L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR) è una delle perle dell’Alaska, vero e proprio santuario naturale protetto dalla tutela federale dal 1960 e da un’ulteriore legge siglata nel 1980 dall’amministrazione Carter che vincola fortemente le attività economiche nel Grande Nord statunitense.

Coprendo un’area di 78.000 chilometri quadrati, due volte la Svizzera, all’estremo Nord-Ovest dell’Alaska, l’ANWR è il più grande parco nazionale statunitense ed è diventato la ridotta inviolabile di un patrimonio faunistico unico al mondo, che comprende alcune tra le più ampie popolazioni di foche, caribù, orsi polari e uccelli acquatici di tutto l’Artico.

Di recente, l’amministrazione Trump ha compiuto i primi passi per aprire parte dell’ANWR all’esplorazione petrolifera: il Bureau of Land Management (BLM) del Dipartimento degli Interni ha rilasciato nella giornata di martedì 17 aprile una nota riguardante la volontà di allentare gli stretti vincoli ambientali che limitano le esplorazioni per la ricerca di petrolio e gas naturale nella pianura costiera della riserva naturale. 

L’Anchorage Daily News ha riportato le dichiarazioni del sottosegretario Joseph Balash, secondo cui la prima concessione alle operazioni di compagnie private nell’area protetta potrebbe essere rilasciata già nel 2019; secondo quanto segnalato da The Hillal largo delle coste dell’ANWR si troverebbero risorse pari a ben 11,8 miliardi di barili di petrolio, che fanno estremamente gola alla rampante strategia energetica promossa dall’amministrazione Trump.

L’Alaska, l’Artico e la strategia di Washington nel Grande Nord

Trump non ha mai fatto mistero della sua ridotta sensibilità per le questioni legate alla tutela ambientale e, anzi, è stato più volte proposto in contrapposizione manichea con il predecessore “ambientalista” Barack Obama, che in ogni caso a sua volta ha coltivato una politica energetica fondata sulla volontà di rendere gli Usa indipendenti sotto il profilo degli approvvigionamenti energetici, rilanciata da Trump con l’obiettivo di rendere Washington un esportatore netto.

Per perseguire la cosiddetta energy dominance gli Stati Uniti hanno lanciato un occhio alle prospettive strategiche nell’Artico, regione che vede Washington in ritardo rispetto a potenze come la Russia, che oltre il Circolo polare ha la sua cassaforte energetica, e la Cina, pronta a rilanciare nel Grande Nord la “Nuova via della seta” e a trasformare la Groenlandia in un satellite de facto.

Come scrive Marzio G. Mian nel suo recente saggio Artico, “gli Stati Uniti esitano a pianificare un maggiore coinvolgimento nel grande gioco del XXI secolo nel Nuovo Artico, mentre si stanno smarcando da quello del XX nei deserti del Medio Oriente e sono sempre più risucchiati nello scacchiere asiatico”. Il rilancio della presenza  Usa potrebbe ricominciare proprio da quella Alaska la cui acquisizione dalla Russia “avvenne sull’onda di un disegno imperiale” che in pieno Ottocento presagiva il futuro ruolo globale del Paese. Tuttavia, la decisione di Trump, come prevedibile, è destinata a essere divisiva e controversa.

Gli ambientalisti contro le trivellazioni in Alaska

Una decisione delicata come la riapertura di un santuario naturale all’esplorazione petrolifera è destinata per sua stessa natura a risultare divisiva; in questo caso, la scelta dell’amministrazione Trump ha causato strascichi polemici molto maggiori rispetto a quelli che hanno caratterizzato la decisione del novembre scorso di concedere a Eni la possibilità di effettuare trivellazioni nel Mare di Beaufort.

In primo luogo, il mandato concesso a Eni è stato decisamente limitato geograficamente e innestato su precedenti installazioni; in secondo luogo, la regione d’interesse del colosso di San Donato Milanese non era delicata dal punto di vista naturalistico quanto l’ANWR, vero e proprio emblema della Wilderness statunitense.

Jamie Rappaport Clark, del Defenders of Wildlife, ha criticato il fatto che l’annuncio sia stato dato in occasione dell’ottavo anniversario del disastro petrolifero della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che ha messo in discussione l’intera strategia energetica dell’amministrazione Obama. Matt Lee-Ashley, senior fellow al Center for American Progress, ha invece definito come “spericolata” la decisione dell’amministrazione, che ora si troverà di fronte alla necessità di trovare un supporto legislativo alle politiche petrolifere in Artico e in Alaska. Democratici e ambientalisti sono pronti a dare battaglia: le logiche della tutela ambientale e dell’espansione economica avranno poco spazio per il dialogo, nel polarizzato panorama politico di Washington.

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