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L’avvincente saga politica della Brexit è destinata ad arricchirsi, nella giornata di sabato, di un nuovo capitolo. L’accordo siglato tra Londra e Bruxelles, infatti, dovrà essere ratificato tanto dal Parlamento europeo quanto da Westminster e questo secondo passaggio è destinato a rivelarsi piuttosto insidioso per il premier Boris Johnson. Il primo ministro, infatti, dovrà cercare di far accettare questa intesa ad una Camera dei Comuni ostile e dove l’esecutivo non ha la maggioranza, un’impresa difficile e che potrebbe essere destinata al fallimento. In caso di bocciatura la prospettiva del caos politico incombe su Londra: Johnson è determinato a far uscire il Regno Unito dall’Unione alla scadenza del 31 ottobre e non ha mai accettato la possibilità di chiedere di un ulteriore rinvio. Questa eventualità, però, è prevista dal Benn Act, un provvedimento legislativo che obbligherebbe il premier a chiedere il temuto rinvio qualora non ci sia un accordo tra Londra e Bruxelles sulla Brexit.

Il caso Dup

I Conservatori di Boris Johnson non hanno, attualmente, la maggioranza dei seggi alla Camera dei Comuni e si fermano a 288 scranni su un totale di 650. Per avere qualche possibilità di successo il premier dovrà persuadere gli Hard Brexiteers del suo partito, i 21 Tories espulsi in seguito all’appoggio dato al Benn Act ed una serie di deputati indipendenti, perlopiù ex laburisti. C’è, però, un problema di difficile risoluzione: il no deciso all’accordo manifestato dai 10 deputati unionisti nordirlandesi del Democratic Unionist Party (Dup). Senza il Dup, infatti, i calcoli e le strategie sono destinati a rivelarsi quasi inutili e l’intesa pare destinata ad essere bocciata. Il movimento ha fornito il proprio supporto esterno agli esecutivi dei Conservatori sin dal 2017 ed il loro appoggio è considerato vitale. Nigel Dodds, vicepresidente del movimento, ha affermato che i termini dell’accordo, con il controverso regime doganale da applicare all’Irlanda del Nord, mettono a rischio l’integrità economica e costituzionale del Regno Unito. Il Dup non sosterrà misure che vanno contro l’interesse dell’Irlanda del Nord e prevede una massiccia bocciatura delle stesse nella giornata di sabato.

Il Democratic Unionist Party è stato fondato nel 1971 dal reverendo protestante Ian Paisley ed è attualmente il partito di maggioranza relativa nell’Assemblea Legislativa di Belfast. Rappresenta gli interessi dei protestanti nordirlandesi, favorevoli a legami sempre più stretti con Londra e nemici giurati dei separatisti che vorrebbero riportare Belfast ed il resto della regione sotto il controllo di Dublino. Governa l’Irlanda del Nord, in coabitazione con gli acerrimi rivali separatisti del Sinn Fein, dalla ratifica dell’Accordo di Sant’Andrea del 2007 e fu, nel 1998, l’unico partito nordirlandese ad opporsi agli Accordi di Pace del Venerdì Santo, che misero fine a decenni di scontri nella regione. Il partito è stato legato ai movimenti paramilitari unionisti attivi a Belfast durante i  Troubles, come viene definito il periodo delle contrapposizioni violente tra cattolici e protestanti.

Le prospettive

Gli unionisti nordirlandesi potrebbero coinvolgere almeno alcuni deputati Tories Hard Brexiteers nel bocciare l’accordo. Questi ultimi, infatti, hanno annunciato che non potranno votare a favore di una misura rifiutata dal Dup. L’incubo Brexit, in definitiva, è sempre più vivo e paradossalmente il passaggio dell’accordo potrebbe avere l’effetto di esacerbare le tensioni a Belfast e di far ripiombare la regione sull’orlo dello scontro. Boris Johnson si giocherà tutto nel delicatissimo e sempre più difficile passaggio parlamentare di sabato ma le prospettive di successo, dopo il no del Dup, sono limitate. Un ritorno delle violenze a Belfast, in definitiva, potrebbe essere solo l’ultimo dei tanti nefasti effetti di questa convulsa fase della politica britannica.

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