sfida a distanza con gli Stati Uniti. Rispetto al passato non è più così importante puntare tutto sulle forze di terra, sia perché il modo di fare guerra è cambiato a causa dell’introduzione di droni ed equipaggiamenti tecnologici di ultima generazione, sia perché oggi chi controlla le rotte marittime ha in mano le redini del mondo. Governare i mari consente a un Paese di estendere la propria influenza lungo due fondamentali direttive: c’è il lato commerciale, certo, seguito dal non meno importante aspetto militare e strategico. È proprio questo il motivo per cui gli Stati Uniti accusano la Nuova Via della Seta di Xi Jinping di essere uno strumento di potere, proprio perché attraverso la Belt and Road la Cina riesce a piantare la propria bandiera su infrastrutture situate in zone geografiche sensibili, tra cui i porti del sud-est asiatico, dell’Africa e dell’area mediterranea. Unendo tra loro questi porti prende forma un reticolato che si estende dall’Asia alle regioni africane ed eurasiatiche, una sorta di schermo il cui compito sembrerebbe essere quello di isolare l’area a influenza cinese da eventuali intromissioni straniere (leggi come americane).

La mossa degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti hanno capito che qual è la strategia cinese: puntare sui mari per arrivare finalmente al pari di Washington. Dopo aver scavalcato il governo americano nello sviluppo della rete 5G, Pechino punta a ottenere il primato anche nel campo del trasporto navale. Trump ha dato il via alla guerra dei dazi per affossare quel meccanismo che ha consentito alla Cina di svilupparsi economicamente a discapito dell’Occidente, e adesso sta meditando le giuste contromisure per colpire il citato trasporto navale, mezzo attraverso il quale l’ex Impero di Mezzo fa girare diversi denari e che è strettamente collegato al mondo della finanza. Gli Stati Uniti hanno inserito in una lista nera tre armatori cinesi, due dei quali connessi a Cosco, la più grande compagnia di trasporti navali al mondo nonché controllata direttamente da Pechino.

Colpire Cosco, per affondare la Cina

Attraverso Cosco, la Cina riesce a incamerare ingenti dosi di petrolio, anche da Paesi colpiti da sanzioni americane, come ad esempio l’Iran. E, sempre attraverso Cosco, la Cina controlla anche diversi porti strategici, come ad esempio uno scalo porta container in Liguria. Inserendo questa azienda nella sua lista nera (che si traduce nell’essere banditi dai circuiti finanziari globali), gli Stati Uniti hanno indirettamente colpito anche le oltre 50 navi utilizzate dalle filiali di Cosco per trasportare l’oro nero in patria. Come ha ben ricostruito Reuters, Washington ha accusato Cosco di aver violato l’embargo sulle forniture petrolifere di Teheran. Non a caso a fine settembre la Cina ha dovuto sostituire quattro spedizioni di petrolio dal Medio Oriente dopo che gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alle filiali Cosco. Tra le filiali colpite dal provvedimento Usa troviamo Cosco Shipping Corporation, COSCO Shipping Tanker Dalian, COSCO Shipping Tanker (Dalian) Seaman e Ship Management Co Ltd, oltre a una società separata Kunlun Shipping Company Limited. Ancora più fresche sono le sanzioni che hanno interessato anche la Teekay LNG, compagnia con sede a Vancouver, dal momento che la sua joint venture Yamal LNG è stata “bloccata” perché il suo partner, China LNG Shipping, è posseduto al 50% da Cosco Dalian.

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