Marines americani festeggiano la creazione dell’esercito del Kosovo scattandosi una foto in uniforme mentre fanno il gesto della doppia aquila albanese; l’immagine è poi stata pubblicata sul profilo Facebook di uno dei cinque, un kosovaro con nazionalità americana, tale Robert Shala, che in una foto del proprio profilo Facebook mostra il passaporto statunitense con tanto di commento “sono così orgoglioso di essere un cittadino statunitense e specialmente un Marine”.

Il resto del profilo Facebook di Shala è più che eloquente, con una caterva di foto in uniforme, bandiere statunitensi con la scritta “God bless America”, armi di ogni genere, caccia militari, foto con “mani ad aquila”, “Prishtina capital of Kosovo” e persino una che lo ritrae in uniforme di guardia di sicurezza all’interno dell’ambasciata statunitense a Pristina.

Una mossa azzardata

Sul fatto che gli Usa siano entusiasti della creazione del nuovo esercito kosovaro non vi è alcun dubbio come illustrava egregiamente ieri sulla Verità l’esperto Laris Gaiser: “Trump finanzia l’esercito in Kosovo per sfrattare Juncker dai Balcani. Pristina annuncia la creazione di un suo ministero della Difesa e si oppone alla linea dell’Ue. Il premier Haradinaj molla Bruxelles e si mette con Washington”.

Gli Stati Uniti sono infatti corsi subito a congratularsi con Pristina, definendo la votazione come il “normale sviluppo di uno Stato sovrano” e limitandosi a raccomandare il coinvolgimento delle minoranze presenti nel Paese. Chissà però se a Washington ricordano quando un altro Stato sovrano, quello serbo, venne bombardato dai caccia della Nato nel 1999, senza via libera dell’Onu; primo caso di aggressione verso uno Stato europeo indipendente dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Le ripercussioni su tale mossa unilaterale di Pristina, fortemente appoggiata da Usa ma anche da Gran Bretagna e Germania, sono però un po’ meno entusiasmanti. Il rischio di un’escalation violenta è talmente alto che persino la Nato ha parlato di una “decisione avventata”, ipotizzando anche un ridimensionamento della propria presenza in Kosovo. Sulla stessa linea l’Onu, che ha richiamato al rispetto della Risoluzione 1244, e l’Unione europea, che ha ribadito come il mandato delle forze di sicurezza kosovare debba essere cambiato rigorosamente in accordo con la Costituzione.

Mosca e Belgrado in allerta

L’iniziativa kosovara ha mandato su tutte le furie Belgrado che ha immediatamente schierato truppe al confine minacciando un intervento armato per difendere la minoranza serba. Nello stesso giorno in cui si è tenuta la votazione, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha visitato le truppe stanziate al confine con la ex provincia serba, criticando Usa e Gran Bretagna che “forniscono immancabilmente il proprio supporto a qualsiasi atto illegale compiuto da Pristina”.

Interessante anche l’intervento del leader della minoranza serba in Kosovo, Goran Rakić: “Una decisione simile dimostra come le autorità kosovare non vogliano la pace”, invitando i serbi di Kosovo a non rispondere a eventuali provocazioni.

Sul caso è intervenuto anche il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che ha definito il Kosovo come “nuovo epicentro dell’instabilità nei Balcani” e ha accusato Washington di adottare un doppio standard tra Belgrado e Pristina.

In realtà l’avventata mossa era nell’aria da tempo, tanto che come già riportato da Sputnik, lo scorso 17 ottobre (giorno delle sue dimissioni) il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Onu, Nikki Haley, aveva rivolto al segretario generale dell’organizzazione, Antonio Guterres, la proposta di chiudere la missione in Kosovo (Unmik). Dal 2006, la Missione aveva subito continue riforme e riduzioni, e parte della sua autorità era stata trasferita a Eulex (Missione Ue in Kosovo). Nella sua lettera a Guterres, la Haley osservava che la missione dell’Onu in Kosovo “aveva dato buoni frutti e che le parti erano ora in grado di porre fine al conflitto, di stabilire processi politici democratici e sviluppare il proprio potenziale”.

Kosovo come protettorato statunitense nei Balcani

Il Kosovo, più che uno Stato, appare sempre di più come un vero e proprio protettorato degli Usa nei Balcani e non a caso già lo scorso ottobre il presidente serbo Vucic aveva invitato Washington a riflettere sui propri reali interessi nella zona: “Vorrei chiedergli di riflettere sui loro interessi nei Balcani occidentali, perché lo scioglimento dell’UNMIK e la creazione dell’esercito del Kosovo porterebbero a una situazione difficile, in cui non avremo più nulla da fare se non difendere il nostro Paese”.

Washington mostra di essere intenzionato a voler distruggere ciò che resta della risoluzione 1244 per trasformare il Kosovo in uno “Stato indipendente”, con un proprio esercito, senza prendere in considerazione i voti dei deputati serbi con conseguente violazione della costituzione e infischiandosene delle norme nazionali e internazionali.

L’iniziativa presa da Pristina in accordo con Washington mostra anche dell’altro: che senso ha infatti spingere unilateralmente per la creazione di un esercito, quando si poteva proseguire gradualmente con modalità inclusive e in concerto con i partner internazionali e in un momento tra l’altro di relativa calma in cui la nascita di un esercito non sembra essere una priorità?

Un’ipotesi è che Washington tema una crescente egemonia di Mosca nei Balcani in un momento in cui l’Unione europea è indebolita in quanto alle prese con problemi interni di non poco conto. Forse gli Usa volevano far sentire la propria presenza nei Balcani e dimostrare ai russi di poter ancora agire da padroni nell’area, ma la mossa è azzardata perché gli anni ’90, con i loro squilibri e fasi di transizione, sono da tempo andati, ma a Washington sembra che non se ne rendano conto; una presunta dimostrazione di forza in certi casi può invece essere sintomo di seria difficoltà.

In ogni caso l’ultima cosa di cui i Balcani avevano bisogno in questo momento è “un nuovo esercito”, in un’area già frammentata e costantemente alle prese con tensioni interetniche, ma evidentemente ciò non importa né a Pristina e neanche a Washington.

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