Forse non siamo mai stati vicini come ora ad un evento senza precedenti per i tempi moderni. Per decenni le due più grandi potenze nucleari al mondo si sono squadrate, sono arrivate all’orlo di un conflitto, ma non si sono mai apertamente affrontate.

Oggi il rischio è concreto, ma non sappiamo fino a che punto giungerà la provocazione americana nei confronti del Cremlino. Se il Pentagono si è spinto a dover dare questa prova di forza sulla Siria, è perché sa di essere arrivato al limite della capacità di controllo dello scenario mediorientale.

Dai tempi dell’Afghanistan, 2001, il pretesto di attacco ha contraddistinto la necessità di Washington di restare sul sabbioso suolo del Medio Oriente, con perdite umane notevoli, e con un’espansione della spesa pubblica per l’industria bellica che ha causato l’esplosione del debito pubblico statunitense, oggi nelle mani dei cinesi per una grossa fetta.

Obama, bisogna riconoscerlo, oggi è doveroso, è stato un presidente per certi aspetti saggio e lungimirante, ha saputo tenere a bada i neocon, ha creato un ponte con l’Iran, sebbene ciò comportasse un allentamento dei rapporti con Israele e Arabia Saudita. 

Oggi, a causa delle innumerevoli azioni che Congresso e servizi di sicurezza portano avanti contro Trump, il presidente americano è più che mai sotto lo scacco del cosiddetto Deep State, che impone una direttrice di politica estera particolarmente ostile verso Mosca, con l’obiettivo di recuperare quel terreno che da Desert Storm in avanti il Pentagono ha perso. 

L’ascesa politica di Putin, dal 2014 in poi, periodo in cui la Russia è rientrata prepotentemente nella scena internazionale come grande potenza, ha obbligato il mondo occidentale a rivedere la propria posizione in Medio Oriente.

Si è detto come la disastrosa politica americana nella regione abbia restituito lustro a Putin, che ha saputo ben giocare le sue mosse, nell’ottica della cementazione di una alleanza strategica per Mosca, perdurante dal 1970, che garantisse alla Russia uno sbocco sul Mediterraneo. Dall’altro, la veemenza russa, ha rimescolato le carte in tavola, con la rimodulazione di accordi e alleanze in lungo e in largo per la regione.

Putin ha sicuramente rischiato grosso, andandosi ad invischiare in una guerra che è già divenuta troppo di posizionamento, e che dunque potrebbe diventare un logorante Afghanistan sovietico 2.0, perché ora il “bombardamento” politico ed economico su Mosca ha sganciato nuovi pesanti ordigni.

Nonostante sia saltato subito per ragioni politiche, l’asse Erdogan-Putin-Rohani stava funzionando, la Mezzaluna sciita avrebbe avuto ragione di credere ad una sua riabilitazione, sotto la garanzia di forti alleati militari. 

L’Iraq sciita aveva fatto sponda su Mosca e Teheran per una sua rapida liberazione dallo Stato Islamico, mentre Washington aveva avviato un processo di State Building che, dal 2003, ad oggi, aveva soltanto garantito una militarizzazione dello Stato, uno sfruttamento delle risorse energetiche del Paese appannaggio Usa, e un milione e mezzo di morti tra i civili. 

L’Egitto, con Al-Sisi, è tornato a dialogare intensamente con Mosca, e anche Israele e Arabia Saudita hanno rivalutato la presenza russa nella regione, soprattutto come ottimo interlocutore in campo energetico ed economico. 

Le forti quanto anti-diplomatiche dichiarazioni di Trump altro non fanno che far trapelare il nervosismo statunitense per una situazione che li vedrà per l’ennesima volta in una posizione di sanguinario poliziotto del mondo. E non perché Putin sia un buono, o un santo, ma semplicemente perché la Russia ha saputo dare forma alle strategie di una classe dirigente senza dubbio più competente sul piano politico. Ora, ovviamente, se gli Usa non dovessero attaccare, amplificherebbero soltanto la brutta figura già fatta nella vicenda. 

Il confezionamento delle fake news sui bombardamenti chimici e sugli assassini con gli agenti nervini, all’epoca di Internet, non hanno avuto lo stesso effetto del passato. Oggi la bufala di Powell che si porta dietro la fiala di antrace al Palazzo di Vetro non se la berrebbe nessuno, ed è per questo che l’atto di guerra imminente è solo l’ultima disperata mossa di chi deve difendere il re sulla scacchiera

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