Gli Stati Uniti hanno offerto aiuto all’Iran per affrontare l’emergenza Coronavirus: ad ufficializzare questa volontà da parte del governo di Washington, è stato il segretario di Stato Mike Pompeo. Il titolare della diplomazia americana, in particolare, ha affermato queste dichiarazioni nel corso di un’audizione convocata al Congresso per discutere circa i motivi che hanno portato, lo scorso 3 gennaio, alla decisione da parte di Washington di attuare un raid a Baghdad contro il generale Soleimani. Pompeo, oltre a specificare che al momento non sono in corso atti ostili nei confronti di Teheran, ha dichiarato che al governo iraniano è stata offerta collaborazione per fronteggiare l’epidemia di Coronavirus oramai molto ramificata all’interno del paese. 

La mano tesa di Washington

La decisione annunciata da Pompeo, a cui comunque al momento non ha fatto seguito una risposta da parte iraniana, è arrivata in un frangente molto delicato nei rapporti tra Washington e Teheran. L’uccisione di Soleimani ha rappresentato il culmine di un’escalation politica e diplomatica che andava avanti da mesi, da quando soprattutto Donald Trump ha deciso di introdurre nuovamente le sanzioni economiche e dare un colpo di spugna all’accordo sul nucleare del 2016. Da allora, al di là di una prima reazione iraniana con il lancio dell’operazione “Soleimani martire”, si è registrata una prima attenuazione della tensione. E va in questo senso, ad esempio, la decisione ufficializzata nella giornata di giovedì di concedere la possibilità di effettuare transazioni commerciali per fini umanitari con la banca centrale dell’Iran, uno degli enti raggiunto dalle sanzioni di Washington.

Un primo segnale, seguito dal sopra citato aiuto offerto a Teheran per l’emergenza dovuta all’epidemia del Covid19. Secondo quanto dichiarato da Mike Pompeo, il governo americano potrebbe inviare esperti e medicine per dare maggior sostegno al sistema sanitario iraniano, messo in difficoltà dal Coronavirus. La scelta di Washington se da un lato sorprende, visti i rapporti tesi tra i due paesi, dall’altro come detto è possibile iscriverla tra quegli episodi che in qualche modo potrebbero essere visti come un primo timido passo verso la ripresa di un dialogo.

L’emergenza Coronavirus in Iran

All’interno del territorio della Repubblica Islamica intanto, si continua a fare i conti con un’emergenza prima sottostimata ed adesso sempre più preoccupante. Il Coronavirus ha preso piede nel paese, secondo la ricostruzione più accreditata, per via del contagio avvenuto da alcuni operai cinesi che lavoravano nella città di Qom. Quest’ultima è una delle più frequentate dell’Iran per via della presenza di numerosi santuari e di importanti scuole islamiche sciite. Ragion per cui l’epidemia ha preso piede nel paese, coinvolgendo adesso quasi tutte le province, compresa la capitale Teheran. Gli ultimi dati ufficiali parlano di 338 casi accertati di contagio di Coronavirus, ma soprattutto a risaltare è il fatto che l’Iran abbia dopo la cina il maggior numero di morti: ben 49, ma potrebbero essere molti di più almeno secondo le denunce formulate nei giorni scorsi in parlamento dal deputato Ahmad Amirabadi Farahani. 

E proprio il parlamento iraniano non è sembrato immune dall’epidemia: sono quattro i deputati contagiati, molti altri sono stati messi in quarantena, mentre nei giorni scorsi anche il vice ministro della salute, Iraj Harirchi, ha ufficializzato di aver contratto il virus. Le preoccupazioni maggiori riguardo all’Iran, sono inerenti alla tenuta del sistema sanitario nazionale il quale risulta fortemente indebolito dalle sanzioni Usa degli ultimi anni. Per adesso Teheran ha comunque dichiarato di essere in grado a gestire l’emergenza, l’unico aiuto internazionale accettato è stato quello offerto dalla Cina: nelle scorse ore, medici e specialisti di Shangai sono arrivati nel paese per dare manforte alle autorità locali.

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